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Un giorno nero

Ripubblichiamo qui l'articolo apparso oggi, venerdì 4 settembre, sul Sole-24 Ore: il punto di Stefano Folli è lo specchio di questa giornata. Nera, appunto. Ci auguriamo che Folli abbia ragione quando parla di vendetta. Ma dobbiamo ammetterlo: siamo scettici.

Un giorno nero per il giornalismo, la politica e anche la Chiesa

4 settembre 2009
È un giorno nero, non solo per il giornalismo italiano, ma anche per la politica e soprattutto per quell'idea dell'Italia civile a cui si resta tenacemente affezionati pur sapendo quanto sia ormai illusoria. Ed è un giorno nero anche per la Chiesa che non ha saputo o voluto difendere a sufficienza uno dei suoi uomini di maggior prestigio nell'ora più difficile. Dino Boffo si dimette da direttore di "Avvenire" con una lettera che definire dignitosa è molto riduttivo: si tratta piuttosto di un documento politico su cui tanti dovrebbero riflettere per capire cosa è davvero successo nell'ultima settimana.

Gli anglosassoni usano un'espressione pertinente per definire casi come questo: "character assassination", ossia l'omicidio virtuale di qualcuno di cui viene distrutta a tavolino l'immagine pubblica.
Boffo paga crudelmente il prezzo delle critiche, peraltro misurate, rivolte al presidente del Consiglio per quanto riguarda la sua moralità e un certo stile di vita. Critiche legittime e persino doverose, visto che tra i compiti prioritari di un giornale c'è quello di controllare i rappresentanti del potere politico e di bacchettarli quando è opportuno. Non si dà invece il caso inverso, ossia che il potere politico si vendichi dei giornalisti e alimenti una campagna mediatica per screditarli sul piano personale. Una tale pratica sarebbe, è ovvio, del tutto inconcepibile in paesi di forte democrazia. Da noi purtroppo è accaduto, il che rappresenta un danno irrimediabile per la qualità del nostro dibattito democratico.

Per cui si può dire che le conseguenze del caso Boffo sono al momento insondabili, ma è facile prevedere che non saranno positive. Quell'"imbarbarimento" di cui ha parlato il presidente della Camera non porterà fortuna a nessuno. Non a un governo, peraltro forte di una larga maggioranza parlamentare, che ha finito per mettersi in rotta di collisione con la Chiesa, credendo di alimentare la rivalità tra fazioni ecclesiastiche e di giovarsene nei suoi calcoli di potere. Non alla Chiesa stessa, che esce malconcia dalla vicenda e ha dato l'impressione di piegarsi alla violenza dell'offensiva: magari con l'intento di salvare il salvabile, ossia il rapporto con una coalizione di centrodestra usa a concedere molto alla gerarchia cattolica, in numerosi campi. Ma non è detto che il baratto, se di questo si tratta, basti a nascondere le ferite che questa vicenda porta con sé.

Ha detto bene Francesco Cossiga: il sacrificio di Boffo è «un atto di devozione filiale verso la Chiesa». Un modo per togliere la Cei dalla linea del fuoco, aiutare la ricomposizione dei contrasti, accelerare la sospensione delle ostilità. In definitiva, si è trattato di immolarsi sul piano personale per salvare l'istituzione ecclesiastica e la sua politica verso lo Stato italiano. Va dato atto a Boffo di aver ben compreso la portata tutta politica dello scontro che si è consumato in questi giorni. Nel gioco oscuro delle vendette e delle ritorsioni, mentre nell'aria svolazzavano "dossier" anonimi, stava emergendo la fragilità e l'impaccio della Chiesa d'oggi, dietro la solidarietà ufficiale al direttore di "Avvenire" sotto attacco. Facendosi da parte, Boffo ha restituito il loro ruolo e la loro tranquillità a molti personaggi che non erano preparati a combattere battaglie in campo aperto.

Tuttavia la Chiesa non dimentica. Ci vuole molta ingenuità per credere che la storia finisca qui, con l'uscita di scena di un uomo la cui vita – sono le sue drammatiche parole – «è stata violentata».
Le vendette di Berlusconi si consumano subito, quelle dei vescovi richiedono tempi lunghi, alle volte molto lunghi, ma sono spesso implacabili.

Pubblicato il 4/9/2009 alle 18.51 nella rubrica Italia nostra.

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