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I nostri racconti/ La macchia

Dedicato a tutti quelli che non sanno di cosa parlano quando parlano di aborto.

La parete dell’ambulatorio è giallina. Scolorita. Come la mia pelle. Sollevo la mano e chiudo il pugno, per scrutare le vene gonfiarsi e concedere al pallore un tocco di viola. La donna seduta di fronte mi guarda. Non ha volto, per me. Mi alzo. Su questa sedia non resisto. Mi accarezzo il ventre. Mi viene da piangere.
Scappo in bagno. E’ alla fine del corridoio. Lo specchio mi restituisce una me che non riconosco. Mi tolgo la giacca e la appoggio sul ripiano di legno. Poi afferro la camicia e comincio freneticamente a slacciare i bottoni. Uno mi resta in mano.
Dio, come sono ridotta.
Voglio solo guardarmi la pancia, nient’altro. Mi sembra già rotonda, sotto l’ombelico. Come quando prendo qualche chilo e mi lamento. Ma adesso no, non è tempo di lamenti. C’è una vita dentro di me. E’ sbilenca, è deforme, è guasta, è malata. Però respira.
Sudo. Sento le ascelle bagnare il cotone. Prendo i due lembi della camicia, li sovrappongo e stringo le braccia al petto. Mi appoggio al lavabo, dando le spalle allo specchio.
Questa noce che porto dentro ha la sindrome di Apert. Hanno un suono tutto loro, queste tre parole. Sindrome-di-Apert. Quando il ginecologo le ha pronunciate, ho sentito una carrozza sferragliare verso i timpani. Un’ecografia. E’ bastata quella.

- Dottoressa Sfilzi, mi ascolti.
- Mmm
- Dall’ecografia è risultata… una malformazione del cranio.
- Del cranio?
- E delle mani e dei piedi.

Rabbrividisco. Adesso come dieci giorni fa.

- Cosa significa, dottore?
- Io credo possa trattarsi della sindrome di Apert.
- Lei crede possa trattarsi della…
- Sindrome di Apert, sì. E’ una malattia molto rara. Un bambino su centomila.

Il mio bambino su centomila.

- Mi dispiace, dottoressa.
- ………..
- Io devo informarla. Sulla storia naturale di questa malattia. Oltre al corpo deformato – la scatola cranica conica, le dita delle mani e dei piedi fuse, a volte anche le vertebre – chi ne soffre sviluppa nella maggior parte dei casi un gravissimo ritardo mentale.

Meglio così, penso ora. Meglio non rendersi conto.

- Lei è appena entrata nel terzo mese, signora. La legge le permetterebbe comunque di interrompere la gravidanza, se lo ritiene opportuno.
- Abortire, se voglio.
- Ma nel suo caso parleremmo di aborto terapeutico. Quindi potrebbe interrompere la gravidanza anche più in là, entro il sesto mese. La mia segretaria le consegnerà il referto e un fascicolo di documentazione sulla sindrome.
- Di Apert. Già.

Fabrizio non c’era, quel giorno. Non c’è neppure oggi. Mi giro, apro il rubinetto, lascio scorrere l’acqua senza toccarla. La guardo. Vorrei essere io, quell’acqua. Trasparente, senz’anima. Senza un ventre che pulsa. Senza il diritto di scegliere alcunché. Mi viene in mente mia madre, incinta di Gabriele. Guardavo la sua pancia lievitare e non mi ponevo domande. La vita, a sei anni, mi sembrava un gioco. Un mero dato di fatto. Come questo asciugamano rosso spiegazzato da troppe mani.
Sono le cinque. Chiudo il rubinetto, ma vorrei spegnere me. Apro la porta del bagno ed esco. La donna è sempre seduta lì, dove l’avevo lasciata. Ha sempre quello sguardo senza luce. O forse sono io che non accetto luce.

- Signora Sfilzi, prego, il dottore l’aspetta.

Entro nello studio del ginecologo. Infilo una mano nella borsa e comincio a frugare nervosamente. Cerco una penna. La verità è che vorrei annegare in questa sacca di pelle. Trovo una matita spuntata.

- Buonasera, dottoressa.
- Buonasera, dottore.
- Come sta?
- …………
- Cosa ha deciso?
- Firmo.
- Bene. Mi sembra la scelta più saggia. Capisco che…
- No. Non si azzardi a dire che capisce.
- La chiameranno per comunicarle la data dell’intervento. Vedrà, sarà semplice.

Non lo sento già più. Prima ero una donna come tante. Adesso sono una madre che ha firmato la condanna a morte di suo figlio. Non c’entra nulla – mi dico mentre corro per le scale – che sia già condannato a morte. Tutti lo siamo. È il dolore, il suo, che non avrei tollerato. Poi mi chiedo: sarebbe cosciente del dolore?
Il buio galleggia nell’androne del palazzo. Spalanco il portone. Mi inonda il tepore di maggio. C’è ancora qualche scampolo di sole. Un gatto nero spelacchiato è appollaiato su un vecchio maggiolone beige. In un flash, vedo quell’attore francese materializzarsi davanti a me. Mi ripete la frase di Giacometti, come nel film*: «In un incendio, dovendo scegliere tra un gatto e un Rembrandt, io scelgo il gatto. Tra l’arte e la vita io scelgo la vita».
E tra il dolore e la vita, cosa sceglieresti? Se la vita non fosse vita, ma subito morte, cosa lasceresti bruciare?
Dimmelo, Jean-Louis, dimmelo. Qualcuno me lo dica.
Torno in questa nuova me. La faccio camminare tra la folla. Un uomo mi urta passando, poi si scusa con gentilezza. Una donna bionda stringe la mano della sua bambina.
Quanto lo desidero, questo figlio che sto per ammazzare.

© Emmeper

* "Un uomo, una donna" (1966), regia di Claude Lelouch, con Jean-Louis Trintignant, Anouk Aimée, Pierre Barouh.

Pubblicato il 5/12/2005 alle 14.23 nella rubrica I nostri racconti.

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