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Lamento di un'emicranica

                                              Giorgio De Chirico, "Il rimorso di Oreste"


Chi non conosce l'aura non sa di cosa parlo.
Pensate per un momento di essere alla vostra scrivania, appena tornati dalla pausa pranzo, quando le pance sono piene e l'atmosfera è rilassata. Pensate a un collega che fa una battuta, ai computer che riprendono a baluginare, ai telefoni che squillano. Pensate alla vista che improvvisamente si oscura, come se aveste osato guardare sfacciatamente il sole, e poi si restringe pian piano da una sola parte.
Mi succede così almeno due volte l'anno, da diciotto anni.
Un'ombra nera come una marea che si estende e poi si restringe nelle mie pupille, lasciando in eredità una bomba nella testa. Che comincia a esplodere, ma gradualmente, con infinita crudeltà, costringendomi a farfugliare e a ripararmi stesa al buio. Un dolore talmente devastante da farmi vomitare, e vomitare, e vomitare, fino a otto volte in poche ore.

La diagnosi è arrivata nel 2001. "Emicrania con aura", ha sentenziato la neurologa. Prima lo chiamavamo "il Mal di testa", proprio con la maiuscola, specificando sempre: non il mal di testa normale, ma lui, l'altro, quello che la devasta. Una specie di gigantesco alieno che spaventava a morte i miei genitori. Che cos'ha nel cervello? Un tumore? Perché si pensa sempre al cancro, a questo mondo: l'incubo supremo, il terrore del secolo.

L'emicrania rassicura. Tutti hanno mal di testa.
L'amico ti dice: "Anch'io ieri sera...".
L'amica: "Non me ne parlare. Con questo tempo, poi".
La dottoressa: "Lei è fortunata, perché ho pazienti che hanno un attacco a settimana".
Il capo: "Lo stress gioca brutti scherzi".
Il tuo compagno: "Dai, vedrai che non torna più".
Il professore: "Ne soffriva De Chirico, e guarda che capolavori".
Tutti, indistintamente: "Ne soffre Andreotti, è sintomo di intelligenza".

E invece torna sempre, e ogni volta è peggio. Porto gli occhiali da sole mattina e sera, da quindici giorni. Gli occhi sono perennemente abbacinati, affaticati, massacrati. Ho passato tre giorni interi, dopo la crisi, senza riuscire ad alzarmi dal letto: ero troppo debole persino per guardare un film.
Poi c'è la paura. Che la vista non torni più. Che ci sia un aneurisma, da qualche parte, e che nessuna indagine lo abbia rilevato. Che la prossima volta sia ancora peggio. Che mi venga un ictus.

A fatica scrivo al computer e leggo i giornali. Mi indigno per gli attacchi a Beppe Grillo, che ha il solo torto di aver ragione, e per la tenacia senza vergogna della Casta, abbrancata ai privilegi. Soffro per la vergogna dei monaci e dei reporter uccisi in Birmania (come si può uccidere civili disarmati? come si può?). Mi commuovo davanti al suicidio di Andre Gorz e della moglie Dorine, l'amore secondo me.
E mi sento in colpa e vi chiedo scusa per il lamento che ho appena pubblicato, perché ottunde tutto il resto, lo annebbia, mi fa distrarre col mio stupido corpo, un nulla di nulla sbandato in mezzo al pianeta.

(emmeper)

Pubblicato il 27/9/2007 alle 19.35 nella rubrica Diario.

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