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bloGodot [ Godot è arrivato e non ci piace ]
 



Mantra mattutino

ESTRAGONE Didi.

VLADIMIRO Sì.

ESTRAGONE Non posso più andare avanti così.

VLADIMIRO Sono cose che si dicono.

ESTRAGONE Se provassimo a lasciarci? Forse le cose andrebbero meglio.

VLADIMIRO C’impiccheremo domani. (Pausa). A meno che Godot non venga. ESTRAGONE E se viene?

VLADIMIRO Saremo salvati. (Vladimiro si toglie il cappello – che è quello di Lucky – ci guarda dentro, ci passa la mano, lo scuote, lo rimette in testa).

da "Waiting for Godot", Samuel Beckett


Mantra notturno

Che cosa significa “la realtà”? [...] A volte sembra nascondersi dietro forme troppo lontane perché ci sia possibile capire la loro vera natura. Ma qualunque cosa essa tocchi, viene fissata e resa permanente. E' questo che ci resta, quando abbiamo gettato dietro la siepe la buccia vuota del giorno; è questo che ci resta del tempo passato, dei nostri amori e delle nostre avversioni.

da “Una stanza tutta per sé”, Virginia Woolf



Per non morire mai

And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

"Late fragment", Raymond Carver



Per avere una meta

L'atlante del Gran Kan contiene anche le carte delle terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate: la Nuova Atlantide, Utopia, la Città del Sole, Oceana, Tamoé, Armonia, New-Lanark, Icaria.
Chiese a Marco Kublai: - Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quale di questi futuri ci spingono i venti propizi.
- Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta né fissare la data dell'approdo. Alle volte mi basta uno scorcio che s'apre nel bel mezzo d'un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s'incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d'istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie.
Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t'ho detto.
Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.
Dice: - Tutto è inutile, se l'ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: - L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
da "Le città invisibili", Italo Calvino



31 marzo 2006


Un verso per il week-end

                                                                Il Dono 

                                                                                                                    per Tess 

                                     (...)

                                    Stamattina c'è neve dovunque. Ci facciamo sopra dei commenti. 
                                    Mi dici che non hai dormito bene. Dico che 
                                    neanche io. Tu hai avuto una nottata terribile. "Anch'io". 
                                    Siamo straordinariamente calmi e teneri l'uno con l'altra, 
                                    come se ognuno di noi percepisse la fragilità mentale dell'altro. 
                                    Come se sapessimo cosa l'altro prova. Non è così, 
                                    naturalmente. Non è mai così. Non importa. 
                                    È della tenerezza che m'importa. Questo è il dono 
                                    che stamattina mi commuove e sostiene. 
                                    Al pari di ogni mattina. 

                                             Raymond Carver (da Blu oltremare, 1986)




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29 marzo 2006


Dalla patafisica allo spettacolo delle banalità



Ieri sera, merito di un lungo articolo di Repubblica, parlavamo di "attenzione parziale continua". Quel curioso fenomeno indotto dalla tecnologia per cui, fateci caso, non riusciamo a passare più di un'ora senza qualche forma di tecnologica interruzione: uno squillo del telefono cellulare, un'e-mail, un post sul blog, un qualunque segnale elettronico. Risultato: l'impossibilità di mantenere la concentrazione su qualcosa (lavoro in primis) per più, pare, di 11 minuti.
Naturalmente i primi ad accorgersene sono stati gli statunitensi, al punto da decretare la nascita di una vera "scienza delle interruzioni", con tanto di scienziati e guru. Come Linda Stone, anima delle strategie aziendali prima di Apple e ora di Microsoft, che se ne va in giro per convegni a richiamare l'attenzione (parziale e continua) sull'attenzione parziale continua (una sua relazione è leggibile qui, in inglese). 
Niente da eccepire. La sindrome del multitasking è la figlia legittima di mamma tecnologia e papà fast food. Ed è la madre del "pensiero corto" e di quei tipi moderni "tu mi parli, io non ti sento" che ci sembrano proliferare a ogni angolo.

Oggi riapriamo Repubblica e troviamo un'anticipazione della nuova fatica letteraria e filosofica di quel genio di Jean Baudrillard: "Patafisica e arte del vedere". Cinque saggi che raccontano la morte di ogni forma di immaginario, il cui sintomo più evidente è l'invadenza dei reality show. Perché? Scrive Baudrillard:

"Ogni nostra realtà è diventata sperimentale. Nell'assenza di destino, l'uomo moderno è consegnato a una sperimentazione senza limiti su se stesso. (...)
Perfino dentro la nostra esistenza quotidiana viviamo in una situazione di realtà sperimentale. Ed è da qui che proviene la fascinazione, tramite immersione e interattività spontanea. Si tratta di voyeurismo porno? No. Di sesso ce n'è dappertutto altrove, non è questo che cercano le persone. Ciò che desiderano profondamente è lo spettacolo della banalità, ed è questa che oggi costituisce la vera pronografia, la vera oscenità - la nullità, l'inconsistenza e la piattezza. All'estremo opposto del Teatro della crudeltà. Ma possiamo forse trovare qui una forma di crudeltà. Proprio quando la televisione e i media sono sempre meno capaci di rendere conto degli avvenimenti (insopportabili) del mondo, essi scoprono la vita quotidiana, la banalità esistenziale, l'attualità più violenta, il luogo stesso del crimine perfetto.  E infatti lo è. E la gente è affascinata, affascinata e atterrita dall'indifferenza del Niente-da-dire, del Niente-da-fare, dell'indifferenza della loro stessa esistenza. (...) Tutto questo è rinforzato dal fatto che è il pubblico stesso a essere mobilitato come giudice, che è diventato lui stesso il Grande Fratello. (...) Così gli spettatori sono implicati in un gigantesco transfer negativo su loro stessi, e ancora una volta è da qui che deriva l'attrazione vertiginosa di questo genere di spettacolo. In fondo tutto ciò corrisponde al diritto e al desiderio imprescrittibile di essere Niente e di essere visti come tali. Ci sono due modi di sparire: o si esige di non essere visti (è l'attuale problematica del diritto all'immagine) oppure si sprofonda nell'esibizionismo delirante della propria nullità".

Così la patafisica, che pure ha ispirato il Teatro dell'Assurdo e il surrealismo, si declina in negativo. Ricapitoliamo: non sappiamo più concentrarci veramente su alcunché, cerchiamo affannosamente la banalità per sprofondarci dentro e cullarci nel rassicurante conformismo dello scoprirci tutti Niente.

Commentando il libro-scandalo di Catherine Millet, Baudrilland scrive:

"Niente più seduzione, niente più desiderio e nemmeno più piacere: tutto è lì, nella ripetizione illimitata, dentro quell'accumulo in cui la quantità diffida soprattutto della qualità. Seduzione invischiante. La sola domanda che si vorrebbe porre è quella che sussurra l'uomo all'orecchio della donna durante un'orgia: what are you doing after the orgy? Ma è inutile, perché per lei non c'è alcun al di là dell'orgia".

Ci sarà da pensarci su anche stasera. Spegnendo Tv, telefono e computer. Spegnendo le vocine deboli e confuse di questa campagna elettorale. Spegnendo l'esibizionismo delirante della nullità (ogni riferimento a fatti o persone non è puramente casuale).




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28 marzo 2006


Gente così, senza futuro



Flessibilità è precarietà? A noi la risposta pare evidente: sì. E non è una risposta ideologica e aprioristica, si badi bene. E' la risposta che deriva dall'analisi dei risultati delle nuove politiche del lavoro introdotte negli ultimi anni.
Se ne occupa sul Sole-24 Ore di oggi Fiorella Kostoris, moglie dell'economista Tommaso Padoa Schioppa ed ex presidente dell'Istituto studi di analisi economica (Isae), in un articolo dal titolo "Giovani e lavoro, i segni del disagio". Poiché, come avrete capito, siamo patiti dei dati e dei numeri (tutt'altro che incompatibili con il nostro amore per la poesia e la letteratura), leggiamo:

Secondo le cifre diffuse  dalla Commissione europea nel 2004 risulta che di 100 europei originariamente assunti con contratto temporaneo, dopo un anno nemmeno un terzo conquisterà un posto permanente, 44 saranno ancora temporanei, tre si saranno messi in proprio, quattro saranno tornati agli studi e 16 resteranno temporanei, mentre ben 21 si troveranno inoccupati.
In Francia, dopo sei anni, il 62% dei dipendenti inizialmente temporanei godrà di una posizione permanente, il 16% sarà ancora a tempo definito, l'11% sarà in cerca di lavoro, il 9% inoccupato in altra forma. In Italia, dei 100 che in origine avevano un contratto temporaneo, dopo sei anni solo 47 disporranno di un "posto fisso", 18 saranno ancora temporanei, nove saranno disoccupati e ben 16 saranno fuori dal mercato (presumibilmente nel sommerso: la somma percentuale non fa cento perché esistono altre tipologie di sbocchi).
E' perciò comprensibile che un grandissimo numero di giovani viva in Europa la prospettiva drammatica della precarietà: poco più della metà in Italia e poco meno del 40% in Francia di quelli tra coloro che oggi entrano nel mondo del lavoro con contratti temporanei (ormai la metà dei neoassunti) non avrà probabilmente un posto sicuro neanche dopo il 2010.

Le conseguenze sono facili da immaginare. Ecco perché, quando i nostri politici si sbracciano a parlare di politiche della famiglia, di welfare e di pensioni noi abbozziamo un sorriso. E torniamo a sbandare sul pavimento di gomma del nostro eterno precario presente. Con la cecità, il respiro corto e la realtà "reality show" che hanno costruito a tavolino. Appositamente per noi, giovani invecchiati a una dimensione.




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24 marzo 2006


Perché la Francia non è l'Italia



Seguire quanto sta accadendo a Parigi (e non solo a Parigi) in questi giorni ci sta facendo scervellare. La timidezza dei nostri quotidiani nell'affrontare la questione delle proteste ancora di più. Che timori abbiamo? Che cosa infastidisce la coscienza dell'Italia?
La risposta è banale. Bisogna cercarla nell'inevitabile parallelismo tra la riforma del Cpe (il contratto di primo impiego, proposto dal Governo guidato da Dominique De Villepin e votato in prima lettura dalla Camera e dal Senato) e la nostra "legge Biagi" (frutto in realtà di una evoluzione del pacchetto "Treu", legge 196/1997).

Le differenze tra le due riforme sono tante. Quella francese introduce i contratti di primi impiego per i giovani con meno di 26 anni nelle imprese con più di 20 addetti, prevedendo che il lavoratore possa essere licenziato in ogni momento e senza giusta causa nei primi due anni, considerati "di prova" (!). La legge Biagi ha puntato invece a diversificare i contratti di lavoro, istituendo la folta schiera di contratti dai nomi inquietanti: accanto a quelli a tempo parziale, ci sono il lavoro ripartito o a coppia, l'intermittente, l'occasionale a buoni prepagati, l'abusato lavoro a progetto.

Strade diverse con la stessa destinazione: flessibilità. La via che l'Europa sta imboccando per eliminare lo spettro di 22 milioni di disoccupati. Ma finora, come ha ricordato Walter Passerini sul Sole-24 Ore del 18 marzo scorso, di quest'iniezione di contratti temporanei l'unica a beneficiare sembra la Spagna:

"La geografia del lavoro flessibile ci dice che è la Spagna a correre più forte: ha diviso per tre in undici anni il tasso di disoccupazione, oggi sotto il 9%, con una robusta iniezione di contratti temporanei (30,4%), che per la metà riguardano giovani sotto i 35 anni, e oggi sta cercando di trasformarli in contratti permanenti con clausole di licenziabilità più leggere. In Francia il lavoro temporaneo è di poco superiore alla quota dell'Italia, ma con tasso di disoccupazione più alto (9,6%), mentre nel Regno Unito è meno della metà, con un tasso di disoccupazione del 4,5 per cento. In Germania la «Grande coalizione» si trova di fronte a un muro di 5 milioni di disoccupati, ma l'ipotesi ventilata di introdurre modifiche alla legge sulla protezione contro i licenziamenti, dopo le quattro «riforme Hartz», è stata per ora accantonata per le opposizioni di socialdemocratici e sindacati.
Nell'area scandinava, additata a torto o a ragione come il «Bengodi» dell'occupazione e della protezione sociale, le percentuali di lavoro flessibile sono governate, non troppo elevate (10-15% in Danimarca e Svezia) e integrate da una licenziabilità più snella, ma in quei modelli il sistema si è spostato dalle tecniche dell'ingegneria contrattuale della flessibilità alle politiche di welfare, più agevoli grazie a bilanci pubblici più in ordine e alla relativa esiguità delle popolazioni interessate".

E l'Italia? Gli ultimi dati di Bankitalia dicono che un giovane su quattro ha un lavoro a termine, percentuale che sale al 49,8% per i neo-assunti della stessa fascia d'età (15-29 anni) negli ultimi 12 mesi. L'incidenza del lavoro a termine sull'occupazione complessiva nel 2005 è salito al 10,8 per cento. Peccato che il tasso di occupazione è fermo al 58,2% (dovrebbe essere almeno del 70%), che l'occupazione femminile è al 45,2% (dovrebbe essere al 60%) e che la partecipazione al lavoro  per gli «over 55» è del 31% (dovrebbe essere del 50 per cento).

Al di là dei risultati, a farci male in questi giorni è un pensiero piccolo piccolo, che ronza nella mente come una fastidiosissima zanzara. Il premier francese, grazie alle proteste di piazza, è stato costretto a trattare con sindacati e studenti per rivedere la riforma. Da noi, la riforma del mercato del lavoro ha fatto un'unica inutile vittima: Marco Biagi. Ucciso barbaramente da quel manipolo di invasati che uccide sul nascere qualsiasi tentativo di contestazione democratica. Che paralizza tutti e fa confondere il dissenso democratico e civile con una decina di assassini. Tagliandogli le gambe. E costringendo i nostri sindacati ad arretrare. Quasi sempre.




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23 marzo 2006


Cinemascopico/ Che terra "La terra" di Rubini



"La terra", e che terra. L'articolo determinativo ci sta tutto. Apparteniamo alla schiera degli ammiratori di Sergio Rubini. Del Rubini attore, sicuramente. Ma forse del Rubini regista ancora di più. Sarà che il Sud ce lo abbiamo nel sangue e nel cuore, sarà che quello di Rubini è il "nostro" Sud: uno stato mentale, un modo di essere, una disposizione dell'animo. Che permette di guardare al Sud concreto e vero con uno sguardo critico, distaccato al punto giusto, mai impietoso. Lo sguardo di chi ci ha vissuto e magari ci è cresciuto, ma poi è andato via.
Nei quattro fratelli protagonisti de "La terra" ci sono i tanti volti del Mezzogiorno: il "professore" (Fabrizio Bentivoglio) emigrato per forza a Milano, dopo un violento scontro con il padre-padrone; l'imprenditore con ambizioni politiche, pieno di debiti fino al collo; il fratellastro, figlio di una relazione illegittima del padre, rimasto ancorato alla masseria di famiglia a lavorare la terra, appunto, senza alcun profitto; il più piccolo, votato al volontariato in modo ossessivo, esasperato, totalizzante. A margine, ma poi non tanto, c'è Tonino (strepitoso Rubini), lo strozzino del paese, proprietario del supermercato, di una discoteca e di tante terre "acquistate" dai compaesani sul lastrico.
Basta questo - il disegno sapiente dei personaggi - unito alla location (il paese pugliese di Mesagne, che forse non ha gradito moltissimo, con la sua stazione desolata, il sole a picco, certi scorci del Salento e della Murgia, come la splendida oasi di Torre Guaceto che abbiamo scelto per la foto del post) per incantare lo spettatore che conosce il Meridione. Gli altri non sappiamo. Ma speriamo di sì. Perché la trama, salvo qualche episodio farsesco, è avvincente. E perché l'occhio di Rubini (pugliese Doc) è innamorato, sì, ma non perdona. Si esce dal cinema con la bocca impastata del detto mai seppellito al Sud: "I panni sporchi si lavano in famiglia". Non importa quanto sporchi siano.






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21 marzo 2006


Poesia di deserto, deserto di poesia



Oggi (compleanno di Alda Merini, come ricorda lei), si celebra la Giornata mondiale della poesia, indetta dall'Unesco.
Quest'anno è dedicata al deserto. Alle voci delle dune. Alle grida dimenticate che bucano i silenzi interminabili dal Senegal, dal Mali, da Capoverde, dalla Tunisia, dall'Algeria, dal Marocco e dall'Afghanistan. Ai versi che nascono nelle tante Afriche del mondo. Come quelli di Léopold Sedar Senghor, il poeta senegalese della "negritudine":

L'uragano

L'uragano tutto svelle intorno a me
L'uragano svelle in me foglie e parole futili.
Turbini di passione sibilano in silenzio
Ma pace è sul tornado arido, sulla fuga della stagione delle piogge!

Tu Vento ardente Vento puro, vento della-bella-stagione, brucia ogni fiore ogni pensiero vano
Quando la sabbia ricade sulle dune del cuore.
Anvella, ferma il tuo gesto di statua e voi, fanciulli, fermate i vostri giochi e le vostre risa d'avorio.
A te consumi la voce insieme col corpo, secchi il profumo della tua carne
La fiamma che illumina la mia notte, come una colonna e come una palma.
Infiamma le mie labbra di sangue, Spirito soffia sulle corde della mia kôra
Che si levi il mio canto, puro come l'oro di Galam.

Più poesia per tutti. Che meraviglia se nei programmi elettorali ci fosse questo impegno.
Se chi passa da queste parti ha voglia di lasciarci qualche verso-orma, ci facciamo deserto.





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21 marzo 2006


Che vuol dire il modo di dire / Fare la cresta


Da dove viene la locuzione che delinea l'umano vizio di rubacchiare qualcosa sulla somma ricevuta per una commissione (di solito, trattenendo parte del resto)?

Pare che origini dall'agresto, il vino ottenuto con gli scarti della vendemmia. Un vino acidulo, quindi, che però i contadini, quando "facevano l'agresto", correggevano con qualche acino buono, di quelli che avrebbero dovuto consegnare al padrone.




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21 marzo 2006


Calabria, ancora

Per dovere di cronaca, visto che ne avevamo parlato proprio ieri, dobbiamo aggiornare il post con la notizia che stamattina sono stati identificati e arrestati i presunti killer del vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, Francesco Fortugno, ucciso a Locri il 16 ottobre scorso all'uscita del seggio allestito per le primarie dell'Unione. Nove i provvedimenti restrittivi eseguiti nei confronti di quattro persone già detenute e di altre cinque a piede libero. Tra loro c'è Vincenzo Cordì, considerato il capo della cosca omonima della 'ndrangheta di Locri.

Oggi si sprecheranno le lodi allo Stato e alla giustizia. E passerà quasi sotto silenzio la dichiarazione rilasciata da Angela Napoli, vicepresidente della commissione parlamentare antimafia: «Sono indignata perché, pur recependo questi arresti come l'inizio di un momento di giustizia, non corrispondono ancora alla piena verità sul delitto Fortugno. Nelle settimane scorse  ho fatto una dichiarazione che il procuratore Catanese aveva ritenuto deprecabile nei toni e nei contenuti. In quella dichiarazione parlavo del fatto che si conoscevano i killer, i basisti e i mandanti dell'omicidio Fortugno. A mio avviso questi arresti toccano le prime due parti ma non toccano la parte principale. Quello che c'è dietro, i mandanti e tutto ciò che c'è dietro questo delitto non vengono toccati. E' per questo che sono indignata».

Chi si occuperà di individuare i mandanti? Chi si prenderà la briga di scavare nei buchi neri della politica? Chi si ricorderà dei 28 omicidi in 18 mesi che hanno insanguinato la locride? L'ultima viittima, La notte tra domenica e lunedì scorso, è stato un giovane calciatore del Locri, Vincenzo Cotroneo, 28 anni: è stato ucciso in un agguato a Bianco. Avrebbe dovuto sposarsi a maggio.

Che futuro è un futuro assediato dalla paura? Ragazzi, tornate in piazza spesso. Siete voi il futuro.




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20 marzo 2006


Calabria, toccata e fuga

Ci siamo tornati, e il verdetto è stato lo stesso: desolazione. Angoli di Sud abbandonati dal mondo, colate di cemento dove meno te le aspetti, binari quasi sulla sabbia, filari di caseggiati-scheletri (puntualmente incompleti), neanche l'ombra di un piano regolatore, nemmeno una briciola di decoro urbano, neanche l'insegna di un'azienda. E poi, come contraltare, gioiellerie dappertutto, caffè e pasticcerie grandi come case e gli abitanti benestanti (i soliti medici, notai, nobilucci e politicanti) che ostentano pellicce e abiti firmati.
Eppure quanta ospitalità. Che accoglienza. Quanta generosità. Quanti talenti costretti ad abbassare la testa, a rifugiarsi nel privato.

"Qui non c'è niente da fare: destra e sinistra sono uguali. Lottare non serve a niente. Le decisioni passano sopra le nostre teste".

Tutti vanno a studiare fuori, chi ritorna accetta senza fiatare le condizioni del posto. E si dà "al sociale". Così lo chiamano: pullulano le associazioni di ogni sorta, dalla beneficenza pura e semplice ai circoli per gli anziani. Surrogati, diciamo noi. Surrogati di governi territoriali malati, timide risposte dal basso alle enormi carenze dall'alto. 

"Qui governa il clientelismo. Non siamo in Italia, siamo un pezzo d'Africa che si è staccato".

No, diciamo noi. Non può essere così. Deve pur esserci una soluzione, infilata in qualche tasca dimenticata. Deve pur vincere, prima o poi, la gente perbene. Dovete farcela. Non lasciatevi rubare persino il vostro splendido mare, che amate così tanto. Non permettete che ci siano altri Fortugno.
Torniamo sulla Salerno-Reggio Calabria. Ancora cantieri dappertutto, ancora corsie uniche e deviazioni da Lagonegro fin quasi a Battipaglia.
E hanno il coraggio di parlarci del Ponte sullo Stretto. 

 




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17 marzo 2006


La rivolta dei radar



Ieri era stata la volta di Fiumicino, oggi tocca a Linate.
"Nessun rischio alla sicurezza dei voli, nessun sabotaggio, nessun pirata in azione", ripete l'Enav.
Noi, che abbiamo fantasia da vendere, siamo in grado di spiegarvi che cosa è successo: i radar si stanno ribellando. Non ne possono più di "misurare le distanze" attraverso le onde radio. Si sono arcistufati di essere incolpati di qualsiasi incidente aereo. Proprio non ci stanno a fare i capri espiatori. Profondamente turbati dalla tragedia delle Torri Gemelle, hanno cominciato a studiare azioni rivoltose. Le solite teste calde, magari gli autonomi di Milano, hanno aizzato anche loro. Coperti dalla sinistra, of course. Da quel rivoluzionario di Romano Prodi.

Quatti quatti, hanno deciso la data e le modalità della protesta. Si sono concentrati per provocare un'avaria alla centrale telecomunicazioni di Telecom Italia. Mica stupidi, questi radar: hanno agito in casa di Marco Tronchetti Provera, l'uomo che direttamente o indirettamente controlla circa 40 delle società quotate a Piazza Affari.

Non c'è ombra di dubbio: sono pericolosi estremisti da mettere a tacere. Occorre una guerra preventiva contro di loro. Ma sì, torniamo al passato: niente più radar, niente più aerei, niente più viaggi nelle aree a rischio. Basterà qualche bomba intelligente per farli fuori tutti.




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