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bloGodot [ Godot è arrivato e non ci piace ]
 



Mantra mattutino

ESTRAGONE Didi.

VLADIMIRO Sì.

ESTRAGONE Non posso più andare avanti così.

VLADIMIRO Sono cose che si dicono.

ESTRAGONE Se provassimo a lasciarci? Forse le cose andrebbero meglio.

VLADIMIRO C’impiccheremo domani. (Pausa). A meno che Godot non venga. ESTRAGONE E se viene?

VLADIMIRO Saremo salvati. (Vladimiro si toglie il cappello – che è quello di Lucky – ci guarda dentro, ci passa la mano, lo scuote, lo rimette in testa).

da "Waiting for Godot", Samuel Beckett


Mantra notturno

Che cosa significa “la realtà”? [...] A volte sembra nascondersi dietro forme troppo lontane perché ci sia possibile capire la loro vera natura. Ma qualunque cosa essa tocchi, viene fissata e resa permanente. E' questo che ci resta, quando abbiamo gettato dietro la siepe la buccia vuota del giorno; è questo che ci resta del tempo passato, dei nostri amori e delle nostre avversioni.

da “Una stanza tutta per sé”, Virginia Woolf



Per non morire mai

And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

"Late fragment", Raymond Carver



Per avere una meta

L'atlante del Gran Kan contiene anche le carte delle terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate: la Nuova Atlantide, Utopia, la Città del Sole, Oceana, Tamoé, Armonia, New-Lanark, Icaria.
Chiese a Marco Kublai: - Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quale di questi futuri ci spingono i venti propizi.
- Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta né fissare la data dell'approdo. Alle volte mi basta uno scorcio che s'apre nel bel mezzo d'un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s'incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d'istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie.
Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t'ho detto.
Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.
Dice: - Tutto è inutile, se l'ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: - L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
da "Le città invisibili", Italo Calvino



26 settembre 2006


I nostri racconti/ Randagio-senza-frontiere



Corre ansimando, con le guance simili a uno stantuffo. Il lungomare sembra sbriciolarsi nel tramonto, come lo zucchero sul Pandoro la notte di Natale. I suoi pantaloncini verde militare, lisi e troppo grandi per lui, lo intralciano. Da lontano, risuona una cantilena minacciosa, velata d’ironia: "Dove vai, Randagio-senza-frontiere? Dove scappi? Tanto lo sai che ti veniamo a prendere".
Luigi Randagi, detto Randagio-senza-frontiere, accelera ancora, il mento trasformato in un pendolo impazzito, i pugni serrati bagnati di sudore. Supera la casa rosa di Giovanni, affacciata sullo stabilimento Lido, dove da marzo gli altri cominceranno a giocare a calcetto. Oltrepassa il mini-bar con il campo di bocce, dove la domenica le ragazze bionde e alte prendono il caffè. Costeggia il palazzetto dello sport, ricoperto di murales come il vagone di una metropolitana. Finalmente intravede il giardino di casa sua, con la tettoia di legno, i cespugli di roselline e l’innaffiatore verde appoggiato al cancello.
Luigi Randagi torna a casa così tutte le sere. La signora Lisa, sua madre, apre la porta e lo accoglie con il sorriso sulle labbra, la morte nel cuore e il solito grembiule azzurro a cuoricini bianchi chiazzato di ammoniaca. "Come è andata, tesoro?". Lui si precipita in bagno, al piano di sopra della villetta, con la vescica gonfia come un pallone aerostatico.
"Ti ho fatto il gateau di patate", urla adesso la signora Lisa, avvicinandosi al forno e sbirciando oltre il vetro. "Gattò di patate", ripete mentalmente Luigi, tirandosi su la cerniera dei pantaloncini e strofinando le mani sull’asciugamano giallo appoggiato accanto al lavandino. Dalla finestra aperta soffia un venticello caldo che fa sollevare la tendina. Luigi ci si piazza davanti, chiudendo gli occhi e lasciando che il sudore raggeli sulla pelle.
"Luigi, scendi?", chiede la madre dalla tromba delle scale, sistemandosi i capelli. "Arrivo", grida Luigi senza spostarsi dalla finestra. "E' colpa tua", sibila. "E' tutta colpa tua che mi hai messo al mondo". Poi afferra l'ultimo albo di Dylan Dog, "Il pifferaio magico", e si precipita giù, a due scalini alla volta.
La signora Lisa sta apparecchiando per due, come da tre mesi a quella parte. "Quando torna papà?", domanda Luigi, sgranocchiando un grissino. "Lo sai che rimarrà a Monrovia ancora per un mese", risponde sua madre. Un piatto le sfugge dalla mano sinistra, scivola lungo il grembiule e si schianta sulle mattonelle di marmo scuro, frantumandosi in sette pezzi. Li conta Luigi, mentre li raccoglie, perdendosi tra le venature grigie del pavimento come in un mini-viaggio allucinogeno. Il telefono portatile squilla con il suo suono sordo, vibrando sul piano d’appoggio accanto al lavabo.
"Pronto?", dice la signora Lisa.
Luigi ascolta imbambolato le parole della madre:
"Caro, ti sento malissimo".
...
"Come dici? Un ragazzo colpito al sedere? Ma allora continuano a sparare!".

"Non sto calma, non sto affatto calma".

"Anch'io, ma chiamaci spesso. Luigi ha preso nove in scienze!".

Poi, accostando il telefono all’orecchio e dando le spalle a Luigi, sussurra: "Ha bisogno di te, credo che abbia qualche problema".
Luigi sente solo “qualche problema” e arrossisce. "Vaffanculo lui e le sue missioni umanitarie", dice a voce troppo alta. La signora Lisa ha appena attaccato. E ha sentito.
"Cosa dici?".
"Vaffanculo lui e le sue missioni umanitarie".
"Ma come osi? Tu stai qui comodo, vai a scuola, leggi i fumetti, giochi a calcetto, vivi in una casa col giardino…".
"Papapapapa. Sempre le stesse cose...".
"Smettila. Dovresti essere orgoglioso di avere un padre che invece di fare il super primario negli ospedali ha deciso di aiutare chi sta male davvero, di mettere a rischio la sua vita".
"E a me chi ci pensa? Lo sai come mi chiamano, lo sai? Mi chiamano Randagio-senza-frontiere, così mi chiamano. Sai che gliene frega al Santo, a Michele e a quelli se papà sta in Liberia a operare i poveracci…Manco sanno dove sta, la Liberia. E neanch’io avrei dovuto saperlo, ecco".
Lisa si è irrigidita, la vena sulla tempia sinistra pulsa come una medusa. Guarda Luigi con i suoi occhi sgranati e accusatori. Vorrebbe prenderli uno a uno – Santo, Michele e quelli – e ammollargli un paio di ceffoni a testa. Vorrebbe che suo figlio non fosse inseguito e preso in giro tutti i santissimi giorni. Vorrebbe andarci lei, a scuola, al posto suo. Vorrebbe vederlo felice. Si sente sola.
Luigi si è seduto a tavola, il viso magro rosso di rabbia. Sfoglia nervoso Dylan Dog, poi si ferma a guardare la copertina: c’è lui, Dylan, che suona il flauto magico in camicia rossa. E dietro ci sono i demoni scheletrici che lo rincorrono, terribili ma resi innocui dall’incanto. Se qualcuno gli chiedesse di esprimere un desiderio in questo esatto momento, Luigi non avrebbe dubbi: vorrebbe soltanto una camicia fiammante, da duro, e quel piffero per azzittire tutti. E vorrebbe anche che suo padre tornasse a casa vivo.
"Il gateau è pronto", annuncia la signora Lisa, infilandosi il guanto da forno. "Su, mangiamo", aggiunge con un sorriso. "Così poi andiamo a prendere un gelato al chiosco: dobbiamo festeggiare il tuo nove".

Quando Jimmy arriva in ospedale sembra uscito da un albo di Dylan Dog.
Un gruppo di guerriglieri ha compiuto un’incursione in un villaggio fuori Monrovia, un lavoro rapido e pulito, una faccenda che non uscirà su nessun giornale.
Una cosa normale, quaggiù.
Routine.
Però stavolta se la sono presa con i bambini, e al dottor Randagi vengono i brividi. Jimmy avrà la stessa età di suo figlio, più o meno.
Gli hanno immerso la testa nell’acido.
Le palpebre si sono come ripiegate su loro stesse, sigillando gli occhi. Il naso si è consumato, la cavità della bocca si è allargata a raggio, scarnificandosi. Le orecchie sono due moncherini. I capelli e le sopracciglia sono bruciati via, lasciando chiazze strinate.
Tutta la testa, fino al collo, è come se fosse stata cotta.
Bambino negro al carpaccio, pensa il dottor Randagi.
Mentre guarda i brandelli di pelle che ancora continuano a sollevarsi ed arricciarsi, comincia ad organizzare il lavoro. Jimmy avrà bisogno di due dozzine di operazioni.
Cercare prima di aprire gli occhietti, contenendo la cicatrizzazione. Sistemare le narici. Applicare gli estensori appena sopra il cranio, per consentire all'epidermide di ricrescere il più larga possibile, spontaneamente.
La mente del dottor Randagi lavora frenetica, ma in maniera automatica, professionale.
Mentre lui ancora pensa alla telefonata con Lisa.

emmeper&aven




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22 settembre 2006


Post-it/ Emanuela Orlandi, il buio e un libro da non perdere

Vi ricordate di Emanuela Orlandi? Noi eravamo bambini quando scomparve nel nulla, appena quindicenne, all'uscita dalla scuola di musica che frequentava a piazza Sant'Apollinare a Roma. Da allora Emanuela, figlia di un commesso della Prefettura dello Stato Pontificio, è finita nel calderone dei misteri all'italiana: quelli come Ustica, come le stragi di Piazza Fontana e piazza della Loggia, come la bomba alla stazione di Bologna. Tutti senza colpevoli, tutti grondanti vittime innocenti.

Ora in libreria c'è "Extra Omnes - L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi", un libro imperdibile per chi vuole capire. Non "chi è stato" o dov'è Emanuela, se sia viva o se sia morta. Un libro per comprendere il contesto in cui la scomparsa di Emanuela si è verificata, l'Italia degli anni Settanta e Ottanta, di Craxi e di Moro, di Ali Agca e dell'attentato al Papa, letta e rivissuta con gli occhi di una coetanea della Orlandi: Gaja Cenciarelli, classe 1968, scrittrice e traduttrice, di casa dalle parti di Vibrisse.

La quarta di copertina recità così:
"Partiamo da un se. Alteriamo l'ordine della 'fabula', e peschiamo dall'intreccio di fatti e speculazioni. Se il teschio trovato il 14 maggio 2001 nel confessionale della chiesa di San Gregorio VII a Roma fosse quello di Emanuela Orlandi questo libro non avrebbe motivo di esistere. Il cerchio si chiuderebbe. Perché il se può essere raggelante. Paralizza. È una porta socchiusa dietro cui potrebbe nascondersi di tutto, è il terrore fatto parola. È la somma delle possibilità cui è appesa la nostra vita. Un se. Ma, d'altro canto, se quel teschio non appartenesse a Emanuela Orlandi, i fili di questa vicenda continuerebbero a penzolare, le parole si moltiplicherebbero, la 'fabula' sarebbe infinita. E, a sua volta, genererebbe un'ennesima serie di se. E di perché".

Giuseppe Genna, qui, ha già scritto un'ottima recensione. Noi vogliamo soltanto unirci all'elogio del coraggio di Gaja. Perché ha raccontato un'epoca ancora tabù. O meglio: un'epoca che i protagonisti (molti dei quali al potere ancora oggi o "figli" diretti di quegli anni) vorrebbero tabù. Anni bui per questo Paese, che hanno macchiato di nero la nostra storia e avvelenato il nostro presente. Dev'essere per questo che, a parte Gaja e pochi altri coraggiosi, nessuno ne scrive.

Post-it: lunedì 25 settembre alle ore 18 il libro "Extra omnes - L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi" (Editrice Zona) sarà presentato a Roma, alla libreria Feltrinelli di via Giulio Cesare 88, da Marco Ansaldo, Yasemin Taskin e Carlo D'Amicis. E naturalmente ci sarà anche l'autrice: Gaja Cenciarelli. Chi può vada.




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22 settembre 2006


Ermeneutica delle Risorse Umane



In Italia le "Risorse Umane" sono un'espressione da buttare. Carta straccia.
In una settimana, alla domanda "perché questo ritardo qui? perché non si è fatto questo? perché nessuno protesta?", ben quattro persone ci hanno risposto: "Vi ricordiamo che viviamo in Italia".
Già, viviamo in Italia. Il Paese in cui gente da quattro soldi diventa potente (e spesso miliardaria) non per un'idea geniale, una scossa produttiva all'economia stagnante del Paese, una innegabile abilità organizzativa, un progetto a lungo termine per il benessere collettivo. No. Diventa potente perché è più furba, più menefreghista, più delinquente e più "ammanicata". Senza scrupoli di sorta. Il principio vale per i politici, tranne rarissime eccezioni, per i manager pubblici e privati, per i nuovi ricchi stile Ricucci e Coppola. Ma vale anche per le realtà quotidiane in cui tanti di noi sono immersi.
Ma non divaghiamo. Dicevamo che le Risorse Umane sono carta straccia. Sapete perché? Perché non sappiamo (molti non vogliono, a dire il vero) valorizzare gli altri. Riconoscere i talenti. Esaltare i pregi. Troppi giovani diventano vecchi senza aver avuto la fortuna di incontrare sul loro cammino qualcuno che sapesse far loro da Maestro. Sono lasciati a marcire in posti di lavoro simili a gabbie. In troppi casi il lavoro intellettuale si sta trasformando in una catena di montaggio di stampo fordista: "manodopera" asservita, la cui creatività è convogliata verso l'unico obiettivo di produrre, alimentare la cordata dominante, distrarre.
Questo è il Paese in cui i colloqui di lavoro sono stati uniformati a quelli dei Paesi anglosassoni - mega équipe di psicologi-selezionatori, test attitudinali e di personalità, lavori di gruppo, interminabili sedute - ma i meccanismi di selezione sono rimasti per lo più identici: la conoscenza, la raccomandazione,  il diritto acquisito. Il Paese in cui comandano in cento, che spiano e vengono spiati, sbagliano e vengono perdonati, regalano e ricevono favori, prendono e lasciano. Mai nessuno che sia responsabile di qualcosa, mai nessuno che paghi. Se non i poveracci, of course, come in ogni oligarchia che si rispetti.
Tutto il resto - la pubblicità, la televisione, il marketing, l'"industria culturale" - serve a infiocchettare la realtà. Serve a indorare la pillola che continuiamo a ingoiare senza fiatare. Risorse Umane a servizio.




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15 settembre 2006


Un'invisibile meta per il week-end/ Moriana



"Guadato il fiume, valicato il passo, l'uomo si trova di fronte tutt'a un tratto la città di Moriana, con le porte d'alabastro trasparenti alla luce del sole, le colonne di corallo che sostengono i frontoni incrostati di serpentina, le ville tutte di vetro come acquari dove nuotano le ombre delle danzatrici dalle squame argentate sotto i lampadari a forma di medusa. Se non è al suo primo viaggio l'uomo sa già che le città come questa hanno un rovescio: basta percorrere un semicerchio e si avrà in vista la faccia nascosta di Moriana, una distesa di lamiera arrugginita, tela di sacco, assi irte di chiodi, tubi neri di fuliggine, mucchi di barattoli, muri ciechi con scritte stinte, telai di sedie spagliate, corde buone solo per impiccarsi a un trave marcio.
Da una parte all'altra la città sembra continui in prospettiva moltiplicando il suo repertorio di immagini: invece non ha spessore, consiste solo in un dritto e in un rovescio, come un foglio di carta, con una figura di qua e una di là, che non possono staccarsi né guardarsi."

Italo Calvino (da "Le città invisibili")

Ci sembra questo il modo migliore per salutare Oriana Fallaci: un viaggio a Moriana (pazzesche le assonanze). Per saggiare i lati nascosti, l'altra faccia delle medaglie, i rovesci dietro i dritti. Per non dimenticare quanto abbiamo apprezzato "Un uomo", "Lettera a un bambino mai nato", "Se il sole muore", "Insciallah", le complessità di certe scelte, gli inni alla libertà, il coraggio di andare per la propria strada, fiera e femmina in un mondo maschilista. Per non scordare, d'altra parte, quanto male ci hanno fatto quelle parole ultime, quelle invettive piena di tanta rabbia e poco orgoglio, quell'odio soffiato sul fuoco dell'odio.
Ci piace credere che convivere così a lungo con un tumore, in solitudine, sia una sfida difficilissima da affrontare. Ospitare un cancro può indurire e trasformare, incattivire e rendere intolleranti. Ci piace ricordare, della Fallaci, le ville di vetro e le colonne di corallo. E non la distesa di lamiere arrugginite e tubi neri di  fuliggine che ci ha sbattuto in faccia dal 2001.





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14 settembre 2006


La deriva triste dei giornalisti-pubblicitari

Questo è un assaggio di quello che qualcuno pensa siano i giornalisti. Pubblicitari e promoter "formati al mestiere" con un corso di due giorni. Full immersion, però. Siamo alla deriva. E ci chiediamo: ma l'Ordine che fa?

Rovigo, 14/09/2006

Oggetto: reclutamento inviati per TGeventi.
Gent.mo/a candidato/a,
Ti ringraziamo per la sollecita risposta; non perdo tempo in chiacchere e vado ad illustrarti sinteticamente le mansioni, oneri e onori del lavoro per il quale affronterai la selezione.
- inviato per TG dedicato ad eventi e manifestazioni, curiosità e personaggi nella Tua regione di appartenenza;
- incaricato di svolgere servizi-interviste della durata massima di 3 minuti comprese le immagini/foto ad essa dedicata;
- utilizzerai telecamera portatile formato miniDV della quale dovresti essere dotato;
- il TG eventi è settimanale della durata di 15 minuti (inizialmente);
- dovrai individuare ogni settimana almeno 2 aziende che siano interessate alla realizzazione di un redazionale da 2 minuti a pagamento, con il quale si paga la tua prestazione e la vita del TG nazionale, quindi parte della tua mansione è commerciale/pubblicitaria oltre che di cronaca culturale;
- non sono previsti fissi mensili (almeno inizialmente), ma la tua provvigione sui redazionali è pari al 30% del netto utile ed un redazionale costa in media 1.500-2.000 euro, quindi ogni settimana potresti guadagnare almeno 300 euro in media, portando a casa uno stipendio medio di 1.200 euro al mese; il tutto sarà scritto su apposito contratto di collaborazione con Videomedia.
- Sarai dotato di biglietti da visita personalizzati, email personalizzata (nomecognome@videomediaproduzioni.tv), pass stampa personalizzato della testata e possibilità di avere accrediti gratuiti per tutti gli eventi, concerti, spettacoli che andrai a seguire per la testata; gli uffici stampa delle istituzioniregionali saranno informati che esisti e che lavori per noi e ti contatteranno per la realizzazione di interviste e speciali redazionali.
Queste in sintesi le mansioni da noi richieste; ovviamente per i selezionati, verrà predisposto un corso di formazione GRATUITO di 2 gg full immersion, al fine di prepararvi al mestiere in modo autonomo e completo, toccando tutti i punti necessari per fare sempre una bella figura e portare a casa notizie di rilievo oltre che un cospicuo pacchetto di clienti privati ed istituzionali.
Il vantaggio di questo lavoro è che può essere da Voi gestito in autonomia, nel rispetto dei tempi di consegna dei lavori di ricerca e di spedizione delle cassette realizzate per la messa in onda; seguirà comunque regolare contratto di collaborazione redatto dal nostro studio legale di fiducia con i crismi necessari.
Un altro vantaggio è l'esperienza che ne deriva, forti del fatto che ognuno di Voi realizzando un contributo per il TG è parificabile ad un articolo da pubblicista e quindi può utilizzare questo metodo per accedere agli esami per diventare professionista come da regolamento dell'Ordine dei giornalisti.





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13 settembre 2006


Braccialarghe alla Rai, quando il nome è un programma





Mai nomina fu più azzeccata.
Il nuovo direttore del personale della Rai si chiama
Braccialarghe.
A buon intenditor...


P.S. Va bene, c'è anche Gianni Riotta al Tg1. E Braccialarghe passa per un manager bravo e silenzioso (finora a capo della Sipra, l'agenzia di pubblicità della Rai). Ma ci è venuto da ridere.




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11 settembre 2006


I nostri racconti/ 11 settembre



Tutti ricordano con estrema precisione cosa stavano facendo, quando hanno saputo dell'attacco alle torri gemelle. Chiedi in giro. Non troverai esitazioni. Qualcuno era in macchina con la radio accesa. Qualcuno era al lavoro, oppure in casa davanti alla televisione, che aspettava il fischio della caffettiera. Qualcuno era a spasso e un amico gli ha telefonato per dirglielo.
Giulia invece stava facendo un pompino.
Saranno state le tre e mezzo, forse le quattro. Lei era sul lettone in camera dei suoi, con il suo ragazzo di allora; si chiamava Lorenzo; e ci dava dentro avida e ispiratissima. Se c'era un momento della giornata in cui amava fare sesso, era nel primo pomeriggio, dopo pranzo. Quel giorno poi era uno di quelli in cui sei in vena da morire, senti il tuo corpo come una macchina perfetta, diventi uno strumento devoto al piacere della persona che ami.
E Giulia era innamorata. Non devi pensare male di lei. Era innamorata e le piaceva esserlo. Sperava di esserlo.
Ed era con amore che ora si stava dando da fare sul suo cazzo, con amore e desiderio. Le serrande erano abbassate quasi del tutto, a difendere la stanza dalla luce e dal calore di un settembre ancora estivo. La penombra era perfetta. Il pranzo era stato perfetto. Si erano messi d'accordo per mangiare insieme a casa sua, non avevano così spesso la casa libera perché sua madre non lavorava. Però quel giorno era andata a trovare la sorella fuori città, e ne avevano approfittato. Lorenzo era arrivato in fretta e aveva cucinato per lei. Cucinava meglio di lei, non aveva problemi ad ammetterlo. Quel ragazzo alto e dall’aria un po' misteriosa, che aveva conosciuto all'università appena un paio di mesi prima. Che la sapeva guardare come se esistesse solo lei al mondo.
Del resto, l'amore è questo: la rinuncia ad ogni altruismo. Ci sono giorni in cui non ti frega molto del tuo piacere, perché ti va di consacrarti al piacere dell’altro. Si sentiva geisha. Non voleva nemmeno scopare, nonostante sentisse montare l’eccitazione dentro di lei, come una marea, mano a mano che le cose si facevano più audaci. Perché le era sufficiente bearsi dell’espressione rapita di lui, godeva del suo piacere, mentre lo deliziava e lo tormentava con un ritmo irresistibile, ora frenetico, ora rallentato.
Sulla pancia di lui vide i primi lievi, quasi invisibili sussulti. Li conosceva bene e sapeva cosa significassero. Una specie di vibrazione che correva veloce sotto pelle. E anche lei andò sempre più veloce. Con un mugolio lui, che era semiseduto con le mani puntate dietro a sostenersi, si abbandonò, gettandosi sdraiato. Colpì inavvertitamente, con il dorso della mano, il telecomando che era buttato sul letto, sepolto sotto i suoi vestiti.
Fu in quel momento che si accese la tele.
Lui non se ne accorse nemmeno. Era sdraiato di spalle, e il volume era basso. Lei percepì il bagliore con la coda dell’occhio, ma non ci badò. Ma sai com'è subdola la tv. Il suo infido potere. Ti cattura l'occhio, è un attimo. Giulia sollevò per un istante lo sguardo e vide quella strana scena al rallentatore. Un aereo giocattolo che penetrava chirurgicamente quel grattacielo tanto familiare. Sullo sfondo un cielo azzurro, ma azzurro come solo il cielo sa essere. Non devi stupirti, data la situazione, che per lei non sia stato facile capire che quel giocattolo era un Boeing 767 pesante 180 tonnellate. Rimase immobile, la testa sollevata, il cazzo saldamente stretto nel pugno destro, collegato alla bocca semiaperta da due fili argentei di saliva. Preda di una strana nausea. Una scena impossibile. Una scena sbagliata.
Mentre continuava a guardare, le immagini tornarono bruscamente in diretta, mostrando la torre che veniva giù, senza troppa dignità, friabile come un biscotto. Fu allora che Lorenzo, bloccato intempestivamente alle porte del Nirvana, sollevò appena la testa e guardò Giulia con aria interrogativa. Diede una spinta col bacino, affinché lei riprendesse il movimento. Lei sussultò, lo guardò assente e per un momento parve non riconoscerlo. Guarda, gli disse, che sta succedendo, dio mio. Lui gettò la testa all'indietro e diede una veloce sbirciata allo schermo, cogliendo solo l'immagine di un polverone grigio che avanzava minaccioso verso un gruppo di persone.Tutti correvano sparpagliandosi e si sentiva l'ululato di diverse sirene. Lorenzo non sembrò toccato più di tanto. Si sollevò di nuovo sui gomiti e sussurrò non fermarti ora, con una voce talmente rauca che non sembrava più la sua. Ti prego, aggiunse, posando la destra dietro la nuca di Giulia e spingendola delicatamente verso il basso. Ma lei aprì finalmente la mano e si raddrizzò di scatto, chiedendogli in nome di dio di guardare. Lui fissò di nuovo la tv e capì che era qualcosa di grosso. Le scritte in sovrimpressione delle televisioni straniere. Le facce terrorizzate della gente. Pompieri e poliziotti che correvano da una parte all’altra, completamente ricoperti di polvere. Ma la pulsione era troppo forte per lui, e le immagini non riuscirono a distoglierlo dall’obbiettivo. Di nuovo si vide l'aereo giocattolo schiantarsi. Di nuovo il vetro che inghiotte l'acciaio. Lorenzo pensò vagamente a un film catastrofico che aveva visto da poco. Poi si alzò in ginocchio e si avvicinò a Giulia, tentando ancora di spingerla verso di lui. Questa volta con più decisione. Dai, non puoi lasciarmi così, le disse. Al resto pensiamo dopo. Ma lei si divincolò e lo guardò infuriata, stava per dirgli di smetterla, ma cogliendo il suo sguardo capì che sarebbe stato inutile. Abbassò gli occhi sul suo cazzo, ancora perfettamente duro e puntato verso il suo viso, ora minaccioso come un'arma.
Inconsciamente scattò in lei un pensiero associativo, e si trovò a mettere in relazione quel cazzo dritto e spavaldo con le torri appena crollate. Sorprendersi a formulare questo pensiero la fece incazzare ancora di più, disse con voce sempre più alta ma non ti rendi conto? Non capisci cosa sta succedendo? E di nuovo provò quella nausea che veniva da lontano, come un mal di mare leggero ma inesorabile. Come il conato che è impossibile evitare, quando vedi qualcuno che vomita. Lui mise da parte ogni delicatezza, e scese dal letto spingendola via, con la faccia torva. Mormorò qualcosa a proposito del fatto che era una stupida, un'insensibile, e che avrebbe fatto da solo. Uscì rapidamente dalla stanza e Giulia lo sentì aprire la porta del bagno.
Cercò di tornare a concentrarsi sulla televisione. Allo shock dell'attentato si aggiungeva quello di scoprire che Lorenzo era una persona completamente diversa da quella che credeva di conoscere. C’è un muro tra individuo e individuo, pensava. Tutti si nascondono e nessuno si conosce mai veramente. Intorno a lei le lenzuola, l’aria, la stanza stessa sapevano di sesso. Di colpo si sentì sporca, come se lo avesse succhiato ad uno sconosciuto. Un brivido le percorse la spina dorsale, e lei si coprì le spalle con la prima cosa trovata. Era in reggiseno, ma non si era tolta i pantaloni di lino. Sullo schermo regnava ora una strana, improvvisa calma, macabra ed irreale. Lei realizzò all'improvviso di essere stata proprio lì, al World Trade Center, in un viaggio di parecchi anni prima. Scattò in piedi e corse a recuperare un album di fotografie, frugando velocemente nella vetrina della libreria. Tornando sul letto, sentì provenire dal cesso un gemito soffocato, come un grido strozzato. Provando a non pensarci, cercò la foto che ricordava.
Ed eccola lì, una ragazzina di quattordici anni, con una spruzzata lieve di lentiggini sul naso; lentiggini che sarebbero scomparse di lì a poco; in una foto presa dalla Statua della Libertà, o forse da Coney Island. Dietro di lei l'inconfondibile skyline, i grattacieli che sembrano sospesi sull’acqua. E lei che ride e tiene la mano destra protesa di lato, col palmo in su. Così che, per l'effetto ottico, sembra che le torri gemelle si reggano proprio su quella manina. Le piaceva tanto quel genere di foto. Si ricordò di averne una con la torre Eiffel, un'altra con il campanile di San Marco, e anche una in cui sembra che sostenga la torre di Pisa.
Pensò che questa fosse venuta molto più mossa di quello che ricordava, ma poi si accorse che la stava guardando dietro un velo di lacrime, che appannava tutto.
Alzò lo sguardo e nella stanza c'era Lorenzo che si rivestiva, ma lei era ormai lontanissima da quel luogo. Lui le disse qualcosa, una frase rabbiosa, un insulto, e poi uscì in fretta, sbattendo la porta. Non lo vide mai più, nulla più seppe di lui.
 

© Aven




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7 settembre 2006


Tipi moderni/ Scusa, non ho tempo



Il titolo di questo bellissimo quadro di Godward è "Dolce far niente".
Siamo in pochi, ormai, a ricordare il significato di queste parole. Se continuiamo così, lo sapranno sempre meno i nostri figli e arriveranno ad ignorarlo i nostri nipoti.
Stamattina ascoltavamo come al solito Radio24, prima di entrare al lavoro. Si parlava di "banche del tempo", associazioni nate più o meno spontaneamente in tutta Italia per lo scambio di ore e di saperi. Io faccio la spesa e in cambio tu vai in banca a pagare le bollette. Io aiuto tuo figlio a fare i compiti e tu in cambio fai compagnia a mio nonno. Io ti insegno a usare il computer e tu mi prepari una cenetta succulenta. Cose così.

A scanso di equivoci: le banche del tempo sono iniziative lodevoli, create soprattutto dalle donne per un'esigenza più che legittima. Riuscire a organizzarsi senza affogare tra lavoro, casa e figli.
Ma non abbiamo potuto fare a meno di sopprimere il pensiero che ci frullava per la testa: "Come ci siamo ridotti...".

Abbiamo perso, insieme al tempo, un'infinità di privilegi. Quelli che si nascondevano nelle interminabili partite a carte degli anziani nei bar dei paesi. Quelli dell'alternanza tra conversazioni e silenzi cui eravamo abituati quando si comunicava soltanto a voce, faccia a faccia, corpo verso corpo. Quando si poteva sentire l'odore di ognuno e si era capaci di leggere i gesti oltre le parole. Abbiamo lasciato andare il lusso dell'ozio - senza chiedere nulla in cambio - barattandolo con la grossa fregatura del cosiddetto "tempo libero". Che non è libero per niente. Di fronte allo spettro della noia abbiamo ceduto, riempiendo le giornate nostre e dei nostri bambini di appuntamenti vuoti, impegni ciechi, commissioni inutili. Prendendo il "dolce far niente" come una dichiarazione di incapacità, nullità, emarginazione sociale. Abbiamo capovolto il proverbio "il tempo è denaro", asservendo il primo al secondo, cambiandone i connotati, violentandone la natura.

Non abbiamo tempo perché lo abbiamo venduto. Ma, ne siamo certi, il tempo si vendicherà. Lui ha tutto il tempo che vuole.




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1 settembre 2006


Un'invisibile meta per il week-end/ Melania



"A Melania, ogni volta che si entra nella piazza, ci si trova in mezzo a un dialogo: il soldato millantatore e il parassita uscendo da una porta s'incontrano col giovane scialacquatore e la metetrice: oppure il padre avaro dalla soglia fa le ultime raccomandazioni alla figlia amorosa ed è interrotto dal servo sciocco che va a portare un biglietto alla mezzana. Si ritorna a Melania dopo anni e si ritrova lo stesso dialogo che continua; nel frattempo sono morti il parassita, la mezzana, il padre avaro; ma il soldato millantatore, la figlia amorosa, il servo sciocco hanno preso il loro posto, sostituiti alla loro volta dall'ipocrita, dalla confidente, dall'astrologo.
La popolazione di Melania si rinnova: i dialoganti muoiono a uno a uno e intanto nascono quelli che prenderanno posto a loro volta nel dialogo, chi in una parte chi nell'altra. Quando qualcuno cambia di parte o abbandona la piazza per sempre o vi fa il suo primo ingresso, si producono cambiamenti a catena, finché tutte le parti non sono distribuite di nuovo; ma intanto al vecchio irato continua a rispondere la servetta spiritosa, l'usuraio non smette d'inseguire il giovane diseredato, la nutrice di consolare la figliastra, anche se nessuno di loro conserva gli occhi e la voce che aveva nella scena precedente.
Capita alle volte che un solo dialogante sostenga nello stesso tempo due o più parti: tiranno, benefattore, messaggero; o che una parte sia sdoppiata, moltiplicata, attribuita a cento, mille abitanti di Melania: tremila per l'ipocrita, trentamila per lo scroccone, centomila figli di re caduti in bassa fortuna che attendono il riconoscimento.
Col passare del tempo, anche le parti non sono più esattamente le stesse di prima; certamente l'azione che esse mandano avanti attraverso intrighi e colpi di scena porta verso un qualche scioglimento finale, cui continua ad avvicinarsi anche quando la matassa pare ingarbugliarsi di più e gli ostacoli aumentare. Chi s'affaccia alla piazza in momenti successivi sente che d'atto in atto il dialogo cambia, anche se le vite degli abitanti di Melania sono troppo brevi per accorgersene".

Italo Calvino (da "Le città invisibili")

E' la nostra città invisibile preferita. E' l'umanità che va avanti, incarnandosi non nei corpi, ma nelle parole. Non nei singoli, ma nei ruoli. Sono i dialoghi che intessiamo, e che continueranno dopo di noi.




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