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Pensieri d'ascensore



L'ascensore è impazzito. Fa su e giù - senza fermarsi, senza aprire le porte - per otto piani di un edificio grigio e blu, moquette sui pavimenti, teorie di pannelli sul soffitto, il clima soffocante dei cubi da lavoro. Le gabbie che qualcuno chiama uffici.
Lei è intrappolata dentro, bagnata di pioggia, stremata dalla gente che si parla addosso
Va su e giù, come un elastico, uno stantuffo, uno yo-yo, un cocktail shakerato.

Le vengono in mente cose strane. Un quadro di Jackson Pollock, "Grigiore d'oceano". Il ragazzo del bar di sotto che ieri le aveva chiesto: "Allora, ti piace il presidente?". La pelle di sua madre, porcellana pallida. Il dispiacere di suo padre perché, bambina, non amava le giostre. La tristezza degli ottovolanti, obbligati a divertire. L'impaccio di salirci sopra, obbligata a divertirsi. Una foto di sorrisi in un'isola di lampi. La tenerezza sempre stupefacente del buongiorno. Uno strano senso di comunione con il resto degli umani. Il pensiero velocissimo, quasi impercettibile, di poter finire lì, dentro l'orgasmo di un ascensore che si è ribellato ai pulsanti.

Riescono a farla uscire dopo dieci interminabili minuti. Vuole solo guardare il cielo. Qualcuno la sente bisbigliare un brano di "Cecità", di José Saramago:

I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distríbuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli, infiniti, in cui non saremo piú qui per poterlo confermare, per congratularci o chiedere perdono. D'altro canto c'è chi dice sia questa l'immortalità di cui tanto si parla, Sarà, ma quest'uomo è morto e bisogna sotterrarlo.

Che idiota, vero? Ha avuto paura di non poter più confermare, congratularsi o chiedere perdono.
E ora sta correndo a confermare, congratularsi e chiedere perdono.
 

Pubblicato il 11/5/2006 alle 14.30 nella rubrica Pennellanea.

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