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Cinemascopico/ Così Woody ha sciupato il Matchpoint

A noi "Matchpoint" non è piaciuto.  Lo ammettiamo a malincuore e sappiamo di andare controcorrente. Woody Allen è stato un attore e un regista geniale: "Manhattan" è uno dei film più belli della storia, pur gloriosa, del cinema americano. Pochi come lui hanno saputo descrivere le nevrosi della upper class statunitense. Anzi, della upper class newyorchese. E' stata questa abilità a farlo tanto amare in Europa e tanto odiare negli States. Perché, si sa, New York non è l'America. E l'upper class della Grande Mela è molto più simile all'alta borghesia europea che a quella del resto degli States.

Detto questo, siamo andati al cinema superando le esitazioni che nascevano dalla profonda delusione per gli ultimi due film di Woody: "Anything else" e "Melinda e Melinda". Brodaglie noiosissime, nonostante il sempre mirabile campionario di ansie e contraddizioni esistenziali. Deja vu anche stilistici, senza altra velleità se non quella di parlarsi (cinematograficamente) addosso.
Per "Matchpoint" ci siamo fidati delle quattro stellette assegnate al film da Fabio Ferzetti (Il Messaggero), nostro critico di riferimento, che ne scrive così: "Storia esemplare, regia limpida e implacabile, capace di calarci fin dall'inizio nei panni di quello che sembra e non è il migliore in campo". Tutto vero. Però.

Però ci siamo stancati. Delle meravigliose esistenze dei personaggi, ovattate da un lusso sempre più sfrenato (qui la location è una Londra di gallerie d'arte e di teatri, di week-end in campagna e biblioteche "rustiche" raffinatissime, impreziosita dall'opera lirica come colonna sonora). Della scelta di mettere in scena uomini e donne senza memoria, figure alienate da ogni contesto. Dell'incapacità di Allen di scendere con la cinepresa tra la gente vera. "Matchpoint", a questo proposito, è un'occasione mancata: Allen aveva per le mani Chris Wilton, l'irlandese maestro di tennis (Jonathan Rhys Meyer), e Nola Rice (Scarlett Johansson), l'americana piombata a Londra con l'ambizione frustrata di fare l'attrice. Due figure ideali per calarsi nella lower class, indagarne ambizioni e sogni, valori e ingenuità. Chris e Nola diventano invece puri manichini, "inventati" per dimostrare il teorema alla base del film: «Succede, nel corso di un match, che la pallina urti il bordo superiore della rete e s'impenni per pochi decimi di secondo. Con un po' di fortuna, cadrà sul lato del campo che vi dà la vittoria. Ma può cadere su quello opposto e allora avrete perduto».  Ovvero: nella vita conta più la fortuna del talento. Avevate qualche dubbio? Di più: la vita intera è tutta questione di fortuna. Ma va? E' una partita a tennis, appunto. Ma non con la morte: con l'ambizione e il desiderio. Un match in cui amore, passione, solidarietà, pietà, altruismo, generosità e umanità non trovano spazio. In cui non fanno punteggio. In cui mettere al mondo un figlio è soltanto una "questione meccanica", come sostiene Chris. In cui i personaggi sono "tipi" (l'irlandese arrivista, l'americana innamorata e ingenua, la londinese aristocratica e abituata ad avere tutto e via dicendo).

E' stato questo, forse, a lasciarci l'amaro in bocca. Questa rappresentazione senza Storia e senza respiro, appiattita in una sola dimensione. E sono controproducenti le citazioni, nient'affatto velate, di Dostoevskij ("Delitto e castigo") e di Maupassant ("Il rosso e il nero"). L'effetto è impietoso: fanno svanire il film di Woody in una bolla di sapone. Perché quelli erano giganteschi affreschi di un'intera società; questo, al confronto, pare uno dei mille insetti contemporanei osservato al microscopio. Lontano anni luce da chi lo guarda.

Venerdì sera avevamo visto in Tv "Salvate il soldato Ryan" di Steven Spielberg. E lì altro che respiro: lì la storia si intreccia con la Storia. Lì non ci sono escamotage creativi e artistici, che tentano di cambiare le carte in tavola: è vero che noi giochiamo a dadi con la morte, e con nient'altro. Ma in mezzo c'è quel magma che chiamiamo umanità. Con persone a tutto tondo, mille dimensioni, chiaroscuri, complessità. Non pedine di cartapesta al servizio del regista.

Pubblicato il 23/1/2006 alle 14.12 nella rubrica Cinemascopico.

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