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Il nitrito del bambino


Ero sull'autobus, ieri mattina. Linea 492, che unisce Prati a Tiburtina, srotolandosi come un tappeto vivente sopra il centro storico. Ero appena uscita dalla Feltrinelli della Galleria Colonna – mi ostino a chiamarla ancora così, non riesco proprio a chiamarla Galleria Sordi – dove sono riuscita a spendere 134,65 euro (sic) di libri per me, per A. e per la piccola. Consolazione, nient'affatto magra: per ogni libro acquistato 20 centesimi sono andati all'Aidos, l’associazione italiana donne per lo sviluppo. Ci si festeggia come si può.
Ero sull'autobus, dicevo. Sono salita alla fermata San Claudio, tra la Galleria e Piazza San Silvestro. C'era il sole, l'inconfondibile sole di Roma, quello che la risveglia dal torpore dell'inverno e le restituisce a poco a poco la sua natura più vera, che esploderà in primavera: quella di enorme ridanciano mercato a cielo aperto, in cui si mescolano i borghesi e i popolani, i vecchi principi e i nuovi schiavi, i turisti e gli immigrati. In cui le differenze si assottigliano fino a diventare impercettibili, perché tutti sembrano contagiati da una certa dose di volgarità liberatoria che autorizza a parlare a voce più alta o a gesticolare o a mettere il corpo in mostra o a osare con i colori. A ciascuno il suo sfogo, a ognuno la sua catarsi.
In fondo all'autobus, isolata, sedeva una famiglia: sulla sinistra c'era la Madre, con un volto affaticato e intenso come Anna Magnani in "Bellissima", che teneva stretta la figlioletta di due anni o poco più. Accanto alla piccola sedeva il figlio più grande, quattro anni al massimo, sorvegliato dal Padre, che era l'unico a stare in piedi. Erano malvestiti, provati come se avessero alle spalle un lungo viaggio. E parlavano in un dialetto stretto, di un Meridione che non sono riuscita a decifrare.
Li ho superati e mi sono fermata in mezzo al corridoio, all'altezza del primo gruppo di sedili. Allora mi sono accorta di una stranezza: da quella famiglia arrivava una musica assordante, che invadeva il bus ed era l'argomento di conversazione dei passeggeri. Accanto a me un gruppo di ragazzi milanesi si scambiava battute salaci, poco più avanti un quarantenne assorto nella lettura di un libro sui mali dell'università italiana scuoteva la testa con disappunto.
La "musica" era la suoneria di un telefonino che il bambino teneva incollato all'orecchio. La Madre guardava distratta fuori dal finestrino, senza lasciare la figlia. Il Padre continuava a dirle qualcosa nella sua lingua ruvida. Non sembravano curarsi del malcontento montante intorno a loro, erano stranieri in una folla ostile.
Ho aperto uno dei libri appena comprati, "Mamma o non mamma", dialogo tra due scrittrici, una incinta e l'altra senza figli. “Invece – scrive Elena Stancanelli, senza figli – quello che accadrà a una donna, un’amante o un’amica, durante la gravidanza e quando sarà diventata mamma, è impossibile da prevedere. E, spesso, da condividere”. Quanto è vero.
All'improvviso, dopo tre o quattro fermate e dieci minuti di suoneria a tutto volume, una ragazza – sarda, dall'accento - si è rivolta a brutto muso al Padre: "Per favore, può spegnere il telefonino di suo figlio? Non si accorge che dà fastidio?". Il quarantenne che leggeva dei mali dell'università italiana ha accennato un applauso, dai passeggeri si è levato un brusìo di approvazione. Un'altra ragazza, con un pesantissimo eye-liner intorno agli occhi, ha aggiunto con fare da esperta: "Qualche ceffone farebbe proprio bene".
Mi è scappato un sussurro e non so se qualcuno l'abbia sentito. "Sono tutti bravi con i figli degli altri". Ho guardato il quarantenne, le ragazze, i milanesi: nessuno di loro mi pareva un genitore. Anzi, sono sicura che nessuno di loro lo fosse.
Il Padre ha tolto il telefonino dalle mani del bambino, che ha cominciato a piangere. Ma non era un pianto solito, era più un sibilo, come un nitrito prolungato. Il quarantenne era contento: "Ah, almeno un suono umano". Preferiva il pianto di un bambino alla suoneria di un cellulare, un dolore altrui a un fastidio proprio. Mi è parsa la metafora di un'intera società.
Ho fissato il bambino, incuriosita dal suo nitrito. Mi sono accorta che non parlava, emetteva soltanto suoni gutturali, pre-linguistici. Con quel sibilo stava supplicando il Padre, senza guardarlo, di restituirgli il suo giocattolo. Allora ho capito, e mi sono sentita morire di vergogna per essere come loro, in mezzo a loro, come quei passeggeri ben vestiti e benpensanti, fieri di conoscere l'italiano e di leggere libri, sempre pronti a giudicare e a dispensare consigli. Passeggeri di un mondo che considera i bambini fastidiosi esserini da educare a suon di ceffoni perché sappiano meglio conformarsi e obbedire, di un mondo che neppure si accorge della diversità perché non ha più nemmeno il tempo di notarla.
Sono scesa a via Volturno, gonfia. Il Padre aveva rimesso il telefonino nelle mani del bambino, con la stessa suoneria a tutto volume. Gli ho lanciato un'occhiata complice e gli ho sorriso. Volevo dirgli: "Bravo, resisti. Bravi, resistete". A lui e a quella Madre sciatta e disperata, e ai loro piccoli uccellini stanchi.
Poi, in strada, ho pianto a dirotto, ho lasciato andare il mio nitrito.

(emmeper)

 

Pubblicato il 9/3/2010 alle 15.33 nella rubrica Italia nostra.

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