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Tipi moderni/ Tu mi parli, io non ti sento



Oggi come oggi bisognerebbe inventare dei corsi per insegnare ad ascoltare.

"Che fai nel pomeriggio?"
"Alle tre ho inglese, alle quattro pianoforte, alle cinque gym music e alle sei ascolto"
"Ascolto? E che cos'è?"
"Niente di particolare: siamo in gruppo e l'insegnante ci insegna a stare zitti per un'ora, ascoltando storie"
"E non basterebbe stare un'ora davanti alla televisione?"
"Oddio no! E' proprio questo il punto. Il punto è che non si può cambiare canale. Devi ascoltare quello che l'insegnante o i suoi ospiti raccontano. E alla fine devi saper ricordare almeno un particolare delle loro storie"
"Dev'essere una noia mortale"
"Già, ma dicono che sia utile. Dicono"

Magari ci fossero dei corsi così. Lezioni per re-imparare l'arte della conversazione, quella antica basata sul contraddittorio. Io parlo, tu parli, ma ci ascoltiamo, seguiamo il filo del discorso. Il logos. 
Non ci avete fatto caso? Oggi nessuno ascolta più. Siamo tutti troppo impegnati a raccontarci, a vomitare addosso agli altri che cosa abbiamo e che cosa facciamo. Mai, o quasi mai, chi siamo. Capita, per strada, di cogliere dialoghi simili:

"Finalmente ieri sera sono uscita con Davide!"
"Sì, ma ti ricordi Federica?"
"E' stato tenerissimo, anche se sta ancora con quella"
"L'ho incontrata l'altra sera al pub"
"Guarda, per ora preferisco non chiedergli nulla e godermi l'attimo"
"Lei mi ha chiesto pure di te..."
"Ehi, mica le hai raccontato qualcosa?"
"Di che?"
"Di Davide, no? E di che stiamo parlando?"

Le nostre conversazioni scoppiano di corti circuiti simili. 

Oggi viviamo nella cultura del saccheggio generalizzato", scrive il critico d'arte Francesco Bonami in un brevissimo fulminante articolo su D Donna di Repubblica. "Il saccheggio, oggi, non si limita alle cose e ai beni di consumo, si estende alle immagini, ai corpi delle persone, al denaro, alle idee, per finire arraffando l'identità dell'individuo. Prendere, inghiottire, ogni mezzo è lecito. (...) La nostra società è diventata un bocchettone, i nostri occhi sono diventati due bocche. Il fast food è anche fast image. Davanti ai musei ci mettiamo in fila per la nostra razione mensile di Monet in scatola, come accadeva in Unione sovietica per comprare il pane. Immagini, nostro pane quotidiano, televisione, nostro forno microonde. Deglutiamo cartoline, manifesti, magliette. la memoria storica si è trasformata in memoria settimanale".

I nostri occhi sono diventati due bocche.
 Verissimo. Ma la questione non è soltanto la voracità d'immagini, il saccheggio estetico. "Avere successo significa poter invadere la realtà, non trasformarla", sostiene Bonami.

In questo ipertrofismo generalizzato di occhi e bocche, di pronomi di prima persona singolare ripetuti ossessivamente, di presenze forsennate che invadono la nostra realtà tentando di autoaccreditarsi come i nostri interlocutori per il solo fatto di esserci, noi speriamo che le orecchie non si atrofizzino del tutto. Cominciamo ad esercitarci: per dieci minuti al giorno sforziamoci di ascoltare chi ci parla. Senza cambiare canale prima, senza sintonizzarci subito sulle frequenze rassicuranti dell'IO.
Magari, ascoltando davvero, qualcuno di noi potrà anche imparare a capire quante cazzate ci raccontano. E a dire: "No, grazie. Adesso voglio ascoltare qualcun altro". Perché le parole, come diceva Carver (sempre lui), "sono tutto quello che abbiamo: perciò è meglio che siano quelle giuste".

Pubblicato il 30/1/2006 alle 13.16 nella rubrica Tipi moderni.

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