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Cinemascopico/ Cento chiodi cento

E così bisogna distruggere i libri per ritrovare il senso della vita. Bisogna inchiodarli al pavimento con furia iconoclasta per liberarsi dalla gabbia delle ideologie. Bisogna riscoprire la sana ingenuità di chi vive di vino e di dialetto per capire che un caffè con un amico vale più di tutti i volumi stampati.
E' tornato Ermanno Olmi, viva Ermanno Olmi.

Però "Centochiodi" è pieno di però. Non siamo certi che avremmo colto tanto chiaramente la tesi centrale, condivisibile, della necessità di tornare alle donne e agli uomini in carne e ossa, di recuperare la solidarietà nella comunità, se il regista non l'avesse diffusamente esplicitata nelle interviste. Non siamo sicuri che avremmo riconosciuto nel protagonista, interpretato da Raz Degan, quel Cristo rivoluzionario che vorrebbe rappresentare. E stride il contrasto con l'indimenticabile Cristo del Vangelo secondo Matteo, capolavoro di Pasolini.

Senza i belletti dell'illuminazione - preventiva o successiva, non importa - "Centochiodi" appare tristemente per quello che è. Come una starlette senza trucco, disfatta e sciatta.
Compare la cellulite di un doppiaggio osceno: fossimo stati in Degan, ci saremmo ribellati.
Si notano le occhiaie di una trama sfilacciata, in cui il carisma del protagonista è affidato al raccontino, per altro forzato e nient'affatto originale, di due parabole - il figliol prodigo e la trasformazione dell'acqua in vino - che non basta assolutamente a spiegare allo spettatore perché i semplici abitanti abusivi della riva del Po riconoscano in lui un "essere speciale".
Devastano le borse violacee di figurine stereotipate, come il prete bibliotecario.
Stonano le smagliature di una pubblicità invasiva, con la Bmw cabrio pretestuosamente inquadrata nelle scene della fuga del protagonista dal mondo dei libri.

Restano la delicatezza di certe inquadrature e la nostalgia partecipe per una società che forse non c'è più, in cui si gioca a carte e si balla il liscio, si beve e ci si aiuta. Restano le intenzioni, non all'altezza della realizzazione. Con tutti i dubbi che innescano: sono davvero i libri i responsabili dello scontro di civiltà? sono veramente i testi sacri a rovinare la fede, ad accecare le religioni tanto da trasformarle in strumenti di odio?
Noi siamo scettici e difficili, ma "Centochiodi" è lontanissimo dalla poesia verista de "L'albero degli zoccoli".

Pubblicato il 12/4/2007 alle 15.51 nella rubrica Cinemascopico.

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