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Szymborska in carne e ossa



Fa uno strano effetto vedere i propri miti in carne e ossa. Fa ancora più impressione se sono leggende fatte di versi e di parole, che ci hanno consolato nei momenti neri, che veneriamo, che citiamo a proposito e non.

La nostra metà maschile, stamattina, ha finto di accompagnare la nostra metà femminile a fare una passeggiata e l'ha (letteralmente) trasportata a sorpresa nell'Auditorium del Goethe Institut. Lei è entrata, ha visto una scrivania con una decina di libri di poesie di Wislawa Szymborska, ne ha comprato uno (tanto per completare l'opera già abbondantemente presente nella nostra libreria) e poi ha strabuzzato gli occhi. Una locandina informava: "Wislawa Szymborska a Roma". Proprio là, proprio questa mattina.
Spaesamento maximo. La sala era gremita di italiani e di polacchi, quando la Poetessa è avanzata verso il tavolo dei relatori. Una donna di 84 anni che più minuta e più solare non si può, avvolta in una camicia maculata e in un sorriso tutto luce, esaltato dal rossetto rosso (un vezzo che aveva anche Colette, fino alla fine dei suoi giorni).
Ha letto in polacco dieci poesie, avvicendandosi con Pietro Marchesani, il suo fido traduttore per la casa editrice Scheiwiller (che festeggia trent'anni di attività e una nuova vita: è stata appena rilevata da FedericoMotta-Il Sole 24 Ore):
Le donne di Rubens
Epitaffio
La gioia di scrivere (che meraviglia gli ultimi versi: "la gioia di scrivere, il potere di perpetuare/la vendetta di una mano mortale")
Discorso all'ufficio oggetti smarriti
Compleanno
La moglie di Lot
La cipolla
Ad alcuni piace la poesia
Incidente stradale
Statua greca

Non possiamo dilungarci sulla musicalità dei suoi versi in polacco (un'altra poesia, verrebbe da dire, nonostante non capissimo una sola parola), né sulla straniante consapevolezza di avere di fronte la Poetessa più presente nella nostra quotidianità, l'autrice dei componimenti che rileggiamo compulsivamente, la creatrice di una lingua poetica nuova, che usa l'ironia per fare poesia.
Vorremmo soltanto testimoniare qualcosa che la ha resa ai nostri occhi ancora più grande. Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura, non ha detto una sola parola su se stessa. Non ha fiatato sulla sua opera. Le uniche parole che ha speso sono state per il suo traduttore.
"A lui - ha detto - devo metà, se non più, del mio successo. E' un poeta così bravo che gli ho chiesto se potevo leggere qualcuna delle sue poesie, insieme con le mie. Ma lui non ha voluto".  Lo ha ringraziato continuamente, fino alla conclusione della mattinata.

Abbiamo pensato all'arroganza dei tanti palloni e palloncini gonfiati che popolano il nostro "empireo" culturale. All'egocentrismo di molti dei nostri autori, celebri e meno celebri. E abbiamo accarezzato questa vecchietta con lo sguardo, quasi a volerla riparare dal tempo e dalla polvere, con lo smarrimento protettivo con cui si fissa la bellezza.

Pubblicato il 5/5/2007 alle 17.5 nella rubrica LetterariaMente.

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