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Cinemascopico/ Cari registi, basta con i regali a voi stessi

Prendete un regista ossessionato da un cortometraggio del 1962, fondatore di un manifesto cinematografico anti-hollywoodiano (Dogma), anti-borghese e anti-individuale basato su una serie di regole ferree. Prendete il regista di quel cortometraggio, re dei documentaristi danesi.  Metteteli insieme. Mescolate. Otterrete "Le cinque variazioni" (Lars Von Trier e Jorgen Leth, Danimarca, 2003), un film che è una vendetta e un gioco e anche la dimostrazione del teorema di Dogma.

La ragione è semplice. Von Trier è innamorato del corto in bianco e nero "L'uomo perfetto", diretto da Leth quasi 40 anni prima: 12 minuti interpretati da un bravissimo Claus Nissen, nella parte, appunto,  dell'uomo perfetto. Pare che Von Trier lo abbia visto più di trenta volte. Un'ossessione e un rimpianto: non averlo girato lui.
Come rimediare? Telefonando a Leth nel 2000 e sfidandolo a dirigere un remake de "L'uomo perfetto". Seguendo però delle regole rigidissime: deve girarlo a Cuba, dove non è mai stato; ogni inquadratura non può essere più lunga di 12 fotogrammi (circa mezzo secondo); non devono esserci domande (come nell'originale), ma soltanto risposte; non devono esserci set ricostruiti.
Leth parte e ritorna con la vittoria in mano. La prima variazione è riuscita. Von Trier non si arrende e rilancia: stavolta Leth dovrà girare il corto in un luogo "miserabile" e interpretarlo lui stesso. Leth sceglie Bombay e ritorna in Danimarca con la seconda variazione. Ce ne sarà ancora una terza (senza alcuna regola), una quarta (il corto diventa un cartone animato) e infine una quinta. Finalmente diretta dallo stesso Von Trier, che si prende la sua rivincita: la sua variazione è in realtà il racconto della sua profonda conoscenza di Leth. Al punto che gli fa leggere un testo pensato come lettera di Leth a Von Trier.

La nemesi è arrivata, la liberazione pure. "Le cinque variazioni" è psicanalisi allo stato puro, con la cinepresa al posto del lettino. E' un interessante esercizio di stile e insieme la prova (davanti ai detrattori di Dogma) che le regole possono stimolare la creatività, anziché annientarla. Ma è soprattutto un regalo che Von Trier fa a se stesso. Un fenomeno che sembra andare di moda negli ultimi tempi: si pensi a Tarantino con "Kill Bill" (niente più che un omaggio ai b-movies con cui è cresciuto) o a Polansky con "Oliver Twist" (l'ennesimo adattamento del capolavoro di Dickens, che tanto lo aveva colpito).
Come però il Tarantino migliore non è quello di "Kill Bill" e il Polansky migliore non è quello di "Oliver Twist", così il Von Trier migliore non è quello de "Le cinque variazioni". "Dancer in the dark""Dogville" stanno a "Le cinque variazioni" come "Pulp fiction" sta a "Kill Bill" e come "Rosemary's baby" sta a "Oliver Twist".
Basta regali a se stessi, al cinema noi cerchiamo storie. Sarà per questo che ogni sera ci stiamo ri-concedendo un film di Kubrick (l'ultimo è stato "Orizzonti di gloria", che consigliamo di vedere a tutti quelli che ancora pensano alla guerra come un male inevitabile). Perché là non ci sono masturbazioni: soltanto la mano e l'occhio del genio che si muovono alla scoperta del mondo.

(vai al precedente post di Cinemascopico)

Pubblicato il 3/1/2006 alle 13.17 nella rubrica Cinemascopico.

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