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Galleria di lettori 1/ I tradizionali



I nostri eroi più tradizionali preferiscono il letto, di sera, prima di cadere nelle braccia di Morfeo. Inforcano gli occhiali, sistemano le lenzuola e accendono la luce. C’è chi spara tutti i 140 watt della lampadina dell’abat-jour di seta e cotone, comprata al mercatino dell’usato. I più giovani optano per le candele al profumo di vaniglia, magari bruciando anche un bastoncino d’incenso. L’importante, per tutti, è creare l’atmosfera giusta. Proprio come accade per i primi timorosi incontri con un nuovo amore.
Il rito serale inizia quando i nostri beniamini afferrano l’oggetto del desiderio tra le mani e lo spalancano alla pagina dove sono rimasti, tirando il cordoncino del segnalibro (le orecchie, per i tradizionali, sono un sacrilegio paragonabile all’invasione di una chiesa da parte di un esercito di turiste svedesi in bikini). Poi arriva il difficile. Perché ognuno ha la sua posizione privilegiata (sì, proprio come il sesso): alcuni prediligono la lettura supina, con la testa sprofondata sul cuscino, i gomiti sollevati e l’oggetto del desiderio parallelo al corpo. Altri sono soliti appoggiare il cofanetto di carta sul cuscino e i gomiti sulle lenzuola. Altri ancora scelgono di stendersi di lato, con il gomito stavolta appollaiato sul cuscino e il palmo della mano a sorreggere la testa. Per qualche minuto, il mondo intorno sembra fermarsi e riavviarsi in altri luoghi, trasfigurato come in un dipinto del Beato Angelico.
Ma arriva sempre, inevitabile, il momento critico: quello della scomodità. I "supini" registrano un irrigidimento fastidioso dei bicipiti, i "pancia in sotto" avvertono fitte di dolore ai gomiti, i "laterali" devono fare i conti con l’intorpidimento della mano chiamata a reggere il peso del capo. E allora? All’inizio fanno come con la pipì: trattengono. E si autofissano improbabili aut aut: "Mi sposto solo se Anna lascia tutto per scappare con Vronskij". "Se Barney è innocente davvero, resto così". "Potrò stendermi soltanto quando capirò tutte le relazioni parentali nella famiglia Buendia". Se l’oggetto è un romanzo, i nostri eroi rischiano di scontare il giorno dopo le sofferenze patite. Va molto meglio se si tratta di racconti. "Questo del tizio senza mani che scatta foto alle case devo leggerlo tutto, poi mi metto comodo". "Non posso assolutamente interrompere la signorina Willerton e la sua creazione letteraria". "Non mi muovo finché non mi è chiaro come il gatto con il cappio al collo sia finito dentro la parete".
Il momento dello spostamento, quando arriva, coincide per i nostri eroi con il calo della tensione. Le forme intorno al letto ricompaiono improvvisamente, come esseri tornati dall’aldilà. Riprendono spessore – se ci sono - i contorni di chi divide il letto con loro: il marito che russa davanti alla televisione accesa (i più affezionati non si lasciano distrarre da alcunché) o la moglie con la maschera all’argilla spalmata sulla faccia o la sorella ubriaca appena tornata a casa da una festa o il figlioletto di due anni che non vuole saperne di dormire nella sua stanza. Oppure – càpita - l’amante addormentato di cui a malapena riescono a ricordare il nome. La realtà si insinua dispettosa tra le righe, confondendo l’ordine delle priorità. "E' più importante alzarmi a chiudere la tapparella con i suoi odiosi buchetti o abbandonarmi al delirio di Molly?".
Qualcuno desiste, scende dal letto, adempie ai compiti imposti dalla realtà. Per un eroe tradizionale, questo significa rompere l’incanto. Il dio del sonno lo chiamerà nelle sue braccia non appena tornerà a stendersi. Agli altri, il rigore congenito impone di chiudere lo scrigno cartaceo soltanto alla fine di una storia. La fine oggettiva, fisica, rassicurante della pagina che termina. L’esattezza virtuale di un cerchio che si chiude. Ma loro sanno bene che le storie – quelle belle - non finiscono mai. E si addormentano sereni.

(segue con "I dovemipare")

Pubblicato il 16/1/2006 alle 16.11 nella rubrica Pennellanea.

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