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bloGodot [ Godot è arrivato e non ci piace ]
 



Mantra mattutino

ESTRAGONE Didi.

VLADIMIRO Sì.

ESTRAGONE Non posso più andare avanti così.

VLADIMIRO Sono cose che si dicono.

ESTRAGONE Se provassimo a lasciarci? Forse le cose andrebbero meglio.

VLADIMIRO C’impiccheremo domani. (Pausa). A meno che Godot non venga. ESTRAGONE E se viene?

VLADIMIRO Saremo salvati. (Vladimiro si toglie il cappello – che è quello di Lucky – ci guarda dentro, ci passa la mano, lo scuote, lo rimette in testa).

da "Waiting for Godot", Samuel Beckett


Mantra notturno

Che cosa significa “la realtà”? [...] A volte sembra nascondersi dietro forme troppo lontane perché ci sia possibile capire la loro vera natura. Ma qualunque cosa essa tocchi, viene fissata e resa permanente. E' questo che ci resta, quando abbiamo gettato dietro la siepe la buccia vuota del giorno; è questo che ci resta del tempo passato, dei nostri amori e delle nostre avversioni.

da “Una stanza tutta per sé”, Virginia Woolf



Per non morire mai

And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

"Late fragment", Raymond Carver



Per avere una meta

L'atlante del Gran Kan contiene anche le carte delle terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate: la Nuova Atlantide, Utopia, la Città del Sole, Oceana, Tamoé, Armonia, New-Lanark, Icaria.
Chiese a Marco Kublai: - Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quale di questi futuri ci spingono i venti propizi.
- Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta né fissare la data dell'approdo. Alle volte mi basta uno scorcio che s'apre nel bel mezzo d'un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s'incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d'istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie.
Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t'ho detto.
Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.
Dice: - Tutto è inutile, se l'ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: - L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
da "Le città invisibili", Italo Calvino



30 novembre 2006


Che SmeRda di Paese: tutti prescritti e contenti


Yves Tanguy, "I await you", 1934

E questo è lo specchio dell'Italia. Questa notizia appena battuta dalle agenzie di stampa (ore 20.15 del 30 novembre): la sesta sezione penale della Cassazione ha annullato le sentenze di primo e secondo grado sul caso Sme (che avevano portato alle condanne a carico di Cesare Previti, Renato Squillante e Attiilio Pacifico), accogliendo le eccezioni di incompetenza dei giudici di merito di Milano e rimettendo gli atti alla Procura di Perugia.

La vicenda risale al 1985 (un buon resoconto è pubblicato qui) e ha la peculiarità di coinvolgere tutti, da Prodi a Berlusconi (ricordate la legge sull'inappellabilità?): l'intera classe dirigente e il solito intreccio tra i poteri forti. Economia, politica, magistratura. Dopo undici anni è tutto da rifare: un modo gentile e (immaginiamo) proceduralmente ineccepibile per avvisarci che tanto per cambiare nessuno pagherà. Che i reati, le mazzette e le corruzioni dilaganti si perderanno tra le nebulose della nostra memoria corta.
Eccola,  l'Italietta delle irresponsabilità. Eccolo, il Paese degli azzeccagarbugli, della burocrazia e dei cavilli. Eccolo, il lieto fine all'italiana: tutti prescritti e contenti.
Che deficienti, noi onesti cittadini. Che sfigati. 

P.S. Ci è appena arrivato un severo rimprovero dal Fisco: dobbiamo afferttarci a pagare 40 euro all'Erario, a causa di un errore nella dichiarazione dei redditi. Eccoci, noi terribili evasori.




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28 novembre 2006


Cattivi segnali per il web


Josef Albers, Untitled (Laundry on Clothesline), ca. 1929

Quello che stiamo vivendo è il periodo d'oro del web. Ce ne sono tutte le caratteristiche: l'euforia della scoperta, l'esplorazione delle frontiere, il fiorire di utopie e leggende, l'assenza di controlli. Il web è il nuovo West del primo mondo: terra di saccheggi, di esperimenti e di libertà. Ma negli ultimi tempi stanno arrivando segnali preoccupanti. Come l'iscrizione nel registro degli indagati dei due legali rappresentanti di Google Italia per il video del ragazzo disabile malmenato dai compagni. Come la sentenza di un tribunale di Bruxelles, che a settembre ha ordinato a Google di eliminare i link agli articoli contenuti nei siti dei 17 quotidiani pubblicati in Belgio e in Francia e difesi dall'organizzazione Copiepresse. Dopo la decisione si è adeguata anche Microsoft, chiudendo i link ai giornali.
La querelle non finisce certamente oltreconfine: Copiepresse ha intenzione di dare battaglia anche nel resto d'Europa - leggiamo sull'Ansa - "facendosi alfiere nel Vecchio Continente del crescente malcontento nei confronti dei motori di ricerca da parte di molti quotidiani online, che chiedono di essere pagati per l'utilizzo dei loro articoli e delle loro fotografie". Intanto, complici le indiscrezioni secondo cui il titolo di Google sarebbe sopravalutato, la borsa americana scricchiola, con pesanti perdite per l'indice Nasdaq, che al momento scivola dell'1,87% a 2.414,23 punti.

Tanti punti non ci convincono. Mettere le mani su Google è come mettere le mani su Internet nella sua totalità: si colpiscono i giganti per colpire tutti. Se ci fa ridere la procura italiana che indaga i rappresentanti di un motore di ricerca per non aver controllato opportunamente tutti i contenuti che veicola (ma questi benedetti magistrati hanno idea di che cosa sia la Rete? hanno mai navigato su youtube? Altro che ragazzi che picchiano il compagno più sfortunato... Di porcherie e illeciti è pieno il web), ci fa tremare l'intervento di Copiepresse. Perché ci preoccupa la pretesa che si possa pagare per linkare altrove: è la morte dell'ipertesto (il World Wide Web altro non è che un gigantesco ipertesto) e dell'interconnessione, è l'omicidio della "nuova organizzazione enciclopedica del sapere" teorizzata da Pierre Levy. E' anche la morte dei blog, che nascono come diari di bordo fortemente interrelati, moltiplicatori di conoscenza, associatori di esperienze.

Abbiamo l'impressione che la procura di Milano confonda la diffusione del male (il video) con il male in sé (l'episodio di violenza nella scuola piemontese) e che, come al solito, si colpisca  l'effetto per non scavare, approfondendo, nella causa. Un vizio contemporaneo assai diffuso e deplorevole. Il web è come il mondo, anzi "è" il mondo: c'è di tutto, e non c'è poliziotto o giudice che riesca a eliminare il marcio.
Abbiamo la convinzione che molte forze stiano tramando alle nostre spalle per spezzare l'incanto di un web libero, capace di autoregolamentarsi e di selezionare (Wikipedia è un esperimento formidabile, così come i software liberi stile Linux, e la nostra vibrisselibri è nata nello stesso brodo di coltura). Gli interessi in gioco sono enormi: finora le aziende sono rimaste a guardare, ma adesso i dati sulla pubblicità parlano chiaro. Si calcola che nel Regno Unito gli investimenti pubblicitari on line supereranno a fine 2006 quelli sulla stampa e la raccolta pubblicitaria di Google batterà quella del canale televisivo Channel Four. Dobbiamo dunque aspettarci un assalto alla web-diligenza molto più aspro di quelli tentati finora. E dobbiamo arrivare preparati, ricordandoci di tutto quello che oggi riusciamo a fare e a imparare - gratis - con un clic. E' in corso una rivoluzione, l'unica vera rivoluzione che la nostra generazione può dire di aver vissuto (i nostri genitori hanno pur avuto il Sessantotto): il Terrore e la restaurazione sono in agguato.




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27 novembre 2006


Quello che sanno le madri


Mary Cassatt, Breakfast in bed

Ci voleva, finalmente, un libro sulle madri del nostro tempo. Non sulla maternità come figura astratta, riempita di retorica da quattro soldi, condita di vuote, quando non ideologiche, discussioni bioetiche. Nemmeno sugli orrori che puntualmente riempiono pagine e pagine di giornali, quelli che nessuno dice di aspettarsi, quelli nati spesso da dolori ignorati troppo a lungo.
No: serviva proprio un libro come "Una madre lo sa" scritto da Concita De Gregorio, inviata di Repubblica, penna agile e acuta, occhio vigile sul costume degli italiani. Occorreva un cofanetto di storie (l'editore è Mondadori, la collana Strade Blu) che raccontassero madri in carne e ossa, incontrate su una panchina del lungomare di Barcellona o a casa loro, mentre stanno per pulire le scale, o a scuola, durante una riunione dei genitori. Madri italiane, inglesi, statunitensi, argentine, peruviane. Madri adottive, naturali, da provetta. Madri nonne e ostetriche senza figli, madri campionesse olimpiche e madri badanti dei figli degli altri. Madri cinematografiche, chirurghi infantili che si trasformano in padri adorati, madri con cognomi-macigni.
Niente di meglio per sfatare i luoghi comuni. Nulla di più efficace contro l'ingiustizia che "apre" l’introduzione: «Cosa sia una buona madre lo decidono gli altri. Il coro. Lo sguardo che approva e rimprovera. Quelli che sanno sempre cosa si fa e cosa no. Cosa è giusto, saggio e utile. Quelli che dicono "la natura è così": devi avere pazienza, assecondare i ritmi, provare tenerezza, dedicarti». Eppure la realtà è un'altra. «Eppure - scrive l'autrice - gli amori maldestri e asimmetrici, le donne che fanno figli per sempre o per un momento, quelle che non li fanno senza per questo sentirsi mancanti, senza sentirsi mancare, prendendosi intanto cura del mondo. Quei casi esclusi dai manuali e dall’approvazione di chi intorno annuisce sono lì, evidenti. Vanno avanti, inciampano, si rialzano, ti salutano, mandano cartoline».
A questo servono le storie: a capire che «c'è un posto per tutto, a saperglielo dare», che l’amore perfetto è pieno di ombre, che esistono mille modi «per accogliere quello che viene, quello che c'è». «Questo libro nasce dal disagio di non trovare fuori quel che c’è dentro», spiega Concita. Tra il sentire privato e quello collettivo, tra la rappresentazione sociale della maternità e la verità individuale, tra la legge e la vita.
Ma chi sono queste madri ritenute "fuori norma"? Alcune sono celebri: da Valentina Vezzali che, mamma da quattro mesi, ha vinto l’oro per la scherma alle Olimpiadi di Atene del 2004, a Brooke Shields, diventata madre con fatica e sofferenza, soltanto dopo essere riuscita a “lasciare” sua madre; dall’attrice Jane Birkin e le sue tre figlie a Stefania Craxi, la figlia di Bettino. Accanto a loro non potevano mancare le madres argentine, le donne di Plaza De Mayo: oggi sono «vecchie stupende, donne di settanta, ottant’anni con la pelle trasparente, gli occhi come pozzi». Soprattutto, sono madri «ibernate per sempre»: la scomparsa dei figli le ha rese «immuni dallo stingersi di una convivenza qualsiasi, dallo sbiadire dei gesti nei giorni». Loro sì, sono le uniche «consegnate all’amore perfetto». Ma poi ci sono i figli, gli Hijos: non tutti come quelli immortalati da Marco Bechis nel film omonimo. Qualcuno ha scelto di ritrovare le proprie origini, qualcuno ha scelto di amare gli assassini dei suoi genitori, che lo hanno adottato.
Ancora asimmetrie, disordini, squarci, spostamenti d'asse. Il libro canta, anche. Le nenie spagnole violente e piene di orrori, che tanto colpirono Federico Garcia Lorca. La favola di Pippi Calzelunghe, bambina senza mamma frutto della fantasia della scrittrice svedese Astrid Lindgren. È anche merito suo - dice la De Gregorio - se «in Svezia le donne sono il 50 per cento in Parlamento, stanno a casa diciotto mesi quando fanno un figlio, perché lavorano più degli uomini, non conoscono la disoccupazione e mandano avanti l'economia». Noi, in Italia, abbiamo avuto Pinocchio: colpa, punizione e pentimento. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Ma non è un libro polemico o politico, anzi. C'è Almodovar, alla fine, il regista delle donne per antonomasia. Le donne che «sanno tenere insieme l'orrore e la felicità, il candore e la perversione», che custodiscono dentro di sé il segreto delle madri. Non sveliamo qual è. Per trovarlo bisogna andare fino in fondo al libro, leggere tutte le storie. E poi alzare lo sguardo verso la propria madre, e verso tutte le madri in carne e ossa che si muovono intorno a noi.

© emmeper

(Abbiamo pubblicato questa recensione su "La Gente d'Italia" del 17 novembre. Ci fa piacere riproporla qui, perché crediamo che il nostro mondo debba imparare a difendere le madri, a sostenerle, a comprenderle. Perché siamo convinti che la "maternità" generica non esiste: ogni storia è una storia a sé, ogni madre è una madre a sé. Perché pensiamo che troppe donne siano lasciate sole, che troppo dolore venga ignorato, che troppi gesti insani nascano dall'abbandono.)




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24 novembre 2006


Gli scooppati del Giornale



Stamattina arriviamo al lavoro, ritiriamo la mazzetta dei giornali e vediamo campeggiare il titolo a nove colonne della prima pagina del Giornale: "La Turco vuole l'eutanasia per legge". Andiamo all'interno, incuriositi (anche perché di sanità e dintorni ci intendiamo non poco): ben due pagine (la sesta e la settima) sono dedicate all'argomento, sotto il cappello "etica e politica".

Sempre più incuriositi, tentiamo di capire che cosa abbia surriscaldato gli animi della redazione di Belpietro al punto da decidere di aprirci il quotidiano. E scopriamo trattasi di un "provvedimento firmato da 14 articoli, già pronto per la discussione" che riconosce al malato terminale il diritto di farsi uccidere, con tanto di foto del frontespizio della proposta di legge, depositata il 26 settembre scorso, "di iniziativa dei deputati Grillini, Bellillo, Turci, Turco".

Ora, se la sorella della nostra metà femminile, ventenne tutta dedita allo studio della psiche e dell'individuo, distante anni luce dalla politica, avesse pensato - guardando distrattamente una stampa della proposta di legge - che il Turco in questione fosse il ministro della Salute, Livia Turco, non ci saremmo stupiti più di tanto. Che ne sa, lei, che la Turco è senatrice e non deputata? Che ne sa, lei, che sui banchi di Montecitorio siede Maurizio Turco, deputato della Rosa nel pugno?
Ma che non se ne siano accorti l'autrice dell'articolo, l'onorevole Gaetano Quagliarello (storico e senatore di Forza Italia), che firma l'editoriale "La frontiera di Ippocrate - Medicina e totalitarismo" (!), i responsabili della redazione interni, i responsabili del desk centrale e il direttore, francamente, ci fa orrore.

Errare umanum est, d'accordo. Può capitare a chiunque di prendere fischi per fiaschi, Turco Maurizio per Turco Livia. Ma dai giornalisti ci si aspetta qualcosa di più che dalla sorella della nostra metà femminile, dalla povera stracitata casalinga di Voghera, dal barista sotto l'ufficio e dal parrucchiere. Ci si aspetta una parolina magica, tanto più preziosa oggi, con Internet che spalanca le conoscenze e dunque moltiplica le insidie: la verifica a catena. Nel caso di oggi - essendo la "fonte" un provvedimento depositato alla Camera, liberamente e immediatamente accessibile a chiunque abbia un pc - la verifica era semplicissima. Sarebbe bastato andare sul sito di Montecitorio, aprire questa pagina e andare alla lettera "t" per scoprire che di Turco alla Camera ce n'è uno solo. E non è Livia.

Ma i giornali, alcuni in particolari (e non solo a destra, per carità), sono divorati da una brutta bestia: lo scoopismo, la ricerca stracciona dello scoop. Di quello che ormai lo scoop è diventato. Non qualche notizia inedita fondamentale per salvaguardare l'interesse collettivo e sbugiardare  chi lo svilisce (quella è roba che in Italia è riservata alle Iene, mica ai giornalisti), ma qualsiasi sassolino buono per attaccare i rivali politici. Il nemico di turno. Questo è successo, al di là di tutto: siamo talmente accecati che basta la firma di un cognome da ministro su una proposta di legge per fare il titolo di apertura del giornale. Siamo impazziti, questa è la verità. Scooppati. Il nostro giornalismo da leccapiedi - badate bene: vogliono tutti che sia così, e alcune organizzazioni editoriali sono scientificamente funzionali a questo scopo - è come una crema girata col mestolo sul fuoco prima in un verso e poi nell'altro. "Attenti che così impazzisce", ammonivano le nonne. I nostri giornali e le nostre televisioni girano nella direzione impressa da qualcuno che in genere ha uno stipendio da parlamentare o da ministro. Qualcuno dovrebbe dedicare a questa deriva un bel titolo a nove colonne e due pagine all'interno, sotto la testatina di "etica e giornalismo".




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17 novembre 2006


Vibrisselibri, fatiche e successi

E alla fine ce l'abbiamo fatta a "partorire" la nostra creatura editoriale. "Mostruosa", come mostruosi sono i libri che vorremmo pubblicare, nel senso caro a Giulio Mozzi: da "monstrum", il deforme che crea meraviglia, l'insolito che stupisce.

Per Leo e per gli altri che ci hanno chiesto un resoconto, Vibrisselibri è nata ieri sotto il sole di Roma, affacciata sulle tredici colonne scanalate in marmo bianco del tempio di Adriano, tra i libri e le locandine cinematografiche del Caffè Fandango. E' nata grazie alle menti e alla braccia di cinquanta persone, più amici, compagni, fratelli e sorelle. E' nata davanti a oltre settanta paia di occhi, venti giornalisti, perfino qualche telecamera. Come nelle grandi occasioni. Tra risate, discorsi serissimi, la lingua rivoluzionaria di Andrea Comotti, l'analisi lucidissima e amara di Demetrio Paolin. Letteratura e terrorismo, editoria e violenza, passione e tragedia. C'era vita, ieri, nella sala.  
Per noi, che in questi mesi abbiamo lavorato sodo - ci perdonino gli amici e i conoscenti e gli estranei che abbiamo chiamato, sollecitato, stressato (nel senso buono del termine) - è stato un successo. Non c'è niente di più emozionante di veder tramutata un'idea in realtà. In così pochi mesi, poi: un miracolo. In nome dei libri: ancora più miracoloso.

Ringraziamo personalmente i nostri "cari" affezionatissimi che sono passati a trovarci: gli amici di Bombacarta, il caro vecchio Vì, Loredana e Alessandro, Tommaso e la piccola adorata Simo, Gianluca (lo scrittore più musicale che conosciamo), Federica e Paola. Ringraziamo Stefania Nardini (e lo splendido Ciro, un supporto morale e materiale), eccellente compagna dei lavori preparatori e di buon Novello umbro, giornalista dentro prima che fuori, ospite graditissima. Ringraziamo Giulio Mozzi, perché è uno che la cultura la "fa" senza torri d'avorio, con generosità. Ringraziamo tutti i vibrisselibrai, da Gaja Cenciarelli a Margherita Trotta, da Ramona Corrado a Stefano Mazzoni, da Pino D'Emilio a Ezio Tarantino, da Federico Miozzi al nostro "decone" Lucio Angelini, da Rossella Messina al "lettore lento" Luca Tassinari, da Bartolomeo Di Monaco a Pamela Canali, da Marco Candida alla sua deliziosa amica Angela. 
E ringraziamo tutti quelli che ci hanno dedicato una riga, un accenno, una pagina. Come Luca Mastrantonio, del Riformista. Come Matteo Tonelli, di Repubblica.it, per merito del quale il nostro sito è saltato (buon segno, vero?). Come Chiara Papaccio, di Epolis Roma. Come i moltissimi blogger che hanno parlato di noi.

Le prime foto (by Pino D'Emilio)




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13 novembre 2006


Inventarsi editori "anfibi": nasce vibrisselibri



Prendete cinquanta persone di tutta Italia, accomunate dalla passione smodata per la lettura e la scrittura. Prendete il web, questo strumento che ci ha rivoluzionato l'esistenza, il lavoro, le relazioni. Prendete competenze in tutti i settori "utili", dall'editoria alla grafica, dalla pubblicità al giornalismo, dall'assistenza alla persona fino al diritto. Agitate per qualche mese "torrido" et voilà... otterrete vibrisselibri, la prima casa editrice "anfibia", con i piedi in Internet e la mente alla carta, metà editore metà agenzia letteraria. Con una struttura da casa editrice tradizionale - direttivo, comitato di lettura, redazione, ufficio stampa, grafica e comunicazione - e un'organizzazione completamente virtuale. Con un fiore all'occhiello mica da poco: essere nata dalla passione pura, senza interessi di sorta. Perché vibrisselibri è autofinanziata. Perché in vibrisselibri ci abbiamo messo l'anima, disinteressatamente. Volete mettere?

Vibrisselibri sarà presentata a Roma al Caffè Fandango, nella cornice scenografica di piazza di Pietra, giovedì 16 novembre alle 11.30. A dirigere le danze sarà lo scrittore Giulio Mozzi, già ideatore del sito letterario vibrisse e ora "padre" (più che mente, più che braccio) del progetto vibrisselibri. Con lui saranno presenti altre tre colonne di vibrisselibri: Lucio Angelini, scrittore, traduttore e coordinatore del comitato di lettura; Gaja Cenciarelli, scrittrice, traduttrice e coordinatrice della redazione di vibrisselibri (in questo blog abbiamo parlato del suo coraggioso libro su Emanuela Orlandi); Demetrio Paolin, "artigiano del sostantivo e del predicato", e autore di uno dei due primi libri targati vibrisselibri. A commentare l'iniziativa il critico Filippo La Porta e la scrittrice e giornalista Loredana Lipperini, nota ai blogger per il suo blog Lipperatura.

Per chi avesse il dubbio che scherziamo, mettiamo subito in chiaro una cosa: i libri finora approvati per la pubblicazione non sono libretti o libricini o libracci o libercoli. Non sono letture facili. Non trattano argomenti semplici. Il primo è la parte iniziale de "L'organigramma", corposo romanzo noir di Andrea Comotti sulla strage di Piazza Fontana, scritto in una lingua che più inventiva e originale non si può (una bella boccata d'ossigeno per chi non si rassegna al televisionese). Il secondo è il saggio "Una tragedia negata" di Demetrio Paolin, che analizza in profondità la narrativa sugli anni di piombo, specchio di un passato prossimo rimosso. A breve i testi saranno liberamente scaricabili dal sito di vibrisselibri. Con due copertine fantastiche e, alle spalle, un lavoro redazionale intenso e impeccabile.
Entrambi i volumi saranno presentati il 12 dicembre - anniversario della strage - alla Feltrinelli di via Manzoni a Milano. A riprova che sono libri veri, pronti per l'approdo alla carta. Perché - come recita il motto di vibrisselibri - la carta non è tutto, ma aiuta.

A scanso di equivoci, rubiamo le parole a Giulio Mozzi: "Non sarei mai stato capace di immaginarmi una cosa come vibrisselibri senza l’esperienza e i ragionamenti dei Wu Ming (e del conseguente I Quindici), senza tutto ciò che è avvenuto nel mondo della musica, ecc. Non credo che vibrisselibri sia una novità strepitosa. Credo che sia un ulteriore passo, sperimentale, verso una destinazione tuttora piuttosto ignota".

Vi invitiamo a brindare con noi, giovedì prossimo. Almeno virtualmente, se proprio non potete venire.  

P.S. Dimenticavamo: per inviare i manoscritti in lettura scrivete a: letturadattiloscritti@vibrisselibri.net
Per informazioni, curiosità e chiacchiere: ufficiostampa@vibrisselibri.net




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3 novembre 2006


Cinemascopico/ "La sconosciuta" ovvero della maternità



Andare al cinema a vedere un film di Giuseppe Tornatore è sempre motivo di orgoglio. Sappiamo, ogni volta che lui porta un film nelle sale, che il cinema italiano ancora pulsa, ancora ha qualcosa da dire, ancora ha speranza. Con "La sconosciuta" l'abbiamo pensato di nuovo. E non perché sia un film tecnicamente perfetto, non perché sia scevro da forzature o sbavature.
Intanto, è un film che non si tira indietro. Se deve colpire, affonda. Se deve inorridire, orripila. Se deve denunciare, grida. Senza mezze misure, senza quei grigi che piacciono tanto ai nostri autori mollemente borghesi (il capostipite dei quali è il pur bravo Muccino). E su che cosa urla? Sulla maternità violata, non perché negata ma perché "rubata". Sul dramma di una giovane ucraina non soltanto costretta a prostituirsi (un topos ancora troppo poco attraente per i registi? Ah, se riuscissero a mettere la testa fuori dai salotti...) ma obbligata a concepire, perché giovani coppie occidentali infertili possano "acquistare" i suoi figli.
Irena, la protagonista, finisce con il mettere al mondo nove figli in dodici anni, fino a quando in ospedale - sfiancata - le comunicano che non potrà più averne. Allora che cosa decide di fare? Si mette a caccia dell'ultima, perché è riuscita a strappare all'ostetrica il cognome dei presunti genitori-acquirenti. Trova una bimba fragile e capricciosa, si insinua nella sua famiglia stravolgendola, uccidendola, distruggendola suo malgrado. Malgrado l'amore - questo sì, violento, perché nato da un passato di violenze - che nutriva per loro. Il finale non è affatto scontato (e qui si vede la mano del regista con la "erre" maiuscola).

A interessarci è più il "taglio" della storia. L'aver scelto di far girare la telecamera intorno a un'immigrata, denunandone non tanto il corpo (inteso in senso lato, come tramite per la costruzione della propria identità sociale) quanto la sua conseguenza primaria, ancestrale, mitologica: la maternità. Quella che anche nei dibattiti recenti sulla questione femminile è ritenuta la vera differenza "di natura" tra gli uomini e le donne. Quella cesura che segna - inutile negarlo - la vita femminile, suddividendola in due parti: il "prima" senza figli, e il "dopo" con figli. Quella "condanna" che, secondo Simone De Beauvoir, faceva della donna una "schiava della specie".
Per un regista uomo, fare i conti con l'immenso tema della maternità non dev'essere facile. Tornatore andrebbe lodato già soltanto per questo. Ma lui fa di più: dopo tanti anni di ragionamenti culturali (alimentati dalle ultime infinite discussioni bioetiche sul corpo della donna, che sembrano averlo ridotto a pura "astrazione" al servizio di questa o quella ideologia, di questa o quella religione), "osa" raccontare la maternità "naturale". Lo strazio del parto, aggravato dal furto del bambino subito dopo la sua venuta al mondo. La sottrazione atroce della possibilità procreativa. La ricerca spasmodica e cruenta dell'ultimo frutto del proprio ventre: Irena cerca sua figlia come qualsiasi cagna cercherebbe un proprio cucciolo. Con un accanimento animalesco. "Naturale", appunto.

Ci siamo interrogati a lungo, dopo. Abbiamo tentato di chiarirci che cosa la maternità è diventata nella nostra società. La risposta non ci si è appalesata, almeno non in maniera univoca e trasparente. Sì, abbiamo pensato al paradosso attuale: l'estrema difficoltà che incontriamo tutti nel mettere al mondo figli (i dati demografici lo dimostrano), nonostante siamo dieci volte più ricchi e sereni dei nostri nonni. Abbiamo meditato su quanto il progresso scientifico e tecnologico abbia inciso sulla natura, sovvertendola (la procreazione assistita è l'esempio più emblematico). Alla fine, però, siamo stati costretti - da Tornatore, da questo figlio di Bagherìa di cui la sua terra dovrebbe andare fiera - a spostare lo sguardo altrove. Dove? Sulla massa di colf, badanti e straniere che stanno allevando i nostri figli, pulendo le nostre case, assistendo i nostri anziani, sostituendo pian piano le nostre infermiere (mestiere nobile e faticoso che le italiane non vogliono fare quasi più). Sui figli e sui mariti che lasciano a casa - in Ucraina, in Romania, in Polonia - o che non possono tenere perché asservite (dal bisogno di denaro) ai nostri bisogni di occidentali vecchi e indolenti.

Tornatore ci ha obbligato a vederle attraverso una vicenda di fantasia che non allude mai direttamente a loro. Stiamo rubando qualcosa a qualcuno. Stiamo rubando la maternità a noi stessi, rinunciandoci, e a loro. Ed è un processo di una violenza inaudita. Che non si può raccontare senza sangue, discariche, uccelli gracchianti, orge, omicidi e tradimenti. Che non si può raccontare meglio di come ha fatto Tornatore.





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