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Confermare, congratularci, chiedere perdono/ Atto I


"I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distríbuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli, infiniti, in cui non saremo piú qui per poterlo confermare,  per congratularci o chiedere perdono"
José Saramago, "Cecità"



Atto primo - La conferma

Che Giannantonio ci fosse, c'erano pochi dubbi. Era pesante, intorno ai cento chili, con capelli unti lunghi fino alle spalle, qualche cicatrice sulla faccia e un sorriso che sputava sole. Sempre rivestito di coloratissime palandrane esotiche e poncho peruviani originali, certamente non passava inosservato. Eppure, ovunque andasse, Giannantonio aveva bisogno di conferme.
Se era in compagnia di noi amici, la questione era di poco conto. Ogni tanto ci prendeva sottobraccio e noi già conoscevamo la domanda che ci stava per piombare addosso, un bisbiglio scagliato alla velocità di uno shuttle:
- Ehi raga, ci sono ancora, vero?
Ci bastava un cenno per tranquillizzarlo: piegare la bocca da un lato, verso l'alto, oppure sollevare le sopracciglia aprendo i palmi delle mani o strizzare l'occhio in segno di sicuro assenso.
Il problema nasceva quando noi non c’eravamo. Giannantonio era capace di fermarsi a prendere il caffè ogni ora in un bar diverso per essere "riconosciuto" dal barista. Salutava chiunque, avido di "ciao". Aveva provato con gli sms, ma non aveva funzionato: nel lasso di tempo tra il suo invio e la risposta teoricamente avrebbe potuto morire senza che il destinatario del messaggio lo avesse saputo. Il riscontro, dunque, non era valido. E non c'era nulla di peggio che potesse immaginare, se fosse morto, degli sms che avrebbero continuato ad arrivare sul suo telefonino e delle e-mail che la sua casella di posta avrebbe continuato ad accogliere. Una ressa indistinta e immateriale alle calcagne di un cadavere.
L'origine di quella sua ossessione si annidava in un cortometraggio che aveva trasmesso la Rai quando era bambino. Doveva aver avuto quattro o cinque anni, era tardi e lui era seduto sul divano con i suoi genitori, mezzi addormentati davanti alla Tv. All'improvviso era cominciata una specie di rassegna di corti. Come poteva sapere che il secondo gli avrebbe cambiato la vita?
A pensarci bene, se quel film di dieci minuti era davvero come ce lo raccontava, rimasto immune ai tiri che gioca la memoria, non avrebbe dovuto essere guardato da un bambino.
"I protagonisti sono un ragazzo e una ragazza che non si conoscono – ci diceva sudando – ma che un giorno assistono, in momenti diversi, a un incidente stradale. Nella scena successiva sembra passare qualche tempo. Girovagano per la città, sono vestiti normalmente, fumano, guidano. Però non c'è tanta gente e l'atmosfera è strana. Si incontrano spesso, ma all'inizio non ci fanno caso. Poi si siedono sui gradini di una chiesa o di un monumento, non ricordo, e vedono avanzare verso di loro il ragazzo che era disteso a terra dopo l'incidente. Soltanto in quel momento capiscono. Capiscono di essere morti".
Si era spaventato come può spaventarsi soltanto un bambino, non ancora avvezzo a misurarsi con l'ignoto, privo degli strumenti di consolazione che gli adulti sono così abili a perpetuare: la cieca fiducia della fede, la liquida fusione del sesso, la potenza maieutica dell'arte. Da allora in poi, il risultato si era materializzato sotto gli occhi di tutti quelli che gli volevano bene: un'affannosa ricerca di conferme alla sua esistenza. Fastidiosa per gli altri perché esplicita, non sotterranea e mimetizzata come quella di qualunque essere umano.
Una notte di agosto eravamo da soli a fumare erba sulla torretta di un castello diroccato, in cima a un paese arrampicato sull'Appennino. Lui rollava serissimo una canna dopo l'altra, a gambe incrociate. Io ero sdraiato con un braccio sotto la testa e gli occhi al cielo, come voleva Hugo. Lo citai a voce impastata: "C'è chi si fissa a vedere il buio. Io preferisco contemplare le stelle".
"Potessero parlare", sospirò Giannantonio.
"In che senso?", chiesi io, alzandomi sui gomiti.
"Potrebbero rassicurarmi loro, no?"
"Con tutto il rispetto – dissi spazientito – non ti è mai venuto in mente che quel corto fosse un'emerita stronzata? Non hai mai pensato che fosse tutto un bluff, il parto della fantasia di un regista fuori di testa, una cazzo di balla grande quanto una casa? Non sai che quando moriamo i corpi si decompongono e puzzano fino a ridursi a un pugno di ossa che chiamiamo scheletri?"
Giannantonio smise per un attimo di rollare, mi regalò un'occhiata di sufficienza e quel suo sorriso sputa-sole e poi riprese a maneggiare maria e cartine. Io mi rimisi giù sbuffando. Intorno a noi una pioggia di stelle, traiettorie di luce a smagliare la calza nera del cielo, una ragnatela siderale a racchiuderci senza sfiorarci. Eravamo niente, eravamo tutto.
Mi arresi: "Ci siamo, Gian, adesso ci siamo".

© Emmeper

Pubblicato il 30/3/2007 alle 14.29 nella rubrica I nostri racconti.

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