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Confermare, congratularci, chiedere perdono/ Atto III


Natalia Sergeevna Goncharova, Le lavandaie (1911)

"I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distríbuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli, infiniti, in cui non saremo piú qui
per poterlo confermare,  per congratularci o chiedere perdono"
José Saramago, "Cecità"


Atto III - Il perdono

Te lo giuro, te lo giuro, io no ho fatto niente. Solo dato le medicine e poi cambiato il pannolone in bagno. Si era messo a dormire, tranquillo. Russava pure. Era steso a pancia all’aria, con la canottiera bianca e i mutandoni, perché faceva caldo e ho pensato che no dovevo mettergli il pigiama. E’ di flanella, è troppo pesante. Adesso è maggio. Al mio Paese, a maggio, andiamo in campagna dove ci sono i cani che piacciono a mio fratello. Mio fratello pure era venuto qua in Italia, era stato in Sardegna a raccogliere la frutta. Ma poi è tornato a Constanta, perché lui dice che è solo rumeno, no è mica un robot, no può lavorare sette giorni senza pause, dalla mattina a sera.
Io prima lavoravo in fabbrica. Facevo le fatture e le portavo a un’altra collega. Non avevo tanti amici, a parte i colleghi. Mi hanno mandato un messaggio sul cellulare, ieri, perché sono andati sui Carpazi dove eravamo stati insieme. E’ un posto bellissimo, molto interessante. Qualche volta andavamo a mangiare da Mc Donald’s, perché tutto il resto costa troppo. Io guadagnavo 350.000 lei al mese. Non lo so in euro quanti sono, però il cinema costa 25.000 lei, la pizza 50.000. Non ci potevamo comprare niente senza rate. In Romania tutti vanno in una specie di banca: loro ti fanno le rate, così tu puoi comprare le cose. Io per tre anni devo pagare i mobili della camera. Ma lo stipendio era troppo poco, quando papà si è ammalato e no poteva più lavorare e la pensione era poca. Allora quando un’amica di famiglia mi ha detto che veniva in Italia sono venuta pure io.
Quando ti ho visto, ho pensato che anch’io mi volevo vestire come te. Mi piace la tua gonna nera lunga e la maglia verde con i fiorellini e le scarpe con i brillantini davanti, quelle che ti ho chiesto di provare quando hai tempo. Perché tu corri sempre. Io credo che gli vuoi bene a tuo padre, che è così vecchio e no riesce più a fare pipì da solo. E lo vedo che no hai tempo per stargli dietro, perché lui ha bisogno qualche volta di essere imboccato e a volte dice cose senza senso, come quel Natale che no ti riconosceva e diceva che i tuoi stivali erano fatti bene perché arrivavano dal Giappone dopo la guerra. Io lo capisco, lui no è scemo e no è neanche pazzo. E’ solo vecchio e stanco. Lo perdono anche quando mi mette una mano sul seno e stringe e ride come
un bambino. Anch’io rido, gliela tolgo e lo faccio parlare di Margherita, di tua madre. Che quando lavorava al negozio la guardavano tutti. Che lui le regalava le rose fino a quando è morta. Che una volta l’ha chiusa fuori dall’albergo al mare, perché aveva ballato il liscio con uno del paese che era partito nel gruppo con loro.
Te lo giuro, te lo giuro, no ho scordato di dargli la medicina per la pressione. No ho perso la tua lista. La porto sempre nella borsa, anche la domenica quando esco e tu rimani a casa a lavorare. Io lo so perché sei così magra, perché lavori troppo! Anch’io ero magra in Romania, ma ho preso sette chili da quando sono qui. Perché noi mangiamo verdure e voi tanta pasta, e la pasta mi ha fatto ingrassare. Adesso sono a dieta, però mentre cucino per voi mangio lo stesso. Ma tanto no devo trovare un fidanzato, nessuno è serio, a me no mi interessano quelli che pensano solo a loro e no mettono da parte i soldi per costruire un futuro. Quando lo trovo uno così, lo sposo e faccio un bambino. Altrimenti no lo faccio, tanto tu neanche hai figli e no voglio diventare come la tua amica Anna per farne uno.
Ma no devi dare la mancia al medico? Sei sicura? Da noi in ospedale bisogna dare i soldi ai medici perché sennò no ti fanno mettere nei letti. E comunque non è che sono tanto peggio di questo, che no somiglia per niente a quello di E.R. e anche i dottori sono molto più brutti. Noi vediamo tutta la televisione italiana, Canale 5, Italia 1 e Mtv Italia. Allora un po’ mi sento a casa, per questo, però mi manca la campagna e i cani. Meno male che l’italiano no è tanto diverso. Io sono, per esempio, è quasi uguale a je sum. Sono gli accenti che cambiano e noi abbiamo delle lettere che voi no avete. Ma io capisco tutto, anche se ancora no parlo benissimo e no so tante parole. Però quel ragazzo che l’altro giorno ci ha fermato all’Upim chiedendoci se c’era, io proprio no lo capivo. Era un po’ confuso, forse perché era grasso.
Te lo giuro, te lo giuro, io no c’entro niente. Non lo so perché no ce la faceva più a respirare, è diventato tutto rosso scuro e io mi sono messa paura e ti ho telefonato subito e ho bussato alla signora Pia.
Però io ti chiedo perdono lo stesso, se ho sbagliato qualcosa.

© Emmeper

Pubblicato il 3/4/2007 alle 15.40 nella rubrica I nostri racconti.

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