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Calabria, toccata e fuga

Ci siamo tornati, e il verdetto è stato lo stesso: desolazione. Angoli di Sud abbandonati dal mondo, colate di cemento dove meno te le aspetti, binari quasi sulla sabbia, filari di caseggiati-scheletri (puntualmente incompleti), neanche l'ombra di un piano regolatore, nemmeno una briciola di decoro urbano, neanche l'insegna di un'azienda. E poi, come contraltare, gioiellerie dappertutto, caffè e pasticcerie grandi come case e gli abitanti benestanti (i soliti medici, notai, nobilucci e politicanti) che ostentano pellicce e abiti firmati.
Eppure quanta ospitalità. Che accoglienza. Quanta generosità. Quanti talenti costretti ad abbassare la testa, a rifugiarsi nel privato.

"Qui non c'è niente da fare: destra e sinistra sono uguali. Lottare non serve a niente. Le decisioni passano sopra le nostre teste".

Tutti vanno a studiare fuori, chi ritorna accetta senza fiatare le condizioni del posto. E si dà "al sociale". Così lo chiamano: pullulano le associazioni di ogni sorta, dalla beneficenza pura e semplice ai circoli per gli anziani. Surrogati, diciamo noi. Surrogati di governi territoriali malati, timide risposte dal basso alle enormi carenze dall'alto. 

"Qui governa il clientelismo. Non siamo in Italia, siamo un pezzo d'Africa che si è staccato".

No, diciamo noi. Non può essere così. Deve pur esserci una soluzione, infilata in qualche tasca dimenticata. Deve pur vincere, prima o poi, la gente perbene. Dovete farcela. Non lasciatevi rubare persino il vostro splendido mare, che amate così tanto. Non permettete che ci siano altri Fortugno.
Torniamo sulla Salerno-Reggio Calabria. Ancora cantieri dappertutto, ancora corsie uniche e deviazioni da Lagonegro fin quasi a Battipaglia.
E hanno il coraggio di parlarci del Ponte sullo Stretto. 

 

Pubblicato il 20/3/2006 alle 13.10 nella rubrica Diario.

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