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I nostri racconti/ Il furto (frame dei nostri tempi)

Mi sono accorto del furto mentre interrogavo mio fratello Silvio per un esame di marketing. Lui, le mani sulle ginocchia, seduto sul letto a gambe incrociate, blaterava di orientamento al cliente e packaging. Illustrava le virtù della segmentazione del mercato e la necessità di conoscere il ciclo di vita del prodotto, con la stessa convinzione di un politico che prima delle elezioni promette aulicamente il mare, regalando prosaicamente frigoriferi.
Il sole delle undici innaffiava la stanza, indorato dalle tende gialle pesanti che mia madre ci ha regalato e montato per nasconderci dagli sguardi indiscreti dei vicini. La nostra casa si affaccia su un grande cortile interno. A dire il vero, non mi sembra che tra i condomini ci siano molti curiosi: sono più io, semmai, a sbirciare spesso fuori, a catturare i dialoghi da un terrazzo all’altro, a spiare la vecchietta del quarto piano che parla con le sue piante. Giada dice che m’impiccio.
"E allora?", mi ha chiesto Silvio a un certo punto. "Tu non mi fai più nessuna domanda?".
Il panico mi ha assalito. Non mi veniva in mente proprio niente. Vagavo con gli occhi da una riga all’altra, pescando a caso le parole: bisogni, valori, processo, acquisto, sviluppo della domanda, preferenze, performance, impresa, gestione strategica, marketing mix. Tutta roba che avevo studiato anch’io, appena sette anni prima. Tutta roba che utilizzavo quotidianamente nel mio lavoro di pubblicitario per una grande agenzia statunitense. A scanso di equivoci, il mio lavoro è indurre la gente ad acquistare una macchina che io non comprerei mai.
"Walter?". Silvio mi guardava con un punto interrogativo stampato sulla sua faccia tonda. "Ti ho chiesto di aiutarmi… Dovresti fare la parte del professore. Insomma, se so rispondere alle tue domande, saprò sicuramente rispondere a quelle di Lagagna!". Lagagna era un mio compagno di università. Il figlio del rettore. Un idiota con tutti i crismi. Mentre io mi facevo il culo saltellando da un’agenzia all’altra, pagato zero, lui pubblicava libri scritti sotto dettatura del padre. Ha superato tutti i concorsi immaginabili in un battibaleno e si è insediato alla cattedra di marketing a ventotto anni. Non contento, come tutti gli idioti, ha preso a odiare quelli che si facevano valere per meriti propri. Me compreso. Ecco perché ero sicuro che avrebbe bocciato Silvio, ma mi sono ben guardato dal dirglielo.
"Scusa, Silviè, ma proprio non mi viene in mente nessuna domanda".
"Ma che stai dicendo? Leggi il titolo di un paragrafo qualsiasi, no?".
Era esattamente questo che non volevo fare. Trasformare i titoli e i sottotitoli in domande. Mi sforzavo di raccattare qualche idea per chiedere qualcosa di intelligente.
"Non posso più interrogarti", ho detto solenne.
"Dai, Walter, piantala", è sbottato mio fratello, sbattendo il libro sul plaid arancione. "Ho l’esame domani! Perché cazzo non vuoi aiutarmi?".
"Non riesco a pensare a una domanda intelligente".
"Non mi servono domande intelligenti! Mi serve che tu mi faccia parlare, chiaro?".
Mi sono alzato, ho scostato la tenda gialla e mi sono acceso una sigaretta. Non è tanto comodo fumare spiaccicato contro le grate di una finestra.
Silvio mi ha seguito. Era orribile, quella mattina. Portava quella sua maglietta bianca da casa, tutta bucherellata, con il muso di Topolino stampato dietro. E un paio di pantaloncini grigi del pigiama, mezzi sfilacciati. Le occhiaie, la barba lunga e i capelli sporchi completavano il quadro: il tipico studente di economia a un giorno dall’esame.
"Te l'ho detto, non ho domande da farti".
Silvio mi ha preso per la spalla, ha abbassato il tono e mi ha chiesto: "Tutto bene, fratellone?".
No che non andava bene. Ho guardato la pila di libri ammassati in corridoio, per terra: non avevamo ancora fatto in tempo a chiamare il falegname per farci fare le librerie.
"Okay, ti lascio stare", ha detto Silvio, rimettendosi sul letto. Ha cominciato a ripetere da solo, ad alta voce: "Le matrici di portafoglio permettono una rappresentazione sintetica del grado di attrattività e della posizione competitiva dei diversi business".
Ho pensato agli ultimi tempi. Il lavoro stava assorbendo quasi tutte le mie energie. Riunioni su riunioni, incontri col cliente, slogan creati e poi bocciati, grafici e analisi di mercato. Il mio gruppo di creativi doveva aiutare la penetrazione della macchina sul mercato cinese. E io, di cinese, conoscevo soltanto il ristorante sotto casa e i negozi spuntati come funghi nel quartiere. Anche in agenzia, riflettevo, non stavo inventando un bel niente. Il più delle volte mi limitavo a studiare numeri, rapporti, inchieste sulle nuove tendenze, articoli di giornale. Accumulavo informazioni.

Quanto a domande, zero.

Ero pieno di risposte, in compenso: quanti cinesi vivono nella zona di Pechino, quanti hanno un reddito mensile superiore a mille dollari, quanti hanno un’auto di proprietà, quanti leggono un quotidiano e quale, e così via.
Silvio continuava: "Il posizionamento dell'impresa nel sistema competitivo è la definizione dello spazio che il prodotto o la marca occupa in un dato mercato nella mente del consumatore rispetto agli spazi occupati dagli altri prodotti o marche".
Neppure a Giada facevo più domande. Lei mi riempiva di telefonate e di mail, mi raccontava per ore dello shopping con la madre e della malattia della nonna. Sapevo tutto dei suoi spostamenti e dei suoi appuntamenti. Conoscevo in anteprima gli articoli che le avrebbero pubblicato sul giornale il giorno dopo. Ricevevo puntualmente l’elenco di chi la importunava, degli amici che avremmo avuto a cena in settimana, dei libri che avrebbe voluto leggere.
I libri, almeno loro, avrebbero dovuto aiutarmi. Mi sono allontanato dalla finestra e ne ho aperto uno a caso. "Conoscerete la nostra velocità", Dave Eggers, Mondadori. Me lo aveva prestato Giada e l'avevo bevuto in una notte, perché mi era sembrato di averlo già letto. Ne ho afferrato un altro. "Mappa del nuovo mondo", Derek Walcott, Adelphi. L'avevo comprato dopo aver visto un film in cui declamavano quelle poesie. Mi erano piaciute molto, moltissimo. Soprattutto una, tanto che avevo fatto l'orecchietta alla pagina.

Ma quanto a domande, zero.

Ho pensato al cibo: sono un buongustaio, cazzo! Se non proprio domande, qualcosa mi doveva venire in mente. Tipo: che cosa avrei voluto mangiare quella sera. Che cosa mi sarebbe piaciuto cucinare. Che cosa mi sarebbe piaciuto che Giada avesse cucinato per me, possibilmente nuda. Quale nuovo ristorante avrei voluto provare. Peccato che, pur sforzandomi, i punti interrogativi alla fine delle frasi si ammutolivano, come contorcendosi e richiudendosi in un semplicissimo punto.
Cominciavo a diventare nervoso. E mio fratello, ignaro del mio dramma, andava avanti: "Il posizionamento implica la costruzione di una mappa di posizionamento, che può comprendere sia prodotti esistenti, sia potenziali entranti".
Sono andato in soggiorno e mi sono stravaccato sul divano grigio, abbracciando un cuscino Ikea rosso. Ho premuto il tasto "enter" sul computer portatile buttato anche lui sul divano, giusto per far sparire l’orrendo screensaver ansiogeno, quello a puntini che si perdono nel vuoto. Ho digitato www.google.it ed è lì che ho capito quant’ero grave: non sono stato in grado di scrivere niente dentro il rettangolino. Non ho potuto premere "cerca con Google" perché non avevo niente da cercare. Nessuna cazzo di domanda. Qualcuno me le aveva rubate tutte.
Ho corso fino alla camera. L'ho detto a Silvio, scrollandolo. Gli ho spiegato del lavoro, dei libri, di Giada, del cibo e di Google. "Qualcuno mi ha rubato le domande!", gridavo.
Mio fratello si è riavviato la sua ciocca di capelli sporchi che ricadeva unta sulla fronte. Mica si è scomposto. Si è alzato, mi ha preso a braccetto e mi ha sussurrato, come se mi stesse confidando un gran segreto: "Dipende tutto dal posizionamento. Mi hai sentito prima, no? L’impresa deve definire lo spazio che il prodotto o la marca occupa in un dato mercato nella mente del consumatore, rispetto agli spazi occupati dagli altri. Ecco, tu sei saturo".
"Ma io non sono saturo di marche", ho risposto, staccandomelo dal braccio.
"Sei stato saturato dalle risposte!", ha detto Silvio, rivolgendo i palmi delle mani al soffitto. "Hai studiato troppo, hai letto troppo, hai navigato troppo. Molto più di quanto ti serviva. Ti sei beccato una montagna di risposte. Nella tua mente non c’è più spazio per altre domande. E' semplice". L'avrei strozzato, per quanto era soddisfatto. Mi sono acceso un'altra sigaretta.
"Tu adesso non puoi chiedermelo, però se fossi stato sgombro, dico nella mente, mi avresti domandato che cosa puoi fare", ha aggiunto. "Te lo dico io: devi fare pulizia. Devi stare per un po' a pancia all'aria, senza fare niente. Lontano dall'agenzia, dalla televisione, dai libri, dal computer e anche dalle persone. Dovresti anche cambiare aria. Vattene per un mese al casale in campagna, per esempio. Mamma e papà sarebbero contenti, visto che non ci va mai nessuno".
L'ho ascoltato con attenzione. "Silviè, non dire cazzate".
Lui ha alzato le braccia: "Fa' come ti pare, però ho ragione io". Ed è tornato a ripetere, come un barbone accoccolato sul letto. Ho pensato che forse poteva farcela, persino con Lagagna.
Ho ciondolato per tutto il giorno, vagando da una stanza all'altra. La sera ne ho parlato con Giada.

Adesso sono al secondo piano del casale. Dalla finestra vedo la vallata, gli alberi di fico con i frutti verdi gonfi attaccati ai rami e i vecchi olivi con la corteccia sgretolata. I melograni sono selvaggi e cespugliosi, come se nessuno li avesse mai potati: tra le foglie si nasconde un trionfo di fiori rossi, delicatissimi. Volano via non appena si alza il vento.
Dalla cucina, al primo piano, arriva l’odore del rosmarino. Giada sta preparando costine d’agnello: non ne ha voluto sapere di lasciarmi partire da solo, però ha accettato “il patto del silenzio”. Non parliamo mai, anche se non abbiamo portato niente da leggere. In compenso, io sto scrivendo quello che mi è successo. E’ stata un’idea loro. Credono che possa aiutarmi.
Io, per ora, resto convinto di essere stato vittima di un furto. Un furto bell’e buono. Ma prima o poi scoprirò chi è stato. E gliela farò vedere. 

© Emmeper
 

Pubblicato il 23/1/2006 alle 19.30 nella rubrica I nostri racconti.

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