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Cinemascopico/ Del cioccolato, della fabbrica e di noi

C'è il cioccolato che ti devasta il cuore di dolcezza, c'è un cinema dentro Roma e la pioggia battente fuori, ci sono bambini dappertutto intorno, c'è il tocco magico di Tim Burton che trasforma una favola in un viaggio morale, c'è il viso plastico e truccato di Johnny Depp che ricorda vagamente Michael Jackson. Ci siamo noi, spettatori di un film e dell'infanzia che non abbiamo più, che si agita in sala strappando sorrisi e tenerezza. Come quando, al quinto biglietto d'oro di Willy Wonca trovato da Charlie, il bimbo più povero e più vero, nel silenzio si leva una voce piccola disperata che grida: "No, mamma! Lo voglio anch'io il biglietto d'oro". E la mamma tenta di consolarlo: "Amore, lo troviamo anche noi..". E lui, sempre più adorabile, che aggiunge: "No, mamma, era il quinto. Era l'ultimo...".
Strappando sorrisi e tenerezza. Come quando la stessa voce piccola spezza di nuovo il silenzio, svela l'incanto di chi vive senza le nostre miserie quotidiane, illuminato di fantasia, e chiede: "Ma Harry Potter dov'è?".
Strappando sorrisi e tenerezza. C'è il gioco e il mistero, l'immaginazione fatta immagine, il mimo e lo gnomo, i nonni folli ma non tanto perché poi la vera follia è un'altra, la musica che irride, le immancabili forbici di Edward, Kubrick sempre Kubrick che ispira e chiede omaggio. C'è il cinema con la C maiuscola.

(Vai al precedente post di Cinemascopico)

Pubblicato il 28/11/2005 alle 14.30 nella rubrica Cinemascopico.

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