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Perché la Francia non è l'Italia



Seguire quanto sta accadendo a Parigi (e non solo a Parigi) in questi giorni ci sta facendo scervellare. La timidezza dei nostri quotidiani nell'affrontare la questione delle proteste ancora di più. Che timori abbiamo? Che cosa infastidisce la coscienza dell'Italia?
La risposta è banale. Bisogna cercarla nell'inevitabile parallelismo tra la riforma del Cpe (il contratto di primo impiego, proposto dal Governo guidato da Dominique De Villepin e votato in prima lettura dalla Camera e dal Senato) e la nostra "legge Biagi" (frutto in realtà di una evoluzione del pacchetto "Treu", legge 196/1997).

Le differenze tra le due riforme sono tante. Quella francese introduce i contratti di primi impiego per i giovani con meno di 26 anni nelle imprese con più di 20 addetti, prevedendo che il lavoratore possa essere licenziato in ogni momento e senza giusta causa nei primi due anni, considerati "di prova" (!). La legge Biagi ha puntato invece a diversificare i contratti di lavoro, istituendo la folta schiera di contratti dai nomi inquietanti: accanto a quelli a tempo parziale, ci sono il lavoro ripartito o a coppia, l'intermittente, l'occasionale a buoni prepagati, l'abusato lavoro a progetto.

Strade diverse con la stessa destinazione: flessibilità. La via che l'Europa sta imboccando per eliminare lo spettro di 22 milioni di disoccupati. Ma finora, come ha ricordato Walter Passerini sul Sole-24 Ore del 18 marzo scorso, di quest'iniezione di contratti temporanei l'unica a beneficiare sembra la Spagna:

"La geografia del lavoro flessibile ci dice che è la Spagna a correre più forte: ha diviso per tre in undici anni il tasso di disoccupazione, oggi sotto il 9%, con una robusta iniezione di contratti temporanei (30,4%), che per la metà riguardano giovani sotto i 35 anni, e oggi sta cercando di trasformarli in contratti permanenti con clausole di licenziabilità più leggere. In Francia il lavoro temporaneo è di poco superiore alla quota dell'Italia, ma con tasso di disoccupazione più alto (9,6%), mentre nel Regno Unito è meno della metà, con un tasso di disoccupazione del 4,5 per cento. In Germania la «Grande coalizione» si trova di fronte a un muro di 5 milioni di disoccupati, ma l'ipotesi ventilata di introdurre modifiche alla legge sulla protezione contro i licenziamenti, dopo le quattro «riforme Hartz», è stata per ora accantonata per le opposizioni di socialdemocratici e sindacati.
Nell'area scandinava, additata a torto o a ragione come il «Bengodi» dell'occupazione e della protezione sociale, le percentuali di lavoro flessibile sono governate, non troppo elevate (10-15% in Danimarca e Svezia) e integrate da una licenziabilità più snella, ma in quei modelli il sistema si è spostato dalle tecniche dell'ingegneria contrattuale della flessibilità alle politiche di welfare, più agevoli grazie a bilanci pubblici più in ordine e alla relativa esiguità delle popolazioni interessate".

E l'Italia? Gli ultimi dati di Bankitalia dicono che un giovane su quattro ha un lavoro a termine, percentuale che sale al 49,8% per i neo-assunti della stessa fascia d'età (15-29 anni) negli ultimi 12 mesi. L'incidenza del lavoro a termine sull'occupazione complessiva nel 2005 è salito al 10,8 per cento. Peccato che il tasso di occupazione è fermo al 58,2% (dovrebbe essere almeno del 70%), che l'occupazione femminile è al 45,2% (dovrebbe essere al 60%) e che la partecipazione al lavoro  per gli «over 55» è del 31% (dovrebbe essere del 50 per cento).

Al di là dei risultati, a farci male in questi giorni è un pensiero piccolo piccolo, che ronza nella mente come una fastidiosissima zanzara. Il premier francese, grazie alle proteste di piazza, è stato costretto a trattare con sindacati e studenti per rivedere la riforma. Da noi, la riforma del mercato del lavoro ha fatto un'unica inutile vittima: Marco Biagi. Ucciso barbaramente da quel manipolo di invasati che uccide sul nascere qualsiasi tentativo di contestazione democratica. Che paralizza tutti e fa confondere il dissenso democratico e civile con una decina di assassini. Tagliandogli le gambe. E costringendo i nostri sindacati ad arretrare. Quasi sempre.

Pubblicato il 24/3/2006 alle 12.41 nella rubrica Diario.

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