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Cinemascopico/ "La sconosciuta" ovvero della maternità



Andare al cinema a vedere un film di Giuseppe Tornatore è sempre motivo di orgoglio. Sappiamo, ogni volta che lui porta un film nelle sale, che il cinema italiano ancora pulsa, ancora ha qualcosa da dire, ancora ha speranza. Con "La sconosciuta" l'abbiamo pensato di nuovo. E non perché sia un film tecnicamente perfetto, non perché sia scevro da forzature o sbavature.
Intanto, è un film che non si tira indietro. Se deve colpire, affonda. Se deve inorridire, orripila. Se deve denunciare, grida. Senza mezze misure, senza quei grigi che piacciono tanto ai nostri autori mollemente borghesi (il capostipite dei quali è il pur bravo Muccino). E su che cosa urla? Sulla maternità violata, non perché negata ma perché "rubata". Sul dramma di una giovane ucraina non soltanto costretta a prostituirsi (un topos ancora troppo poco attraente per i registi? Ah, se riuscissero a mettere la testa fuori dai salotti...) ma obbligata a concepire, perché giovani coppie occidentali infertili possano "acquistare" i suoi figli.
Irena, la protagonista, finisce con il mettere al mondo nove figli in dodici anni, fino a quando in ospedale - sfiancata - le comunicano che non potrà più averne. Allora che cosa decide di fare? Si mette a caccia dell'ultima, perché è riuscita a strappare all'ostetrica il cognome dei presunti genitori-acquirenti. Trova una bimba fragile e capricciosa, si insinua nella sua famiglia stravolgendola, uccidendola, distruggendola suo malgrado. Malgrado l'amore - questo sì, violento, perché nato da un passato di violenze - che nutriva per loro. Il finale non è affatto scontato (e qui si vede la mano del regista con la "erre" maiuscola).

A interessarci è più il "taglio" della storia. L'aver scelto di far girare la telecamera intorno a un'immigrata, denunandone non tanto il corpo (inteso in senso lato, come tramite per la costruzione della propria identità sociale) quanto la sua conseguenza primaria, ancestrale, mitologica: la maternità. Quella che anche nei dibattiti recenti sulla questione femminile è ritenuta la vera differenza "di natura" tra gli uomini e le donne. Quella cesura che segna - inutile negarlo - la vita femminile, suddividendola in due parti: il "prima" senza figli, e il "dopo" con figli. Quella "condanna" che, secondo Simone De Beauvoir, faceva della donna una "schiava della specie".
Per un regista uomo, fare i conti con l'immenso tema della maternità non dev'essere facile. Tornatore andrebbe lodato già soltanto per questo. Ma lui fa di più: dopo tanti anni di ragionamenti culturali (alimentati dalle ultime infinite discussioni bioetiche sul corpo della donna, che sembrano averlo ridotto a pura "astrazione" al servizio di questa o quella ideologia, di questa o quella religione), "osa" raccontare la maternità "naturale". Lo strazio del parto, aggravato dal furto del bambino subito dopo la sua venuta al mondo. La sottrazione atroce della possibilità procreativa. La ricerca spasmodica e cruenta dell'ultimo frutto del proprio ventre: Irena cerca sua figlia come qualsiasi cagna cercherebbe un proprio cucciolo. Con un accanimento animalesco. "Naturale", appunto.

Ci siamo interrogati a lungo, dopo. Abbiamo tentato di chiarirci che cosa la maternità è diventata nella nostra società. La risposta non ci si è appalesata, almeno non in maniera univoca e trasparente. Sì, abbiamo pensato al paradosso attuale: l'estrema difficoltà che incontriamo tutti nel mettere al mondo figli (i dati demografici lo dimostrano), nonostante siamo dieci volte più ricchi e sereni dei nostri nonni. Abbiamo meditato su quanto il progresso scientifico e tecnologico abbia inciso sulla natura, sovvertendola (la procreazione assistita è l'esempio più emblematico). Alla fine, però, siamo stati costretti - da Tornatore, da questo figlio di Bagherìa di cui la sua terra dovrebbe andare fiera - a spostare lo sguardo altrove. Dove? Sulla massa di colf, badanti e straniere che stanno allevando i nostri figli, pulendo le nostre case, assistendo i nostri anziani, sostituendo pian piano le nostre infermiere (mestiere nobile e faticoso che le italiane non vogliono fare quasi più). Sui figli e sui mariti che lasciano a casa - in Ucraina, in Romania, in Polonia - o che non possono tenere perché asservite (dal bisogno di denaro) ai nostri bisogni di occidentali vecchi e indolenti.

Tornatore ci ha obbligato a vederle attraverso una vicenda di fantasia che non allude mai direttamente a loro. Stiamo rubando qualcosa a qualcuno. Stiamo rubando la maternità a noi stessi, rinunciandoci, e a loro. Ed è un processo di una violenza inaudita. Che non si può raccontare senza sangue, discariche, uccelli gracchianti, orge, omicidi e tradimenti. Che non si può raccontare meglio di come ha fatto Tornatore.


Pubblicato il 3/11/2006 alle 19.13 nella rubrica Cinemascopico.

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