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Un odio da chiamare amore



Assistiamo passivi agli eventi di questi mesi.
La nostra città passata alla destra, il nostro Paese consegnato per la quarta volta a Berlusconi, Fini e Bossi, i nostri valori - ciò in cui crediamo profondamente - messi continuamente a dura prova dalla cronaca.
C'è un fil rouge che tiene tutto insieme, disegnando un puzzle che non vorremmo vedere completato. Una "sottile linea rossa" che lega le minacce di fucili di Bossi con il ragazzo pestato a morte a Verona, l'illegalità spudorata dei potenti (meglio: l'illegalità che pare ormai connaturata al potere) con l'illegalità meschina e violenta degli ultimi e dei disperati, la nomina di Miss Cinema a ministro delle Pari opportunità con una considerazione televisiva delle donne basata esclusivamente sulla bellezza e sul sex appeal, l'ondata trasversale di proteste per la pubblicazione on line delle dichiarazioni dei redditi con la triste puntuale scoperta di evasori celebri che restano tali, l'elezione a senatore di Totò Cuffaro con gli striscioni e le scritte contro Roberto Saviano esposte sui muri e allo stadio, l'invasione d'immondizia a Napoli e dintorni con l'incapacità strutturale di combattere il degrado e l'ignoranza.

Il denominatore comune si chiama "diseducazione civica". Ne parla tra le righe Giuseppe D'Avanzo su Repubblica in un bell'articolo pubblicato oggi, dal titolo "Raffaele e le anime nere di Verona". "In uno stato di smarrimento sociale - scrive D'Avanzo - si radunano per difendersi le persone spaventate... Passano all'azione in nome di un'identità minacciata". Innalzano le barriere tra "noi" e "loro", e l'etichetta di "diverso" viene appiccicata a chiunque sia lontano, non soltanto per razza. Il giornalista parla di "responsabilità collettive, modelli culturali, quadri pubblici, assenza della benché minima opera di manutenzione sociale". Ci è piaciuta molto quest'ultima espressione: la manutenzione sociale è ciò che ci è mancato negli ultimi vent'anni. Forse ce n'era stata troppa nell'era cattodidascalica della Democrazia Cristiana, forse è stata appaltata dalla politica e dalla scuola ad altre agenzie, televisione in primis. Un'agenzia fallimentare, perché la socializzazione operata dalla Tv è soltanto apparente: davanti allo schermo siamo tutti profondamente soli e la condivisione è emulazione ex post, non partecipazione critica a un progetto comune.

Di chi è la colpa? Dove abbiamo sbagliato?
La responsabilità dev'essere per forza collettiva, su questo non c'è dubbio. Nessuno è esente da colpe. I genitori che inculcano machiavellicamente nei figli il dovere del successo a tutti i costi e quelli distratti che tollerano ogni stranezza. I figli affogati dal benessere che trovano negli stadi e nei passati morti e sepolti (terrorismi di destra e di sinistra) la catarsi panica della folla come i figli spenti e pigri, senza interessi né stimoli. Gli insegnanti sottopagati e frustrati costretti a dimenarsi nelle pastoie della burocrazia insieme ai giornalisti servi o obbligati a comportarsi come tali per portare la pagnotta a casa. Gli impiegati assenteisti e nullafacenti e i colleghi che li coprono e accettano. I politici scollati dalla realtà della gente come i sindaci razzisti che sfruttano la paura per raccattare consensi. Noi che ci stanchiamo di protestare contro i mille disservizi e finiamo spesso per abbozzare, tramortiti dalle dieci ore di lavoro quotidiano, dalle gabbie del traffico, dal tempo che sembra non bastare mai, dalla sensazione di non riuscire a cambiare alcunché.

La manutenzione sociale ha molti nemici. La rassegnazione è forse il più pericoloso. Spinge a non mettere il naso fuori dal proprio orto, ad accontentarsi dei propri risultati: un amore felice, quando c'è, o anche un po' di sano sesso; una bella casa, e dipende dai gusti; il viaggetto esotico, per cui vale la pena indebitarsi; una famiglia, allargata o ristretta non importa; una cerchia di amici con cui finalmente lasciarsi andare e consolarsi. E' chiaro che non può bastare. E' lampante che il privato è anche sempre pubblico. "L'illuminismo - scriveva Kant - è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso".

Molte di queste riflessioni sono nate sulla costiera amalfitana, durante il ponte del primo maggio. Incastonati nella baia di Maiori, tra la terrazza del Reginna Palace e la spiaggia scura, abbiamo toccato con mano la straordinaria generosità di cui alcuni italiani sono capaci. Ci siamo incantati davanti al vento che disegnava ghirigori sul mare, mentre le parole recuperavano la loro lentezza e il loro senso. E ci siamo riconciliati con il nostro Paese.
Tutto grazie a lei.
Ci permettiamo di rubarle questo brano straziante (la versione integrale è qui), perché in fondo quello che scrive sulla sua terra è quello che vorremmo saper scrivere dell'Italia in generale.

"Ho covato odio per questa terra che ancora oggi stenta a lasciare il suo sonno, che si crogiola e si stiracchia con l’indolenza del mare di bonaccia. Mi sono nutrita dell’odio di sentirla dentro, l’odio di vederla così bella tagliata nei colori del vento di tramontana, l’odio che mi tiene rinchiusa fra il limite delle sue aspre colline e la libertà di un mare ingannatore che delle altre terre mi porta l’odore e il desiderio, l’odio per una terra da cui tutti si strappano a fatica e in cui spesso ritornano da estranei, l'odio da cui sono nati versi e anche queste poche righe.
Un odio così grande da poterlo chiamare amore."

Pubblicato il 8/5/2008 alle 18.37 nella rubrica Italia nostra.

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