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Mollaccioni di tutti i Paesi, unitevi!

 

C'è da sentirsi in colpa in questo inizio d'anno.
I problemi dell'Italia paiono essere la neve, gli aeroporti bloccati, le scaramucce dei potenti. La nostra casa sprizza vita da tutti i pori, grazie a un esserino di sei chili con gli occhioni spalancati, il sorriso di chi ancora non ha visto niente e la fiducia totale che soltanto i bambini possono permettersi.
Fanno ancora più male - al caldo delle nostre case piene di comfort, di torroni e panettoni, di regali e di superfluo - le foto di Save the children nelle striscia di Gaza, lo scempio di Goma, la solitudine della Birmania, i meninos de rua brasiliani.
Fa male la schizofrenia che ci perseguita. Da un lato c'è l'enorme massa di chi bada esclusivamente ai fatti propri e si crede pure furbo. In mezzo c'è un pugno di coraggiosi: i volontari, i Giornalisti con la "g" maiuscola, i funzionari onesti e instancabili delle organizzazioni non governative. Dall'altro lato ci sono gli pseudo-impegnati di Facebook, tutti giù ad aderire a cause che sembrano scontate. No alla violenza, alla pedofilia, alla guerra, alle mutilazioni genitali femminili, alla mafia (ma con tanti penosi distinguo). Sì alla ricerca sull'Alzheimer, la Sla, il diabete, il cancro e chi più ne ha più ne metta. Viva l'allattamento al seno. Salviamo i cuccioli di foca. Leggiamo almeno un libro al mese. L'idea feroce dei gruppi meriterebbe un'indagine sociologica a sé. Dilaga l'idiozia, a testimoniare un vuoto di senso che è l'effetto collaterale del "pieno" di cui ci illudiamo di nutrirci. Il social network appaga virtualmente l'ansia d'appartenenza, la malattia del momento, e regala il brivido dell'impegno facile a generazioni di mollaccioni disinteressati e distratti. Noi compresi, sia chiaro.

Sembra un passaggio di stato. La società civile evapora nel web, che nulla smuove nel mondo reale, mentre le esistenze individuali precipitano in atomi depotenziati. Succede così che alla fine dei giochi l'io vince sul noi. Che la coscienza, quando c'è, viene messa a tacere con un clic. Che si perde non solo il gusto del confronto faccia a faccia, ma anche la fatica della ricerca. Chi ha ragione e chi ha torto? Capirlo - vale per il conflitto in Medioriente come per la camorra a Napoli, per il dibattito sulle riforme come per la Russia di Putin - implica studio, analisi, approfondimento. Significa chiedere a se stessi uno sforzo superiore a quello dell'iscrizione a un gruppo su Fb o del sostegno fumoso a una causa, o a quello ancora più "piccino" del benessere quotidiano. Vuol dire accettare persino lo smacco di non arrivare a comprendere alcunché, compensato dalla soddisfazione di averci almeno provato. Perché assaggiare la complessità serve a rosicchiare i fanatismi, ad allargare lo sguardo, a crescere meno ristretti nelle vedute e nelle ambizioni.

Abbiamo ancora il tempo per ricominciare daccapo. Basterebbe rimettersi in gioco nella cabina elettorale, votare pensando al mondo che vorremmo tra cent'anni e non all'Ici; protestare e indignarsi davvero, in piazza, quando i diritti più elementari vengono calpestati; imparare ad essere coerenti; riscoprire l'enorme valore dell'umiltà (non ne possiamo più di chi vede le pagliuzze negli occhi degli altri e non le travi nei propri!); ribellarsi al potere marcio, che avvelena la cosa pubblica e, a catena, il mondo del lavoro e delle relazioni. Ma questa libertà è diventata un lusso. E' più facile scendere a compromessi nella vita vera se poi su Facebook ci si crea un'identità da combattenti. Mollaccioni di tutti Paesi, unitevi! Alla faccia di Marx.

Dovremmo scolpire a ogni angolo questi versi di Wislawa Szymborska:

"Tutte le tue, nostre, vostre
faccende diurne, notturne
sono faccende politiche.

Che ti piaccia o no,
i tuoi geni hanno un passato politico,
la tua pelle una sfumatura politica,
i tuoi occhi un aspetto politico".

Non siamo soli al mondo. E il mondo non si cambia alle riunioni di condominio né davanti al computer.

Pubblicato il 7/1/2009 alle 13.13 nella rubrica Diario.

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