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Cinemascopico/ Sei gradi di separazione



Fino a ieri sera non avevamo mai visto "Sei gradi di separazione", intelligente commedia del 1993 diretta da Fred Schepisi e basata su un lavoro teatrale di John Guare, che gioca sulla teoria fin troppo nota secondo cui tra uno di noi e chiunque altro (il Papa, Bush, il Dalai Lama) esistono soltanto altre sei persone a fare da collegamento.
Non l'avevamo visto, e ci eravamo persi una piccola perla. Non soltanto per la bravura dei protagonisti, da Donald Sutherland (nei panni di un ricco mercante d'arte newyorchese) a Will Smith (il ragazzo di strada omosessuale che si spaccia per il figlio di Sidney Poitier alla ricerca di una disperata ascesa sociale), passando per Stockard Channing (l'indimenticabile Rizzo di Grease, che qui interpreta la moglie del mercante e il personaggio chiave). Ma soprattutto perché ruota intorno alla domanda delle domande, che viene pronunciata soltanto alla fine: quanta parte della nostra vita possiamo giustificare?
Per tentare di rispondere - e qui subentra l'altra splendida intuizione - il film si snoda lungo il parallelismo tra l'arte e la vita. Con una serie di interminabili gallerie, private e pubbliche. Una mirabile lettura del Giovane Holden. Un invito a recuperare l'immaginazione che abbiamo perso. E una tela al centro: il Kandinsky "doppio", dipinto da un lato e dall'altro. La luce e il buio. Il caldo e il freddo. L'esplosione e l'implosione. Noi e gli Altri. Ma le opere dei grandi (sfilano anche Degas e Cezanne) sono ridotte a merci di scambio, i colori si traducono in milioni di dollari, le esperienze in aneddoti da salotto. Così come la sensibilità artistica del giovane nero si mescola e viene oscurata dalla sua brama di entrare (farsi accettare?) nell'upper class dell'East Side.
Tutto ha un valore, ma la vita quanto vale? Quanti abissi nascondono quei sei gradi di separazione?
Il finale è amaro, ma non troppo. Un'illuminazione c'è. Ed è assicurata a chi, arrampicata su un'impalcatura in cima alla Cappella Sistina, riesce a "toccare", saltando, il punto in cui il dito di Dio arriva a sfiorare la mano di Adamo. A toccare il cielo con un dito, grazie a Michelangelo.
Non siamo cattolici, ma abbiamo capito.

(Vai al precedente post di Cinemascopico)

Pubblicato il 24/11/2005 alle 17.21 nella rubrica Cinemascopico.

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