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L'aborto come arma di distrazione di massa

Egon Schiele, Mädchen, 1918

Il teatrino vergognoso che si sta consumando in questi giorni sotto gli occhi indifferenti della maggioranza del Paese - un Paese di anziani ignoranti e di beghine, come lascerebbe presupporre la caccia ai loro voti scatenata da destra e da sinistra - è il frutto esemplare di quello che, poco tempo fa, definitivamo "utilizzo dei temi di bioetica come armi di distrazione di massa". Sulla pelle e sul corpo delle donne.
Non si spiega altrimenti l'attacco feroce e cieco a un diritto pacifico, tutelato dalla legge: quello di interrompere volontariamente la gravidanza nel caso sussistano gravi pericoli per la salute della madre e del feto che porta in grembo. Un attacco tanto più assurdo quanto più evidenti sono i suoi fini occulti: impedire che il dibattito pubblico si soffermi sulle reali emergenze di uno Stato sfibrato, vecchio e sofferente, minato sin nelle radici dalle infiltrazioni criminali e dalla corruzione.
Così la procura di Napoli, che di daffare ne avrebbe a iosa se soltanto guardasse fuori dalle sue finestre, pensa bene di inviare la polizia a interrogare una donna che ha appena subito un raschiamento. Per chi non sa di cosa si tratti, ricordiamo che il raschiamento è la pratica attraverso la quale l'utero viene "ripulito". Un intervento sempre traumatico per ogni donna, sia quando è necessario sia quando è volontario. Nel caso di Napoli, la donna aveva fatto ricorso all'aborto terapeutico perché aveva scoperto che suo figlio sarebbe nato affetto da una grave forma di handicap mentale.

Qui occorre un distinguo. Un conto è il peccato, perseguito dalla Chiesa. Un conto è il reato, perseguito dalla legge penale. In uno Stato laico confondere il peccato con il reato è gravissimo.

Proviamo ad analizzare la questione da questo punto di vista.
Abortire è considerato dalla Chiesa cattolica un peccato. Un comportamento riprovevole. Un attentato alla vita. Diciamola tutta: un omicidio. Ma la Chiesa non guida il nostro Stato, che ha un ordinamento costituzionale, un corpus legislativo, un Parlamento, un Governo e altri organi costituzionali. La Chiesa orienta le coscienze di coloro che le si affidano: se si ha fede può essere una guida spirituale. Il suo ambito finisce qui.
Abortire non però è un reato per lo Stato italiano: la legge 194/1978 (
invitiamo tutti a rileggerla, articolo per articolo) tutela il diritto delle donne di ricorrere, in casi eccezionali e ben determinati, all'interruzione volontaria di gravidanza.

Questa elementare distinzione tra peccato e reato andrebbe tenuta ben presente, ogni volta che ci si accosta a temi bioetici, dall'aborto alla fecondazione assistita.
Nessuno obbliga chicchessia ad abortire, ma nessuno - né Ruini né il papa né Giuliano Ferrara (dipinto magistralmente da Marco Travaglio due giorni fa sull'Unità) né Casini né il Movimento per la vita - può vietare a una donna di decidere di farlo, quando ricorrano le condizioni previste dalla legge.

Aggiungiamo una batteria di interrogativi. E' davvero tanto atroce scegliere di non mettere al mondo un figlio handicappato? E' "eugenetica", come l'ha definita sprezzante il solito Ferrara? E se invece fosse un grande atto d'amore?
Qualche anno fa la nostra metà femminile ha scritto
un racconto intitolato "La macchia", provando a descrivere il dolore di una decisione simile. Quando si è scatenato il dibattito sull'opportunità di rianimare a tutti i costi i feti nati estremamente pretermine, sempre la nostra metà femminile ha cercato di descrivere in un articolo brevissimo i rischi cui vanno incontro.
Lo riproponiamo qui, perché i giornali - si sa - non li legge nessuno.

I dati. Molto ridotte le chance di sopravvivenza
Per i piccolissimi danni invalidanti

ROMA - Quando si parla di nati pre-termine non c'è in gioco soltanto il dilemma se rianimarli o limitarsi a cure compassionevoli. Bisogna anche ricordarsi – e informare correttamente i genitori, come ha recentemente raccomandato un ampio rapporto pubblicato sulla rivista «Seminars in fetal&neonatal medicine» – degli altissimi rischi di patologie invalidanti che questi bambini corrono.
I dati internazionali sono eloquenti. Secondo la ricca casistica raccolta dal Vermont Oxford Network, una rete che collega attualmente 731 ospedali del mondo, tra cui 47 centri di neonatologia italiani, nel 2006 nessun bimbo nato alla 22esima (sono lo 0,60 per mille dei nati in Italaia) e alla 23esima settimana di gestazione è sopravvissuto senza malattie invalidanti, come emorragia cerebrale grave, danno neurosensoriale o malattia polmonare cronica.
I dati sono sovrapponibili a quelli rilevati dal Registro dei nati pre-termine della Regione Emilia Romagna, coordinato da Pietro Guerrini, docente di neonatologia all'Università di Ferrara. Che condivide le raccomandazioni del ministero della Salute sui nati pretermine e avverte di «non enfatizzare le chance di sopravvivenza dei nati estremamente prematuri, che sono ridottissime». «Così – afferma Guerrini – si alimentano aspettative infondate. Inoltre la qualità della sopravvivenza è un elemento che non va assolutamente trascurato. Possiamo davvero consegnare ai genitori un figlio gravemente handicappato senza averli adeguatamente consultati?».
«Impossibile», sostiene Giovanni Monni, presidente dell'Aogoi, che associa 5.500 ginecologi ospedalieri italiani. «Lo prescrive il Codice deontologico e la legge 194/1978. Ma siamo in periodo elettorale: si specula sulla salute della donna per fini politici». Per lo specialista «fa fede la Carta di Firenze, approvata da ginecologi, neonatologi, anestesisti, bioeticisti». Sottinteso: i ginecologi universitari che hanno sollevato il polverone di questi giorni sono appena nove. Guerrini e Monni sono d'accordo: guai a generalizzare. Bisogna valutare caso per caso, senza forzature ideologiche. Facendo i conti con la realtà.
(da ll Sole-24 Ore del 5 febbraio 2008)

Consigli per il cervello:
1) guardare
questo video di CiroMonacella e leggere il suo blog (fa bene ai neuroni)
2) firmare
l'appello "LiberaDonna" lanciato da MicroMega ai dirigenti del centro-sinistra 

Pubblicato il 14/2/2008 alle 13.31 nella rubrica Femminismi.

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