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Confermare, congratularci, chiedere perdono/ Atto II


Vettriano, The model and the drifter

"I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distríbuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli, infiniti, in cui non saremo piú qui
per poterlo confermare,  per congratularci o chiedere perdono"
José Saramago, "Cecità"


Atto II - Le congratulazioni


"Pronto, sei tu?"
"Hai chiamato me, chi vuoi che sia?"
"Senti, è nato. E' un maschio. Forse dovresti partire…"
"Non dirlo neanche per scherzo, non provarci"
"Devi restare calma, devi provarci. E' anche tuo…"
Anna attaccò, inferocita e livida, senza che il suo ex marito riuscisse a finire la frase. L'ufficio sembrò inarcarsi e soffocarla, come se i pannelli beige e i neon del soffitto si stessero piegando per formare una cupola attorno alla sua scrivania. Sbatté il mouse del computer sul tappetino, ricevendo in cambio un’occhiata cupa di Paolo, il collega seduto alla sua destra. Erano amici, prima. Ormai, però, passavano insieme giornate intere senza scambiare una parola: per le comunicazioni urgenti – è ora di riunione, chiudiamo la finestra, vado a prendere un caffè – preferivano scriversi un'e-mail.
Paolo conosceva Anna da quasi dieci anni, da quando lo studio legale in cui lavorava aveva chiuso i battenti e lei, laureata in legge a pieni voti, aveva dovuto rassegnarsi a diventare l'assistente dell'amministratore delegato della società in cui Paolo era impiegato come responsabile del controllo di gestione.
Soltanto un anno prima i capelli di lei si erano fatti opachi, la pelle del viso buia, le gambe più sottili, il seno flaccido. Il tanfo del vuoto si era impadronito di Anna, aveva cominciato a scavarla come un bulldozer, lasciando poche tracce della donna brillante e vitale che era stata. Paolo le scorgeva nelle rughe che le incorniciavano i lati della bocca, testimonianza dei sorrisi che erano stati. Rimasti parentesi, proprio come quei solchi. In mezzo, una devastazione fatta di bottiglie di whisky scolate in ufficio fino a notte, con l’ingenuità degli alcolisti che credono di poter nascondere l’ebbrezza occultando i vuoti e i bicchieri in fondo a un cestino.
"Anna, il fascicolo!", gridò il capo dalla sua stanza. Lei ricompose i fogli sparsi sulla scrivania, li sistemò in una cartellina azzurra, si chiuse il bottone della giacca blu e si alzò, il nulla stampato sul viso.
Paolo aspettò che uscisse, poi prese il telefono.
"Penso sia nato il bambino", disse piano a sua moglie, coprendo la bocca con la mano.
"Il bambino di Anna?", rispose lei.
Se si può chiamare così, ormai"
"E' a pezzi?"
"Mi sembra di sì"
"Dopo tutto quello che è successo…"
"Già. Giorgio deve averle detto di partire"
"Dovrebbe andare là a congratularsi, scusa?"
"Non lo so. Non so neanche se Carolyn stia bene"
"Certi scempi non dovrebbero essere permessi, questa è la verità"
"Ormai c'è un bambino"
"Con un padre, una madre naturale e una madre in affitto di cui il padre si è innamorato. Con un figlio… un figlio di chi?... appena nato in California, dall'ovulo di Anna fecondato dal seme di Giorgio impiantato nell'utero di Carolyn. Ti sembra normale?"
"E che cosa è normale oggi, amore mio?"
"Noi siamo normali, noi. Adesso devo andare a prendere Stefania a scuola. Se puoi, se te lo permette, cerca di calmarla e di impedirle di bere"
"Ci proverò. A dopo"
Il condizionatore rumoreggiava con il suo fiato pesante. Paolo sentì sulle spalle il macigno della sua normalità, il prezzo che gli costava. Si chiese se essere normale significasse non avere un'amante, non mentire, commuoversi quando sua figlia si accoccolava sul divano attorno al suo braccio, sfuggire le allusioni di Barbara, la segretaria, e le moine involontarie del suo corpo ventottenne. Si domandò per l'ennesima volta se vivere volesse dire lasciarsi andare ai mille richiami dei sensi oppure scegliere e, selezionando, dare senso a quegli stessi sensi. Disegnare un ordine nel disordine, come la stella polare.
"Tutto è relativo", concluse, pensando alle stelle circumpolari che non tramontano mai. "E' solo per noi che non tramontano mai". Tamburellò con le dita sul tavolo, frugò nella memoria a caccia di parole di consolazione e si stupì di quanto fosse diventato difficile parlare di sofferenza. Soccorrere. Comunicare qualcosa che non fosse una sciocchezza: la macchina da comprare, il report da consegnare, il viaggio da organizzare, l'ultima gaffe del presidente del Consiglio. Tutto il resto - le morti, le malattie, gli incidenti, le delusioni, le cocenti ferite dell’anima – era ridotto a un privatissimo tizzone ardente, costretto a bruciare in solitudine.
"Povera Anna", si disse. Quando rientrò puzzava di alcol. Si fermò in piedi, poggiò le mani sulla scrivania e chinò la testa a occhi chiusi. Tremava. Paolo corse a sorreggerla, le cinse la vita con le braccia, sentì il vuoto di lei farsi strada tra le costole, superare la giacca e bucare la stanza tra le zaffate di Jack Daniel's.
Non trovò nulla di meglio da fare che sussurrarle: "Congratulazioni".
E glielo disse in un modo che la fece piangere.

© Emmeper

Pubblicato il 2/4/2007 alle 12.21 nella rubrica I nostri racconti.

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