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bloGodot [ Godot è arrivato e non ci piace ]
 



Mantra mattutino

ESTRAGONE Didi.

VLADIMIRO Sì.

ESTRAGONE Non posso più andare avanti così.

VLADIMIRO Sono cose che si dicono.

ESTRAGONE Se provassimo a lasciarci? Forse le cose andrebbero meglio.

VLADIMIRO C’impiccheremo domani. (Pausa). A meno che Godot non venga. ESTRAGONE E se viene?

VLADIMIRO Saremo salvati. (Vladimiro si toglie il cappello – che è quello di Lucky – ci guarda dentro, ci passa la mano, lo scuote, lo rimette in testa).

da "Waiting for Godot", Samuel Beckett


Mantra notturno

Che cosa significa “la realtà”? [...] A volte sembra nascondersi dietro forme troppo lontane perché ci sia possibile capire la loro vera natura. Ma qualunque cosa essa tocchi, viene fissata e resa permanente. E' questo che ci resta, quando abbiamo gettato dietro la siepe la buccia vuota del giorno; è questo che ci resta del tempo passato, dei nostri amori e delle nostre avversioni.

da “Una stanza tutta per sé”, Virginia Woolf



Per non morire mai

And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

"Late fragment", Raymond Carver



Per avere una meta

L'atlante del Gran Kan contiene anche le carte delle terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate: la Nuova Atlantide, Utopia, la Città del Sole, Oceana, Tamoé, Armonia, New-Lanark, Icaria.
Chiese a Marco Kublai: - Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quale di questi futuri ci spingono i venti propizi.
- Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta né fissare la data dell'approdo. Alle volte mi basta uno scorcio che s'apre nel bel mezzo d'un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s'incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d'istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie.
Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t'ho detto.
Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.
Dice: - Tutto è inutile, se l'ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: - L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
da "Le città invisibili", Italo Calvino



28 febbraio 2007


Nenio e la Bambina con i capelli a ombrellone: andate e leggete

Nenio e la Bambina con i Capelli a Ombrellone sono due bimbi violati ai quali è stata rubata l’infanzia tra le pareti domestiche, come troppo spesso accade. Sono eroi della sopravvivenza, costretti a reinventarsi per ritrovarsi. Sono personaggi "umani troppo umani", che adesso raccontano se stessi e pezzi d'Italia nei due nuovi romanzi-verità pubblicati da vibrisselibri, la casa editrice "anfibia" nata da un’idea dello scrittore Giulio Mozzi. 

"Nenio" di Eugenio De Medio e "Tana per la bambina con i capelli a ombrellone" di Monica Viola sono da oggi gratuitamente scaricabili dal sito www.vibrisselibri.net
E rappresentano la seconda coppia di testi edita da vibrisselibri, dopo quella sugli anni di piombo.

Sono pugni nello stomaco, zeppi di perle.
Garantiamo che non è affatto scomodo leggerli senza stamparli: incollano allo schermo.

La nostra metà femminile è incantata dalla Bambina con i Capelli a Ombrellone, dal suo smarrirsi nell'odio degli anni Settanta e nella frivolezza vuota degli Ottanta. E' stregata dalla magica colonna sonora del libro che, da sola, batte il tempo del romanzo. Dai Pink Floyd ai Gong di Daevid Allen e Steve Hillage, da Guccini a De Gregori, dagli Chic alla Sugarhill Gang, dai Genesis agli Earth Wind & Fire, da David Bowie ai Genesis, fino a Madonna e ai Duran Duran, icone pop di un decennio pop, per concludersi con il lirismo degli Smiths. Dice bene Lidia Ravera nella quarta di copertina: "La piccola educazione sentimentale di una bambina sincera e scostumata. Un’apologia del disagio giovanile come solo e insostituibile motore per una formazione decente. Epica frammentaria di pigrizie e crudeltà, alla ricerca di un po’ d’amore, anche poco, anche usato, anche effimero. Un bel personaggio, la Bambina con i Capelli a Ombrellone, tana per lei, fra Flaubert e Woody Allen".

La nostra metà maschile è stravolta da "Nenio". Dal suo terrore di restare "incinto", dai tic, dai segni della disgregazione, dalle impronte concrete della violenza. Dalla prosa nitida, dallo scavo psicanalitico.

In entrambi i casi, andate e scaricate.
Troverete - gratis - testimonianze senza pari. Storie contemporanee di eroi della sopravvivenza. Come ce ne sono tanti, troppi.
E ci darete una mano - gratis - nella forma di lotta che con e attraverso vibrisselibri stiamo portando avanti. Non vi sembra la provocazione *suprema*, in una società dominata dal profitto, lavorare gratis per creare libri gratuiti?




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21 febbraio 2007


E' la democrazia, bellezza

Ci dispiace e speriamo che non torni l'allegra brigata berlusconiana.
Ma, ahinoi, è la democrazia.
Per consolarci con la letteratura - passione che, per fortuna, non ci tradisce mai - per oggi traslochiamo qui. Aspettando la Grazia.




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19 febbraio 2007


Il silenzio Gela



A Gela - il Sud del profondo Sud italico - si sta consumando un piccolo grande scontro. Il Movimento per l'Autonomia, formazione politica di centro-destra guidata da Raffaele Lombardo, sta conducendo una battaglia (anche contro il sindaco) per la riconversione del petrolchimico di Gela, di proprietà dell'Eni, voluto da Enrico Mattei in persona. Ieri si è tenuta una manifestazione cui hanno partecipato 50 sindaci siciliani (tra cui, ahinoi, il plurilampadato Scapagnini), oggi Lombardo ha annunciato di aver cominciato lo sciopero della fame.

Non abbiamo gli elementi per fare della dietrologia politica sulla protesta (ma certo immaginiamo che in gioco ci sia ben altro), ma la faccenda merita di essere segnalata. Motivo del contendere è da anni il pet-coke o coke da petrolio, un residuo solido del processo di raffinazione del petrolio, che viene accatastato all'aperto con pale meccaniche in attesa di essere bruciato nella centrale termoelettrica. Nel 2002 il tribunale fermò l'impianto, l'unico che produce pet-coke (alla Erg di Priolo, all'Api di Falconara e alla Saras di Sarroch la raffinazione non arriva al carbone di petrolio: rimane il "tar", un fluido che viene trasformato in gas puro e bruciato in centrali elettriche ad alto rendimento energetico). Secondo i giudici, infatti, il pet-coke era un rifiuto e veniva usato dallo stabilimento di Gela senza le relative autorizzazioni.
Sfilarono in 30mila per chiedere la riapertura del sito: la paura di perdere il posto vinse, come succede sempre, la paura di perdere la salute. E intervenne il Governo a salvare capra e cavoli: il decreto Ronchi (legge 82/2002) di fatto escluse il pet-coke dal novero dei rifiuti e ne autorizzò l'utilizzo come combustibile "per uso produttivo". Come scrisse Giancarlo Santalmassi sul Sole-24 Ore del 10 marzo 2002, "il Governo venerdì ha trasformato il pet-coke, da rifiuto tossico e vietato, in combustibile innocuo e lecito con cui marcia il Petrolchimico di Gela". Due anni dopo anche la Corte di giustizia Ue ha salvato l'Eni, stabilendo pomposamente che il pet-coke non è un rifiuto, ma un combustibile.

Provate a cercare in rete notizie sul pet-coke. Rimarrete allibiti. E' un altro esempio di disorientamento voluto. E' un veleno, ma nessuno lo dice. Eppure l'8 febbraio scorso, il sottosegretario all'Ambiente, Laura Marchetti, messa alle strette da un'interpellanza di Giuseppe Maria Reina, ha risposto così:

"Anzitutto, il ministero dell'ambiente non può non condividere le impostazioni generali seguite dagli interroganti, le preoccupazioni sull'urgenza, l'analisi politica complessiva.
In secondo luogo, con riferimento alle competenze proprie del Ministero, appare anzitutto urgente ripristinare l'inclusione del pet coke tra i rifiuti e conseguentemente applicare la normativa di riferimento. Come è ricordato nel testo dell'interpellanza, infatti, questo scarto di lavorazione è stato elevato a rango di combustibile solo ed esclusivamente con l'intento di evitare conseguenze sociali determinate dall'intervento della magistratura, pur dovuto, in riferimento alle pratiche di gestione del residuo da parte dell'azienda proprietaria degli impianti. Va però evidenziato come tale provvedimento sarebbe opportuno fosse accompagnato da un più ampio coinvolgimento delle istituzioni nazionali e locali, dei soggetti economici coinvolti e dei sindacati, al fine di evitare il ripetersi di incresciose tensioni sociali come quelle che hanno ispirato l'intervento di cui si chiede la revisione. In questo senso, bene hanno fatto gli interpellanti a mettere in evidenza la necessità di evitare che l'uso del ricatto occupazionale finisca con il produrre distorsioni normative che non solo non sono sufficienti ad offrire una maggiore garanzia sotto il profilo lavorativo ma per di più espongono i lavoratori stessi e la popolazione in generale ad ulteriori elementi di rischio sanitario. È pertanto intenzione del Ministero dell'ambiente riaprire un tavolo di trattative specifiche sull'uso del pet coke indirizzato a garantire il rispetto della salute dentro e fuori gli impianti, nonché la corretta interpretazione delle normative europee in merito alla definizione di «combustibile» e di «rifiuto».
Per quanto poi attiene agli interventi di bonifica dell'area industriale in oggetto, già inclusa tra quelle ad elevato rischio di crisi ambientale ai sensi della legge n. 462 del 1998, il Ministero dell'ambiente ha concordato con le autorità regionali quattro linee di intervento prioritario che riguardano la potabilizzazione delle acque, il disinquinamento del suolo e del sottosuolo, l'abbattimento dell'inquinamento atmosferico e la garanzia della massima sicurezza dei luoghi di lavoro.
Su questi interventi, si è in attesa di ricevere le indicazioni di ciascuna delle amministrazioni coinvolte anche in merito alle risorse economiche disponibili ed agli strumenti tecnici più efficaci da usare per il rapido raggiungimento degli obiettivi. Va però rilevato che, nelle more degli interventi urgenti necessari, il problema dell'impatto complessivo del sito industriale di Gela-Priolo-Melilli sull'intero territorio, ed in particolare il preoccupante dato relativo all'incidenza di malformazioni neonatali che si riscontra nella popolazione residente nell'area interessata, può e deve essere affrontato nelle più alte sedi istituzionali."

Gli studi epidemiologici vanno letti attentamente per cavarci informazioni attendibili. Secondo il rapporto dell'Oms sulle aree a elevato rischio ambientale, nell’area del Comune di Gela si registrano eccessi significativi per il tumore allo stomaco e il tumore al colon retto e al fegato, con una mortalità che risulta per tutti i tumori superiore all’atteso regionale. L'allarme sulle malformazioni congenite è stato di recente confermato da uno studio condotto dalla Sezione di epidemiologia dell'Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche, sede di Pisa: dal 1991 al 2002 nell'area sono stati accertati 520 casi di malformazioni su 13.060 nuovi nati. Un tasso di prevalenza pari a 398 su 10mila nascite, due volte più alto rispetto a quello riportato dal registro siciliano Ismac (182/10.000) e da quello italiano (205/10.000).

"Ci chiediamo se un altro Sud è possibile", scrive un consigliere comunale, l'avvocato Milena Santonocito, in una bella lettera che ha mandato anche a noi. E aggiunge: "Tra gli acri effluvi di anidride carbonica dispersi nell’aria, anche per decine di chilometri a seconda del vento che soffia, Gela diventa la 'capitale' di un modello di sviluppo neocoloniale per tutta la Sicilia orientale. E’ un percorso difficile e complesso che si trascina dietro il grande torto di non aver saputo trovare una sintesi virtuosa fra tradizione e modernità, in nome di un progetto di società che non rinneghi le specificità culturali, che non disperda il patrimonio storico e naturale, in virtù di un mitico sviluppo onnivoro, fondato su grandi opere. Ma forse più che di torto, si tratta di un tradizionale e consolidato approccio allo sviluppo del Mezzogiorno, inteso come unico blocco periferico, assolutamente deprivato di spirito critico costruttivo, anche quando le speranze suscitate dalla febbre del petrolio iniziano a svanire e non soltanto per la riduzione progressiva della forza lavoro".

Ci è piaciuto molto quest'articolo scovato in rete sulla vicenda. Soprattutto per la domanda finale ai cittadini di Gela: "Ma non siete stanchi di vivere così?". Domanda che, a dire il vero, ci autoponiamo tutti i giorni anche noi.




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16 febbraio 2007


Noi satyagrahi demodé



Niles McMaster, Gandhi

Alzi la mano chi è in grado di capire qualcosa di ciò che succede in Italia in questi giorni.
Ne abbiamo lette e sentite di tutti i colori:

I brigatisti erano pronti a colpire, anzi no: avevano già colpito prima dell'aprile 2006 (secondo le poche righe sibiline del decreto di perquisizione emesso nei confronti degli ultimi indagati).
I brigatisti sono giovani, anzi no: molti erano conosciuti da tempo, dentro e fuori il sindacato.
Il sindacato non c'entra niente: è usato come copertura (Epifani).
Serve più vigilanza nei sindacati (Prodi).
I brigatisti avevano rapporti con la 'ndrangheta (Repubblica) e si ispiravano alla lotta no Tav (la boiata pazzesca e pretestuosa de La Stampa di due giorni fa).
I brigatisti sono "quattro sciaguratelli: nel mondo la partita si gioca su elementi ben diversi" (Pietro Ingrao).
La manifestazione di Vicenza contro la base militare Usa potrebbe "saldare le ostilità contro le forze dell'ordine" (parole del ministro dell'Interno, Giuliano Amato).
L'operazione dei giorni scorsi è stato soltanto un pretesto per distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica dalla manifestazione di Vicenza (tesi sostenuta da alcuni ambienti della sinistra antagonista).
Berlusconi fa schifo (Diliberto).
La sinistra semina odio (Berlusconi).

Fanno ancora più impressione i ragionamenti intorno al conflitto sociale.
"Costruiamo organismi del partito comunista come prima tappa per la ripresa del processo rivoluzionario in Italia", titola il documento costitutivo datato febbraio 2001 e ritrovato in casa di Davide Bortolato, quadro della Fiom-Cgil (lo racconta Giuseppe D'Avanzo oggi su Repubblica). E più avanti, continua: "Man mano che la crisi del sistema capitalista procede e provoca il movimento delle masse, emerge la necessità di valicare il confine della legalità borghese. Il partito deve raccogliere questa necessità e organizzarla adeguatamente in appositi ambiti coperti".
Il condirettore del Manifesto, Gabriele Polo, nell'editoriale di ieri - 
titolo: "La confessione" - ammette di aver fondato a Torino un'associazione mutualistica di lavoratori con Vincenzo Sisi (l'uomo che teneva il kalashnikov sepolto in giardino, la cui moglie è caduta dalle nuvole) e scrive in un passaggio cruciale, a nostro avviso gravissimo:
"Chi è stato arrestato lunedì scorso, quelli che ora si dichiarano "prigionieri politici", non sono alieni infiltrati nei movimenti, nei partiti, nelle organizzazioni di sinistra. Sono persone che considerano insufficiente o impotente il conflitto sociale in campo aperto, che non credono più alla partecipazione politica, perché la politica sembra loro impermeabile alla società e, quindi, se ne inventano un'altra, sbagliata e potenzialmente criminale. Non si combattono
chiedendo a tutti gli altri di starsene a casa in silenzio, ma offrendo ascolto alla radicalità di chi si oppone, esaltando la partecipazione, riconducendo la delega ai suoi confini naturali di parzialità del gioco politico".

Ma come si può offrire ascolto alla radicalità di chi, per opporsi, istituisce un "esercito rosso", accumula arsenali e progetta attentati in nome della necessità di "valicare il confine della legalità borghese"? Davvero sembra di essere tornati indietro di trent'anni, quando il dilemma era quello di legittimare o meno le Br come interlocutori istituzionali.
In tutto questo disquisire sulle crisi del capitalismo, sulle infiltrazioni, sulla partecipazione democratica e sui mutamenti della classe operaia (ma ci pare che più di uno sotto sotto sia contento della ripresa dei fermenti nelle fabbriche, ignorando quanto siano diversi gli operai di oggi da quelli di cui parlava Marx), ci fanno quasi sentire imbecilli, noi che abbiamo ficcata in testa una cosa semplice semplice, una banalità, un'ovvietà: no alla violenza. No alla violenza. No alla violenza. No alla violenza. No alla violenza. No alla violenza.
Senza i se e senza i ma divampati a destra e - soprattutto, purtroppo - a manca.

P.S. Sia chiaro: domani chi può vada a Vicenza.





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13 febbraio 2007


L'insostenibile terrorismo di ritorno


Umberto Boccioni, La città che sale (1910)

Lasciamo stare i cinquantenni come Vincenzo Sisi, delegato Cgil della Ergom, o il leader Alfredo Davanzo, già condannato a dieci anni, fermato nove anni fa a Parigi e subito lasciato andare. Gente che nel 1977 aveva vent'anni, che gli anni di piombo li ha vissuti sulla propria pelle, che la scelta della lotta armata l'ha operata subito dopo la Grande Delusione del '68.
Lasciamo stare i cinquantenni, dunque. Prendiamo la reclutatrice Amarilli Caprio, 26 anni, iscritta alla Filt-Cgil, che aveva il compito preciso di fare proseliti all'università. O Massimiliano Gaeta, 31 anni, tecnico della Aistom Power e delegato Fiom. O i fratelli Toschi - Alessandro, 24 anni, e Massimiliano, 26 anni - entrambi iscritti alla Fiom. O ancora Federico Salotto, grafico di 26 anni. O Alfredo Mazzamauro, ex bibliotecario alla Bocconi e adesso inviato a Milano per reclutare nuove leve negli atenei. E' il più giovane dei 15 militanti del Partito comunista politico militare, arrestati ieri: ha 21 anni.

Che ci fanno questi under 30, questi "bravi ragazzi" (come li ha definiti l'avvocato), dentro questo gruppo folle? "Si consideravano in guerra con lo Stato ed erano disposti a tutto", ha detto il pubblico ministero Ilda Boccassini. Parola grossa, "guerra". Cristo, il disagio qui non c'entra. Essere "contro" neppure. Ci vuole più coraggio a fare le valigie e partire per aiutare davvero gli ultimi del mondo - i bambini del Darfur, le donne del Burkina Faso, i ragazzi colombiani - che a complottare idiozie nelle campagne venete. Ci vuole più coraggio a sognare rivoluzioni non violente che ad accumulare armi e rapine per uccidere. Cristo, il disagio, la precarietà e bla bla bla qui non c'entrano proprio niente.

E non ci bastano, stamattina, le parole mosce di Guglielmo Epifani, segretario Cgil: "Ci stanno usando come copertura per poi colpirci". Ben sette dei 15 avevano la tessera sindacale in tasca, sei a Padova. Sono tanti, troppi.
Non ci bastano le parole del segretario locale della Fiom, Leonardo Mazzotta: "Sì, sapevamo che Bortolato e gli altri frequentavano il centro sociale Gramigna. Sapevamo che lì parlano sempre di rivoluzione e lotta di classe. Ma dire che un giorno ci sarà la rivoluzione non è reato. Come potevi mandarli via con un'accusa come questa?".
E già. Meglio chiudere un occhio. Sono ragazzate, giusto? Peccato che qualcuno nascondesse kalashnikov in giardino. Peccato che progettassero di uccidere l'ennesimo giuslavorista, Pietro Ichino. Come se studiare il mondo del lavoro fosse un crimine, perché studiarlo significa allontanarlo dalle ideologie e avvicinarlo alle donne e agli uomini in carne e ossa. Titola bene Repubblica (pag. 6): "Da Guido Rossa all'omicidio Biagi torna lo spettro dei compagni che sbagliano".

Torna perché a distanza di trent'anni nessuno vuole parlarne, trincerandosi dietro la dura condanna pubblica del terrorismo del vecchio Pci e dietro le dure requisitorie di Luciano Lama contro le Br. Torna perché gli anni Settanta sono un vaso di Pandora che le lobbies oggi al potere hanno tutto l'interesse a tenere sigillato.

Geniale, per dipingere la cortina di silenzio che avvolge gli anni Settanta,  la vignetta di Ellekappa (pag. 3 di Repubblica di oggi):
"Assurdo dopo trent'anni dover parlare ancora di Br"
"Stavamo discutendo tanto bene della breccia di Porta Pia"

Ri-Consiglio di lettura: "Una tragedia negata" di Demetrio Paolin. Vale. E per giunta è scaricabile gratuitamente.




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8 febbraio 2007


Ristrutturazioni, destrutturazioni


Jean-Marie Poumeyrol, La Sente Etroit, 1976

Oggi sono spuntati i mattoncini sulle volte del soffitto. Sbiaditi, ma pronti ad essere rispolverati.
E' un'emozione faticosa ristrutturare una vecchia casa. "Dietro ogni ristrutturazione c'è una storia d'amore", ci ha detto un'amica venerdì scorso.
Ce ne sono tante, a dire il vero.
Le case raccontano i popoli, testimoniano la storia. Le capanne africane di fango e paglia, i grattacieli di New York e di Shangai, le casette di legno norvegesi, gli austeri palazzi viennesi, le palafitte rimaste a Bangkok.
Le mura parlano. Dietro sei strati di carta da parati abbiamo ritrovato vecchissimi affreschi, righe rosse e blu a incorniciare le pareti. Dovremo ricoprirli, perché sono troppo indistinti per poter essere recuperati. Con la pena nel cuore, però.
I mattoncini, invece, sono salvi. Erano spariti soffocati dalla calce, eppure hanno resistito. Ci terremo stretta all'ingresso una traccia del 1885, l'anno di nascita del palazzo. Penseremo a chi ci ha preceduto protetto dallo stesso tetto. Alla fortuna che abbiamo ad avere un tetto. Al diritto alla casa, troppo spesso calpestato. Alle famiglie che occupano, a destra e a sinistra. Ai bengalesi che vivono in dodici al piano di sopra. Ai mostri edilizi che dovrebbero riempire di rimorsi gli ingegneri e gli architetti che li hanno progettati, che hanno lucrato sulla miseria altrui violando la dignità degli inquilini. Alle decine di senzatetto che vediamo accamparsi ogni sera davanti all'ufficio postale di Via Marsala, alle spalle della stazione Termini, con i cartoni, i giornali e qualche bottiglia di birra.
Chiudiamo gli occhi e passiamo oltre, come tutti. Le nostre città pullulano di invisibili e di ciechi.




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1 febbraio 2007


Le nostre poesie/ Trenta candele da soffiare

(la mia generazione)

sventravano cappelli la notte davanti al mare
gettavano gli ami dai terrazzi per pescare parole
era una caccia grossa all’amicizia
era un’imboscata alla vecchiaia

me li ricordo i muscoli frementi e tesi
gli odori del gel e dei sudori
rossori al contatto con pelle nuova
le ragazze profumavano di phon

i denti erano sempre in primo piano
(mica come ora)
i denti trofei di una battaglia vinta
perché non combattuta ancora
i denti delizia della lingua, e marmo

criselefantino ripetuto a scuola – la vergogna
di sapere la risposta. meraviglia
oggi quell’ansia di uguaglianza senza voglia
di vestire completi e distinzione

il doppiopetto avrebbe marciato a marzo
e scatenato quei hiarori:                              
di grazia, all’improvviso, un Arlecchino grigio        
s’impadronì di loro scalzò i furori vinse allori

quale è stato il volo, dove è morto
quando han perso l’ossuta distrazione
chi ha sbagliato la conta delle more:
trenta candele da soffiare, mosche in mano

una metà sprecata del cammino
come una mezza mela marcia
e l’altra ancora da addentare
tra le braccia fioche di papà futuro.

© emmeper




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