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Addio a Tomatis, il "fuoriuscito"

Se n'è andato ieri a 78 anni nella città che era diventata la sua casa: Lione.
Là Renzo Tomatis, medico di fama internazionale, aveva guidato l'Agenzia internazionale per le ricerche sul cancro (Iarc) dal 1982 al 1993, dopo una lunga carriera negli Stati Uniti. In Italia, come spesso accade, si era bruciato osando raccontare i soprusi dei baroni e i concorsi truccati nel mondo della medicina in un romanzo, "Il laboratorio" (Einaudi, 1965), che sarebbe diventato il primo di una lunga serie.

Ricerca e romanzi sulla ricerca, ecco le sue passioni. Sperimentazione e racconto della sperimentazione. Come accade a chi sente troppo angusti i confini del "fare" e cerca di ampliarli rivelando i retroscena, i se e i ma, le infinite possibilità rimaste tali, le zone d'ombra che nessuno dice.

Riportiamo qui una recensione del suo romanzo
"Il fuoriuscito" (Sironi, 2005) che la nostra metà femminile ha pubblicato sul Sole-24 Ore Sanità del 6 febbraio scorso.


L'insostenibile corruzione della ricerca

È possibile vivere secondo giustizia nel mondo spinoso della ricerca scientifica? è veramente oltreoceano il paradiso dei "cervelli"? quanti laboratori sono realmente votati all’obiettivo di salvare vite umane? e perché non si combatte il cancro eliminandone le cause, facendo ricerca sulla prevenzione?
Nel suo terzo romanzo, «Il fuoriuscito» (Sironi editore, 2005), l’oncologo Renzo Tomatis, classe 1929, riversa e reinventa la sua storia personale: laurea in medicina a Torino, prime esperienze rigorosamente gratuite all’istituto di anatomopatologia e poi la svolta. L’ingresso in un centro di ricerca sul cancro a Chicago, il disgusto per gli intrecci tra scienza e industria, il ritorno in Europa per lavorare e dirigere un centro internazionale. Tra mille resistenze, angherie e incomprensioni.
Il protagonista del libro finisce per abbandonare la ricerca e tornare in Italia come medico ospedaliero, agli albori dell’aziendalizzazione. Non va certo meglio: le liste d’attesa sono disarmanti, il degrado impera indisturbato. Ma, in mezzo allo sfacelo, qualcuno resiste. Qualcuno “vede”.
«Il fuoriuscito» è in fondo una sequenza di visioni, da quella folgorante, nel centro di Torino, che il compito dell’“io narrante” diciottenne sarebbe stato quello di studiare medicina e di «debellare il grande flagello del cancro». Fino a quella finale, che sintetizza le convinzioni di una vita: «Non si poteva guarire dall’asbestosi come da gran parte degli altri tumori. Solo la ricerca poteva condurre a una cura che ancora non esisteva, ma prima ancora si poteva, e si doveva, mettere in atto la prevenzione per evitare che il male incurabile prendesse inizio». Un dovere che nessuno vuole compiere. Meglio - suggerisce il “fuoriuscito” - sguazzare nelle sabbie mobili della virologia, negli anni Sessanta, e della genetica, negli anni Novanta. Meglio investire tutte le risorse (umane e finanziarie) nella caccia ai meccanismi che scatenano il tumore piuttosto che impegnarsi a evidenziare scientificamente «i rischi per la salute causati da sostanze e produzioni all’origine di colossali profitti».
Nel romanzo sfilano le miserie dell’università italiana, con le sue insolite strade per fare carriera, la sua asfissia, le ingiustizie che bruciano (una tra tante: il responsabile del laboratorio, aspirante alla libera docenza, che firma da solo la tesi sperimentale del laureando).
Ma vanno in scena anche le ombre della ricerca a stelle e strisce: non tanto la competizione sfrenata («una condizione mentale nella quale eravamo totalmente immersi»), quanto la strategia precisa, mascherata dall’atmosfera informale, di spingere «deliberatamente la complessità reale del problema verso una confusione scientifica che faceva il gioco di certi interessi». Quelli delle corporation che muovono i fili dietro le quinte.
«Quando mi sono venduto?», chiede al protagonista il suo “capo” di Chicago, indovinando la sua curiosità. «Quando ho capito che la ricerca è al servizio del potere e che il ricercatore è un’oca che produce uova d’oro e che quell’oro andava tutto sulla tavola di chi comanda».
A Lione la via di spingere la ricerca verso obiettivi di Sanità pubblica non si rivela più facile, neanche da direttore. Sostanze come «amianto, nichel, cadmio, cloruro di vinile, benzene e così via» - denuncia Tomatis - si sono diffuse nel mondo intero grazie a «una coorte di scienziati in parte prezzolati, ma in parte solo ottusamente consenzienti, uniti a sostenere la tesi che gli effetti delle piccole dosi di singole sostanze, visto che non possono essere quantificati accuratamente, possono essere ignorati». Un grido nel deserto su cui vale la pena meditare.
(M.P. - Il Sole-24 Ore Sanità)

Pubblicato il 24/9/2007 alle 17.40 nella rubrica Diario.

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