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Appena sessant'anni di voto, largo alla varechina



C'è da chiedersi se sia casuale che la nascita della nostra Repubblica - esattamente 60 anni fa - coincida con il primo voto delle donne italiane. C'è da chiedersi se, in tutto il mondo, sia un intimo percorso parallelo, un doppio fil rouge, quello tra il miglioramento della condizione femminile e la democrazia.
A noi fa sempre molta impressione pensare che le nostre nonne siano state le prime italiane a poter mettere una scheda dentro l'urna, a vedersi riconosciuta la dignità di essere rappresentate (lo dobbiamo al Decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 2 febbraio 1945, emanato dal Consiglio dei ministri presieduto da Ivanoe Bonomi). In una storia antica come la nostra, 60 anni sono davvero pochi. Un pugno di tempo, una manciata di giorni.

Dev'essere per questo che siamo un Paese tanto maschilista, al di là dei proclami. Con una sola donna ministro con portafoglio nel Governo, pure di centrosinistra, e deleghe "leggere" alle altre. Sul Corriere della Sera di ieri è stata pubblicata la lettera di un lettore romano. Brevissima. Voleva soltanto evidenziare che alle dichiarazioni finali del Governatore di Bankitalia, Mario Draghi, "si appalesava la quasi totale assenza di donne in sala". Il lettore domandava: "Per quanto tempo ancora resteremo fanalino di coda dell'Occidente sulla questione femminile?"

Già. Per quanto tempo? Forse fino a quando le femministe continueranno a parlarsi addosso, a filosofeggiare su Foucault e la naturea corporea del discorso, a dividersi su temi centrali come la fecondazione assistita e le nuove sfide poste dalla bioetica. Fino a quando non si comprenderà che le "quote rosa" non sono un'ammissione di debolezza, ma l'inevitabile grimaldello per scardinare sistemi di potere organizzati da millenni secondo ruoli e categorie profondamente maschili. Una sana dose di pragmatismo: è questo, a nostro avviso, che serve al femminismo contemporaneo.

Nel frattempo, le donne stanno affogando. Chi ha tempo, legga il primo numero de "I monologhi della varechina", pubblicato su Vibrisse, curato da Silvana Rigobon e opera di un gruppo di donne che raccontano "Il lavoro in bianco e nero". Noi l'abbiamo trovato illuminante, feroce e verissimo. E quasi concordiamo - ma a malincuore - con lo sfogo di Loredana Lipperini, intitolato proprio "Nel frattempo" - che alla fine scrive:

"Ah. Nel frattempo, chissà come, in molta narrativa italiana gli esseri di sesso femminile son  lì che fanno le muse, o anche vivono i giorni dell’abbandono.

Simone De Beauvoir: vaffanculo"

Lo confessiamo: ci ha strappato un applauso.


Pubblicato il 2/6/2006 alle 13.37 nella rubrica Femminismi.

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