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bloGodot [ Godot è arrivato e non ci piace ]
 



Mantra mattutino

ESTRAGONE Didi.

VLADIMIRO Sì.

ESTRAGONE Non posso più andare avanti così.

VLADIMIRO Sono cose che si dicono.

ESTRAGONE Se provassimo a lasciarci? Forse le cose andrebbero meglio.

VLADIMIRO C’impiccheremo domani. (Pausa). A meno che Godot non venga. ESTRAGONE E se viene?

VLADIMIRO Saremo salvati. (Vladimiro si toglie il cappello – che è quello di Lucky – ci guarda dentro, ci passa la mano, lo scuote, lo rimette in testa).

da "Waiting for Godot", Samuel Beckett


Mantra notturno

Che cosa significa “la realtà”? [...] A volte sembra nascondersi dietro forme troppo lontane perché ci sia possibile capire la loro vera natura. Ma qualunque cosa essa tocchi, viene fissata e resa permanente. E' questo che ci resta, quando abbiamo gettato dietro la siepe la buccia vuota del giorno; è questo che ci resta del tempo passato, dei nostri amori e delle nostre avversioni.

da “Una stanza tutta per sé”, Virginia Woolf



Per non morire mai

And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

"Late fragment", Raymond Carver



Per avere una meta

L'atlante del Gran Kan contiene anche le carte delle terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate: la Nuova Atlantide, Utopia, la Città del Sole, Oceana, Tamoé, Armonia, New-Lanark, Icaria.
Chiese a Marco Kublai: - Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quale di questi futuri ci spingono i venti propizi.
- Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta né fissare la data dell'approdo. Alle volte mi basta uno scorcio che s'apre nel bel mezzo d'un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s'incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d'istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie.
Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t'ho detto.
Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.
Dice: - Tutto è inutile, se l'ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: - L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
da "Le città invisibili", Italo Calvino



12 gennaio 2006


Ponti da saldare



Alla fine di questa lunga giornata, mentre si spengono le luci degli uffici intorno, proviamo a tirare le somme:
- il presidente del Consiglio, improvvisamente riappacificato con i giudici che tanto odia, ha sollecitamente provveduto a deporre sui fatti altrui. se fosse stato altrettanto lesto a riferire sui propri, ce ne saremmo liberati tanto tempo fa;
- i Ds si sono improvvisamente riappacificati con se stessi: una pacca sulla spalla a Fassino, un applauso a D'Alema e un cenno di assenso a Veltroni. "Forse qualcosa non ha funzionato" è stata la massima spiegazione che i cittadini si sono meritati;
- i colleghi di partito del ministro per le Politiche agricole, Gianni Alemanno, si sono affannati a manifestargli tutta la loro solidarietà e riconoscere il suo "stile" e la sua "trasparenza": nei suoi confronti, il Tribunale dei Ministri ha chiesto alla Camera l'autorizzazione a procedere, accusandolo di aver ricevuto dalla Parmalat di Callisto Tanzi "illeciti contribuiti in denaro pari ad euro 85.000, da destinare ad An tramite contribuzioni alla rivista Area". E lui ha detto: "Sono pronto a rinunciare all'immunità";
- Romano Prodi (agenzia Ansa appena battuta) avrebbe espresso «amarezza» per la manifestazione di sabato sui Pacs. Il leader dell'Unione sarebbe rimasto amareggiato dall'idea di far svolgere delle cerimonie simboliche a piazza Farnese a Roma, dopo che tutta l'Unione si è espressa contro l'idea che i Pacs siano dei surrogati di matrimoni e dopo che nel vertice di San Martino in Campo la coalizione ha deciso di non utilizzare più il termine Pacs ma di optare per "unioni civili".

Non sappiamo voi, ma noi siamo disgustati. Avremmo tanti ponti (idee, progetti, sogni, valori) da saldare, ma non sappiamo più a cosa ancorarli. Meglio: noi non sappiamo più per chi votare. Siamo pieni di vuoto, e desolati.




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12 gennaio 2006


Conti da saldare

Ma quanti conti ho da saldare:
sono obesa di debiti stanotte

devo alla luna un’insonnia gialla
melmosa, da toccare con la punta
del mignolo bagnato di saliva
lo scoccare di un’unghia contro il marmo

devo alla caldaia un caldo artificiale
come la stanza come te come noi
come Teresa e Tomaz come Sabina e Franz 
come questo mondo che non mi sporca

e gli devo il golpe di stridori e mugolìi
contro il presidente Silenzio, la consolazione
del rumore quando le parole
sono contumaci: non ne vogliono sapere
di presentarsi al processo notturno
del sogno, sconfessano giudici e censori
si mutano in lettere volanti
streghe a caccia di una scopa

devo al ficus sul terrazzo ancora in fasce
- un embrione di ficus: cinque foglie, nessun sicone -
l’illusione d’utilità rappresa in qualche goccia
d’acqua versata con singulti d’amore
contrazioni diaframmatiche da ipossia

devo a quel foglio di cotone arricciato
sul tavolo di mogano il ritratto
di un corpo che ho smesso di sentire
ma che – imperterrito -
si ostina a portarmi in volo e riposarmi a terra
come a un ballo di maschere sciolte
come a una danza di cera fusa

un frullato dove nessuno è più quello che era.

(emmeper)

P.S. Tanto per evitare di commentare l'incommentabile performance del nostro presidente del Consiglio dall'incommentabile Vespa nell'incommentabile "salotto" di Porta a Porta.





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11 gennaio 2006


Tutti a Wonderland con Alice

C'è un tempo per ogni cosa, e chi entra a Wonderland, nel Paese delle meraviglie, deve dimenticare il tempo. C'è Lella Costa a raccontarci qui la favola di Lewis Carroll - pastore coltissimo, appartato, per alcuni pedofilo, per altri allucinato, sicuramente visionario. Alice ha sette anni e sei mesi, Alice è curiosa e coraggiosa, Alice viaggia dentro il tempo, Alice si ingigantisce e si restringe, Alice è in mezzo tra l'infanzia e l'adolescenza. Alice è tutte le donne: piange, sì, ma poi tira fuori il fazzoletto e ricomincia. Sempre, come soltanto le donne sanno fare. "Alice guarda i gatti e i gatti muoiono nel sole", cantava De Gregori. "Non faremo mai un passo indietro, neanche per prendere la rincorsa", dicevano quelli di Radio Alice.

Alice è una bambina, come Peter Pan: lei cresce, lui no. Le donne crescono più in fretta, le donne sono più mature. Frasi fatte, ma poi forse mica tanto false. Alice è una bambina e Lella Costa ci snocciola una dopo l'altra le cifre sull'infanzia di oggi: in Italia sono 400mila i ragazzi sotto i 14 anni costretti a lavorare; nel mondo, in dieci anni, le guerre hanno ucciso 2 milioni di bambini. Dopo Beslan, un bambino si è rifiutato di aprire gli occhi. Non voleva più vedere, non voleva più farsi vedere.

Alice va oltre lo specchio, entra in un mondo alla rovescia. Come questo qui, oltre il palcoscenico, tra le poltroncine dove siamo seduti noi. Questo in cui le regole si contraddicono per non esserci, dove abbiamo "venduto" le parole: prima "scherzi a parte", "porta a porta", "forza Italia", poi rispetto, dignità, cultura, intelligenza. Le parole, quelle perle che Carroll adorava per giocarci, ribaltarle, montarle e smontarle a piacimento.

Ci siamo noi, oltre lo specchio. A correre frenetici dalla mattina alla sera: sveglia, lavoro, spesa, palestra, teatro, letto. E di nuovo sveglia, lavoro, spesa, palestra, teatro, letto. Tutti a correre per restare nello stesso posto, come Alice insieme alla Regina di Cuori. Altrimenti si perde quello che abbiamo, altrimenti si ritorna indietro.
Ma il tempo, da noi, non è quello di Alice. Il tempo fugge, ci rincorre, a volte ci supera come un tir impazzito. Ci strombazza, anche, ci fa le corna. "C'è un tempo per ogni cosa", dice Lella Costa. "Ricordatevelo". Un tempo per non combinare niente, e un tempo per costruire. Un tempo per tradire, e un tempo per essere fedeli. Un tempo per essere figli, e un tempo per diventare madri e padri.

C'è un tempo per capirlo, il tempo. A fianco a noi due ragazzi - avranno avuto 22, 23 anni - si tenevano la mano. Un ragazzo e un ragazzo. Innamorati. Magari era la prima volta che uscivano in pubblico, magari erano emozionati, magari si scoprivano adesso. Uno avrà invitato l'altro, si saranno messi d'accordo per chi passava a prendere chi. All'uscita, si sono dati un bacetto furtivo. Innamorati. Il tempo cambia, dobbiamo capirlo. Scendiamo in piazza, sabato. Il tempo cambia, c'è un tempo per ogni cosa.






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10 gennaio 2006


Bicchieri magici per mortali innamorati



                                                 Appoggi le labbra sull’orlo 
                                                 e le senti vacillare contro il vetro 
                                                                              aliti caldi sopra le correnti 
                                                                              spostano masse d’aria in superficie 

                                                  Hai paura ma bevi 
                                                  perché devi fidarti 
                                                  come un cieco dietro al suo bastone 
                                                  di quel liquido che trovi raggrumato 
                                                                             o del vuoto che affonda nella bocca 
                                                                             e rimbalza sui denti scivolando sulla lingua 

                                                 Di bicchieri magici conserviamo dispense 
                                                 ma non ci saziamo mai e, rattoppando i cocci, 
                                                 andiamo nutrendoci di sconfitte stantìe 
                                                                             voraci a cercare altro 

                                                 miele misto a uva moscata ci addolcisce i palati 
                                                 arsi. Lingue di gatto si levano da letti di crema gelata 
                                                                             infiammate dai fondi opachi 

                                                allora che importa se troviamo lacrime 
                                                invece di baci insalivati? 
                                                quanto conta la goccia di un addio 
                                                nel mare dei saluti? 

                                                Abbeverarsi è il gran segreto 
                                                che mi ha confidato un amico 
                                                                            perché quello che si svuota 
                                                                            aspetta solo d’essere riempito.

                                                                (emmeper)




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10 gennaio 2006


Post-it/ A Milano o a Roma, ma in piazza


Sabato prossimo c'è l'imbarazzo della scelta: a Milano scende in piazza (appuntamento alle 14 alla stazione centrale) il movimento delle donne per ribadire a gran voce il "no" fermo a qualsiasi manipolazione regressiva sulla  vita e sulla sessualità femminile.
Un altro corteo sfilerà invece a Roma (piazza Farnese, ore 15.30), dove si svolge la manifestazione nazionale per la richiesta dei Pacs, i patti di unione civile, possibili in quasi tutti i Paesi europei e occidentali e tenacemente ostacolati in Italia (indovinate perché...).

Chi può, partecipi.
In nome della libertà di vivere e di convivere. In nome della nostra quotidianità, che non è quella dei cardinali e dei loro slogan stantìi e ipocriti. 

Chi può, partecipi.
In nome della libertà di vivere e di convivere.

P.S. La Casa internazionale delle donne sta organizzando un treno speciale da Roma. Per informazioni e adesioni: Tel. 06 68401720 - e-mail: cciddonne@tiscali.it





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9 gennaio 2006


Sulle coincidenze

"Non certo la necessità, bensì il caso è pieno di magia. Se l'amore deve essere indimenticabile, fin dal primo istante devono posarsi su di esso le coincidenze, come uccelli sulle spalle di Francesco d'Assisi".
Milan Kundera

Stiamo rileggendo in queste sere "L'insostenibile leggerezza dell'essere" di Milan Kundera. Se siete maniaci delle sottolineature, come la nostra metà femminile, questo libro è una condanna. Trabocca di perle, come quella che abbiamo scelto per l'inizio di questo post.

Le coincidenze sono il mistero per eccellenza, capaci come nient'altro di rendere qualcosa (non solo l'amore) indimenticabile. Per alcuni non esistono, per altri sono la prova di un disegno divino, per altri ancora l'effetto dell'energia che accomuna e lega tutti gli esseri viventi.
Ieri pomeriggio abbiamo intravisto il programma di Licia Colò su Rai3: si descriveva un viaggio in Melanesia, a Guadalcanal. Ieri sera abbiamo visto in Dvd, come programmato dal mattino, "La sottile linea rossa" di Terrence Malick. Ambientato in Melanesia, a Guadalcanal.
Ci ha strappato un sorriso. Il caso della magia o la magia del caso?

Se passate di qui, raccontateci una coincidenza che ricordate e che vi ha fatto sorridere. Oggi ci va di sentirci parte di un tutto sincronico, per dirla con Jung. Oggi ci va di credere nella "fondamentale unità di tutte le cose".





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6 gennaio 2006


Un verso per il week-end







La notte lava la mente.

Poco dopo si è qui come sai bene,
file d'anime lungo la cornice,
chi pronto al balzo, chi quasi in catene.

Qualcuno sulla pagina del mare
traccia un segno di vita, figge un punto.
Raramente qualche gabbiano appare.


Mario Luzi (da "L'odore del vero")










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5 gennaio 2006


Lavoro, persone, sogni

Parliamo di lavoro, oggi. Di certi luoghi di lavoro. Delle moquette verdi spalmate su corridoi interminabili. Di edifici anonimi, laminati, metallizzati, roventi d'estate e gelidi d'inverno. Di riunioni sempre uguali, scambiate da chi le convoca per il proprio (misero) palcoscenico personale. Di contratti a tempo indeterminato che ci si pente di aver firmato. Di contratti a progetto, così trendy così fashion. La nuova scorciatoia per chiamare autonomi lavoratori dipendenti a tutti gli effetti. Il modo più semplice per mandare via senza troppe complicazioni le donne in gravidanza, chi si ammala, chi ha un incidente. Che disgrazia fare un figlio nel XXI secolo.

Parliamo di persone, oggi. Di certi capi, ossessionati dal loro piccolo tornaconto, invidiosi del mondo, ottusi fino allo sfinimento. Roba da veder squarciare le Torri Gemelle in tv e domandare soltanto: "E adesso il mio pezzo sull'ortica che fine fa?". Roba da essere in ferie e presentarsi al lavoro alle otto del mattino. Roba da rabbrividire. Come Fassino che spalleggia Consorte, come le cooperative che non sono cose buone e giuste ma imprese uguali alle altre, come Prodi che da presidente dell'Iri ne ha fatte di cotte e di crude e continua a presentarsi come il "volto" della sinistra italiana. Come i Ds che non sanno cosa dire. Come le associazioni a delinquere che ci governano da anni. Come la faccia tosta di un premier barzelletta che s'indigna per l'"intreccio inaccettabile tra politica e affari".

Parliamo di sogni, oggi. Di certe magnifiche illusioni che coltivavamo da piccoli, che non erano né di destra né di sinistra e sapevano di more e cioccolato. Di chi ci ha detto che il lavoro nobilita l'uomo, di chi ci ha ripetuto che rubare è un reato, di chi ci ha mostrato con la sua vita che cosa significa essere onesti. E' l'esempio, capite, che ci frega: non possiamo prendercela con loro, con chi ci ha fatto illudere. Dobbiamo ringraziarli, invece. E' grazie a loro che pensiamo che valga la pena continuare. Ma senza l'arte e la letteratura, senza la fantasia, senza l'amore noi crediamo che non resisteremmo. E sappiamo che, come ciambella di salvataggio, non è poco.




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3 gennaio 2006


Level Right (o del nuovo femminismo)

Un racconto-risposta al post di Nonsolorossi...


-----Messaggio originale-----
Da: Silly Rastone
Inviato: venerdì 14 gennaio 3055 14.49
A: Marias Tonge
Cc: Zucche Rina, Croc Eline, Asia Mori
Oggetto: Forum Level


Non so davvero come sia possibile. Ha trentadue anni e ancora la sua faccia. La sua, capite? Gli zigomi bassi di quando è nata, lo stesso naso aquilino, le sue labbra spropositate. Mentre ride, le si arriccia la pelle intorno agli occhi, come onde intorno all’epicentro di un maremoto. Roba che non si vedeva dai tempi del 2000, quando le donne aspettavano anni per cominciare i ritocchi. Per fortuna oggi ci pensa lo Stato. Ma quante battaglie abbiamo combattuto perché ci fosse riconosciuto il diritto alla chirurgia plastica! Mi ricordo i sit-in giorno e notte, le riunioni dei collettivi estetici, le furibondi liti in tivvù, gli estenuanti processi in tribunale.
[Certo che questo brutto segno sul polso non accenna a scomparire. Serve ancora botulino]
E adesso lei, con quelle fattezze grezze, minaccia di farci ripiombare nel passato. D’accordo, ammetto che ha sacrificato la sua immagine per una lotta giusta: è intollerabile che nei Paesi del Sud del mondo la Plastic Surgery International debba ancora operare attraverso i volontari, per mancanza di fondi. Ma io non sarei mai ricorsa a una scelta tanto drastica: preferisco continuare a inviare il mio chirurgo sul posto, per interventi di beneficenza. Almeno così qualche compagna africana potrà sentirsi finalmente normale, uguale a tutte noi.
[Stasera videoincontro Ariel, ma soltanto perché ancora dobbiamo decidere lo standard universale 3056 del girovita: mi sta stancando l’elaborazione del Trattato di quest’anno]
E poi, ci pensate? E’ costretta a vestirsi, saccheggiando qua e là gli scarti delle nostre linee moda personalizzate, cancellando i nostri nomi e cognomi stampati ovunque. Nessun uomo ha il coraggio di sfiorarla durante i round d’accoppiamento. E’ stata esclusa dai cataloghi, ovviamente. Bisognerà inventarsi qualcosa per aiutarla, prima che la ricoverino forzatamente e la sottopongano al trattamento estetico obbligatorio.
[Si è collegata Daril, del gruppo di studio sull’altezza. Pare che abbiano finalmente trovato una soluzione per la taratura globale a un metro e novanta. La rivoluzione sarebbe completa]

-----Messaggio originale-----
Da: Roberto Satore
Inviato: venerdì 14 gennaio 3055 14.50
A: Riskin Di Seppia, Klaus Amerighi, Francy
Oggetto: Chepppppallle

Cazzo, ragazzi, che palle. Qui bisogna darsi una mossa. Non è possibile che a 17 anni abbiamo già finito il catalogo Seventeen. I miei non firmeranno mai l’autorizzazione per passare all’Eighteen. E mi viene il dubbio che siano tutte uguali pure lì: gli standard cambiano di pochissimo. Ormai mi eccito solo con la voce, ma Riskin sostiene che stanno lavorando per omogeneizzare persino le corde vocali. L’ologramma di storia, l’altro giorno, mi ha trasmesso un file di un secolo fa, pieno zeppo di foto e descrizioni. Una roba da sballo: c’erano delle strane gare in cui venivano scelte le più belle! E c’erano addirittura donne con i capelli corti! Come quelle riprodotte nelle serre cliniche dei laboratori di estetologia. Ogni tanto, quando l’ologramma di chirurgia ci consegna il set di ristrutturazione, mi viene la tentazione di lasciare il compito in bianco.
Ehi, ma quella chi è? Dico, sta fuori? Forse la mia webcam si è impallata… Non è possibile… Cammina proprio davanti alla fontana d’aria del Mall.
Riskin, la vedi quella? Cazzo, è una donna? Sì, pazzesco. Ha due tette fuori standard. Ce la fai a zoomare sul nome? “Level Right”. Level. Che figata di nome. Se mamma la vede, si incazza e la denuncia alla Vigilanza Anti-diversità. Cazzo, le vedi le mani? Le unghie sono corte e trasparenti, senza smalto rosso. E quella gobba sul naso cos’è? Una protesi non limata?

-----Messaggio originale-----
Da: Dott. Flavio Tuperti Rais
Inviato: venerdì 14 gennaio 3055 14.51
A: Cav. Dott. Edoardo Angioni
Oggetto: R: Difficoltà

Il fatto è che, davanti a quest’incartamento, rimango seriamente perplesso: ciò che più mi inquieta sono le possibili ripercussioni sociali del mio giudizio. E’ vero, come dici tu, che la sentenza è attesa per il mese prossimo, però le udienze rischiano di riaccendere quei conflitti che siamo faticosamente riusciti a sopire. L’attenzione dei media è spasmodica: finora il team è stato in grado di limitare al minimo indispensabile le fughe di notizie, ma resta il dato incontrovertibile che lei è una mina vagante. Il suo corpo deforme che trascina di area in area, nonostante sia coerente con il principio tecnocratico della libertà di circolazione delle informazioni, confligge con la norma fissata dal primo emendamento al codice penale: ogni violazione dell’uguaglianza fisica formale, accertata in sede legale e non correlata a obiettivi di sperimentazione controllata o a errori chirurgici non tempestivamente correggibili, è punita con la reclusione nella Clinica di Massima Sicurezza e la sottoposizione a trattamento estetico obbligatorio. La causa è certamente complicata dalle motivazioni che questa donna adduce: è innegabile che il nostro sistema, in ossequio ai princìpi di leale cooperazione con i Paesi al secondo grado di sviluppo, deve impegnarsi per l’allineamento degli standard estetici, assicurando ai Governi II il necessario sostegno economico. La finalità della protesta attuata è condivisa idealmente dall’Assise scientifica internazionale dei Paesi al nono grado di sviluppo, ma la lettera dell’ordinamento vigente mi impedisce di procedere con l’assoluzione. Mi auguro che non si inneschino reazioni emulative: la diversità, sebbene volta nella fattispecie a consolidare globalmente i nostri ideali rivelatisi vincenti per la civile e paritaria convivenza tra i sessi, rappresenta sempre e comunque una fiamma da spegnere tempestivamente.

-----Messaggio originale-----
Da: Fabrizio Sattelan
Inviato: venerdì 14 gennaio 3055 14.52
A: Sarah Cagnoni
Oggetto: che cosa ne pensi?

Cara,
stamane mi è accaduta una cosa insolita. Ormai sono anni che ricopio testi e opere antichi sulle pareti virtuali degli appartamenti di tutto il Paese. Non a caso sono considerato l’intellettuale più rappresentativo del nostro tempo. Ho elevato la riproduzione ad arte suprema: al mio confronto, Warhol era un dilettante. Solo l’identità fisica garantisce l’uguaglianza. E non nella forma anemica e sterile della clonazione: per essere uguali, bisogna sottoporsi a procedure di trasformazione organica. Il segreto sta qui: la vera evoluzione sta nel lavorare perché tanti boccioli differenti alla nascita di-ven-ti-no uguali.
Come ribadisco nel Manifesto dei Diritti chirurgici universali, ogni essere umano deve poter realizzare la massima uguaglianza resa scientificamente possibile dal progresso scientifico e tecnologico. Siamo riusciti nell’impresa eroica dell’azzeramento quasi totale delle differenze. Abbiamo dimezzato le invidie e i disturbi di comportamento legati al cibo. Siamo tutti magri, e belli, e attraenti. I greci sarebbero fieri di noi. Per non parlare dei filosofi estetici: nella nostra società, siamo stati capaci di rendere il giudizio estetico valevole per tutti gli esseri umani, indistintamente. La soggettività si è dissolta in un’oggettività medica, costruita, raffinata. Il sesso è finalmente considerato quello che è sempre stato: la mera veloce risposta a un’attrazione chimica, non il cemento fallace che avrebbe dovuto tenere in piedi coppie di uomini e donne per l’intera esistenza!
Eppure… eppure oggi, alle prime luci dell’alba, il mio aeromoto ha incrociato una macchina antiquata: era un modello dei primi del 3000, guidato da quella donna anomala, fuori standard, che combatte la sua lotta per i diritti dei Governi II. Sono rientrato alla base e non sono più riuscito a lavorare. Quel viso mi ossessionava, come una gelosia. Alla fine, i miei occhi hanno digitato una frase anomala sulla tastiera, che non riesco a decifrare. “Come ghiaccio/solco il palmo/e nella stretta/brucio il rito”. Sembrerebbe quasi… E’ impossibile… Sembrerebbe poesia. Un obbrobrio, certamente. Embrioni di versi che ho subito provveduto a nascondere. Però… poesia.


Lettera cartacea contenuta in un plico giunto al consolato di Gaborone e indirizzata a Camilla Pittarro. Mittente: Novella Angelici.

Cara mamma,
anche se volessi vedermi, non potresti più riconoscermi. Vivo ai margini di una società iper-evoluta, con i monitor puntati addosso ovunque vada. Sono decisamente grassa, rispetto agli standard. Ho un seno più gonfio e più cadente delle compagne che popolano il catalogo Thirtytwo, simile a un picco verso il basso di un tracciato regolare. Il mio naso è la nota stonata di una sinfonia perfetta. Io sono il mio naso.
Tutto è cominciato con quel viaggio in Botswana. Avevo quindici anni quando sono venuta a trovarti: l’anno successivo avrei dovuto iniziare i trattamenti. Mentre passeggiavo lungo le rive del fiume, tra i gigli d’acqua e gli chalet di bambù, guardavo le donne. Quelle per cui tu hai abbandonato me. Oggi puoi ritenerti soddisfatta e orgogliosa. Il tempo ti ha dato ragione: l’applicazione nei Paesi del Sud del nostro metodo di controllo sessuale basato sui cataloghi ha funzionato. Siete riusciti a fermare l’Aids.
Nei villaggi sono rimasta sconvolta. Tanto le donne che ero abituata a incontrare a casa erano belle e conformi, quanto loro erano goffe e spaventosamente diverse l’una dall’altra. Ho immaginato le angherìe che erano costrette a subìre, le stesse che opprimevano le nostre antenate. Quel miscuglio letale di gelosìe reciproche, desiderio di imitazione, soprusi e sofferenze scatenato dalla competizione fondata esclusivamente sul corpo. Quella che offendeva l’intelligenza, relegandola a un ruolo marginale, e la cultura, che non bastava mai a compensare le carenze fisiche. E per che cosa, poi? Per la misera volubile attenzione degli uomini. Puah.
E’ stato allora, in mezzo alla laguna di Xaxaba, che ho scelto l’astensione chirurgica. Cercavo un messaggio forte da riportare a casa, un segnale che richiamasse l’attenzione. L’unica soluzione era che il messaggio fossi io. L’anno successivo è partita la finzione: non mancavo a un solo appuntamento dal chirurgo estetico di famiglia, ma adducevo mille scuse perché non avviasse il trattamento. Sputavo in bagno gli integratori e le bevande al collagene che mi preparava papà. Falsificavo i certificati per evitare almeno otto delle dodici ore settimanali obbligatorie di fitness elettronico.
Ci sono voluti due anni perché papà e gli insegnanti si accorgessero della mia protesta. Le mie compagne l’avevano notata molto prima, attente com’erano ai minimi dettagli dei nostri fisici in continua lavorazione. All’inizio avevano ipotizzato un rigetto, ma si sarebbe trattato di un caso rarissimo, viste le terapie biologiche disponibili. Ho deciso comunque di rivelare tutto subito, perché non circolassero pettegolezzi tali da distrarre l’attenzione dal mio obiettivo. Da allora, lotto con questo corpo così naturale, così atrocemente a-chirurgico. Niente rino, blefaro, labio e mastoplastica, niente liposuzione, niente infiltrazioni, dermoabrasioni e terapie sclerosanti. Nessun autotrapianto di capelli, né addominoplastica. Nessuna iniezione di staminali rigenerative. Sono sprofondata nel passato per cambiare il futuro e seguire le tue orme, ma giocando in casa. Non so più dove tu sia: sono venuta a Gaborone dieci giorni fa, ma di te non c’era traccia.
Volevo parlarti, sai? I dialoghi qui da noi si sono fatti così rari… Comunichiamo quasi esclusivamente attraverso i monitor, schizziamo sulle nostre macchine lungo le autostrade, lavoriamo blindati nelle nostre case, gelosissimi di ogni informazione. A proposito: la mia casa è una specie di grande conchiglia azzurra in cui mi rannicchio, come se potessi ascoltare il mare. I miei terminali pullulano di messaggi di incoraggiamento, ma nessuno ha seguito il mio esempio. Mi vedo orribile e sono obbligata a cucirmi da sola, su capi usati, le etichette di riconoscimento, perché la Casa stilistica nazionale mi ha eliminato dalle linee di produzione. E’ un vezzo, lo so: non c’è bisogno di etichette perché gli altri mi riconoscano. Ho anche cambiato nome: mi faccio chiamare Level. Level Right. Il diritto al livellamento anti-differenze. Sto per essere giudicata dalla Suprema corte dei diritti chirurgici, ma era esattamente qui che mi prefiggevo di arrivare. O mi condanneranno al trattamento chirurgico obbligatorio oppure i nostri Governi dovranno intervenire d’urgenza laggiù. Ci pensi, mamma? Sarebbe tutto merito mio. Saresti finalmente fiera di me. E non finirebbe qui: invecchierei come le donne di un secolo fa. Le mie rughe, i solchi del tempo che abbiamo cancellato dalla nostra vista, diventerebbero un affronto alla pubblica morale estetica, che potrei utilizzare per altre battaglie di uguaglianza.
Ci pensi, mamma?

(emmeper)





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3 gennaio 2006


Cinemascopico/ Cari registi, basta con i regali a voi stessi

Prendete un regista ossessionato da un cortometraggio del 1962, fondatore di un manifesto cinematografico anti-hollywoodiano (Dogma), anti-borghese e anti-individuale basato su una serie di regole ferree. Prendete il regista di quel cortometraggio, re dei documentaristi danesi.  Metteteli insieme. Mescolate. Otterrete "Le cinque variazioni" (Lars Von Trier e Jorgen Leth, Danimarca, 2003), un film che è una vendetta e un gioco e anche la dimostrazione del teorema di Dogma.

La ragione è semplice. Von Trier è innamorato del corto in bianco e nero "L'uomo perfetto", diretto da Leth quasi 40 anni prima: 12 minuti interpretati da un bravissimo Claus Nissen, nella parte, appunto,  dell'uomo perfetto. Pare che Von Trier lo abbia visto più di trenta volte. Un'ossessione e un rimpianto: non averlo girato lui.
Come rimediare? Telefonando a Leth nel 2000 e sfidandolo a dirigere un remake de "L'uomo perfetto". Seguendo però delle regole rigidissime: deve girarlo a Cuba, dove non è mai stato; ogni inquadratura non può essere più lunga di 12 fotogrammi (circa mezzo secondo); non devono esserci domande (come nell'originale), ma soltanto risposte; non devono esserci set ricostruiti.
Leth parte e ritorna con la vittoria in mano. La prima variazione è riuscita. Von Trier non si arrende e rilancia: stavolta Leth dovrà girare il corto in un luogo "miserabile" e interpretarlo lui stesso. Leth sceglie Bombay e ritorna in Danimarca con la seconda variazione. Ce ne sarà ancora una terza (senza alcuna regola), una quarta (il corto diventa un cartone animato) e infine una quinta. Finalmente diretta dallo stesso Von Trier, che si prende la sua rivincita: la sua variazione è in realtà il racconto della sua profonda conoscenza di Leth. Al punto che gli fa leggere un testo pensato come lettera di Leth a Von Trier.

La nemesi è arrivata, la liberazione pure. "Le cinque variazioni" è psicanalisi allo stato puro, con la cinepresa al posto del lettino. E' un interessante esercizio di stile e insieme la prova (davanti ai detrattori di Dogma) che le regole possono stimolare la creatività, anziché annientarla. Ma è soprattutto un regalo che Von Trier fa a se stesso. Un fenomeno che sembra andare di moda negli ultimi tempi: si pensi a Tarantino con "Kill Bill" (niente più che un omaggio ai b-movies con cui è cresciuto) o a Polansky con "Oliver Twist" (l'ennesimo adattamento del capolavoro di Dickens, che tanto lo aveva colpito).
Come però il Tarantino migliore non è quello di "Kill Bill" e il Polansky migliore non è quello di "Oliver Twist", così il Von Trier migliore non è quello de "Le cinque variazioni". "Dancer in the dark""Dogville" stanno a "Le cinque variazioni" come "Pulp fiction" sta a "Kill Bill" e come "Rosemary's baby" sta a "Oliver Twist".
Basta regali a se stessi, al cinema noi cerchiamo storie. Sarà per questo che ogni sera ci stiamo ri-concedendo un film di Kubrick (l'ultimo è stato "Orizzonti di gloria", che consigliamo di vedere a tutti quelli che ancora pensano alla guerra come un male inevitabile). Perché là non ci sono masturbazioni: soltanto la mano e l'occhio del genio che si muovono alla scoperta del mondo.

(vai al precedente post di Cinemascopico)




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