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Galleria di lettori 5/ Gli emulatori

Più innocui per gli altri, ma pericolosissimi per loro stessi, gli emulatori rappresentano la quinta categoria dei nostri beniamini: sono quelli che si trasformano a seconda delle storie che capitano tra le loro mani. E sono molto più numerosi di quanto si possa pensare. La metamorfosi che li investe comincia non appena si addentrano nei sentieri di carta. Leggono del dottor Francesco Ingravallo, comunemente noto come don Ciccio, e subito assumono la sua andatura dinoccolata, la sua aria assonnata, il suo incedere "un po' tonto". Conoscono Doro e Clelia e all'istante si immedesimano nel loro ospite di passaggio a Genova. Si imbattono in Mattia Pascal e cominciano a giocare, sognando di mollare tutto – la casa, il coniuge, la loro vita.
Il loro viso si contorce in una smorfia di dolore – sofferenza vera, fisica – quando Achille è raggiunto al tallone dalla freccia di Paride, guidata da Apollo. E perdono tutte le loro forze per giorni, fino a quando aprono i Vangeli e si rialzano con Lazzaro. Quando si struggono per Carlotta e le sue lettere, è meglio che non dispongano di armi da fuoco nelle vicinanze. Mogli e mariti, amici e conoscenti lo sanno e capiscono: se li vedono contorcersi sulla scrivania o irrigidirsi mentre giacciono stravaccati in poltrona, adottano le strategie giuste per distoglierli da quelle cassette di vetro e richiamarli a pratiche operazioni quotidiane. Un letto da rifare, l'erba del giardino da tosare, le sigarette da uscire a comprare.
Eppure soltanto gli emulatori sono capaci di vibrare come un personaggio prodotto dalla fantasia altrui. Pirandelliani nello spirito, il loro motto è: "Così è, se vi pare". Le loro maschere non sono sinonimo di falsità: sono semplicemente il ricettacolo di surrogati "io" letterari. E' anche una questione di stile: camaleonti della lingua, i nostri eroi cambiano vocabolario in base alla lettura del momento, modificando senza accorgersene costrutti ed espressioni. "Ammarrano" le barche se si affezionano alle sfortunate vicende di padron 'Ntoni e dei suoi. "Puor zovin", dicono al giovane marocchino che chiede l'elemosina al semaforo, quando si sentono friulani e pasoliniani. "C'è un'ape che se posa su un bottone de rosa: lo succhia e se ne va...", predicano al portiere milanese attonito, per spiegargli che "tutto sommato, la felicità è una piccola cosa".
La citazione, per gli emulatori, non è sterile e superbo sfoggio di cultura. E' la voce delle storie del momento che parla attraverso il loro corpo. Gli emulatori sono i ventriloqui della letteratura, fermamente convinti del suo valore terapeutico. Per questo i luoghi in cui si appartano per tuffarsi negli anfratti delle fantasie altrui sono scelti accuratamente in base all'atmosfera più adatta al plot narrativo dal quale si lasciano catturare. Niente a che vedere con l'abitudinarietà di un tradizionale o con il caos topico del dovemipare, men che meno con la propensione naive di un naturista o con la spinta socializzante di un approcciatore. L'emulatore è un amante del turismo letterario. E' capace di percorrere la Normandia, novello Lupin, guidato dalla penna di Maurice Leblanc. Le meditazioni di Wordsworth diventano più accessibili nella solitudine di un paesaggio lacustre. Sarebbe impossibile, per i nostri beniamini, immedesimarsi nel barone rampante senza arrampicarsi, anche soltanto per qualche ora, in cima a un albero. Sarebbe addirittura offensivo azzardarsi a leggere di una montagna incantata in riva al mare.
Dagli universi stampati sulla carta gli emulatori apprendono i segreti per vivere.
L'emulazione è la lettura con gli occhi dei bambini.


(segue con "I cercomé" e "Il gran finale")

Pubblicato il 17/1/2006 alle 15.11 nella rubrica Pennellanea.

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