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bloGodot [ Godot è arrivato e non ci piace ]
 



Mantra mattutino

ESTRAGONE Didi.

VLADIMIRO Sì.

ESTRAGONE Non posso più andare avanti così.

VLADIMIRO Sono cose che si dicono.

ESTRAGONE Se provassimo a lasciarci? Forse le cose andrebbero meglio.

VLADIMIRO C’impiccheremo domani. (Pausa). A meno che Godot non venga. ESTRAGONE E se viene?

VLADIMIRO Saremo salvati. (Vladimiro si toglie il cappello – che è quello di Lucky – ci guarda dentro, ci passa la mano, lo scuote, lo rimette in testa).

da "Waiting for Godot", Samuel Beckett


Mantra notturno

Che cosa significa “la realtà”? [...] A volte sembra nascondersi dietro forme troppo lontane perché ci sia possibile capire la loro vera natura. Ma qualunque cosa essa tocchi, viene fissata e resa permanente. E' questo che ci resta, quando abbiamo gettato dietro la siepe la buccia vuota del giorno; è questo che ci resta del tempo passato, dei nostri amori e delle nostre avversioni.

da “Una stanza tutta per sé”, Virginia Woolf



Per non morire mai

And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

"Late fragment", Raymond Carver



Per avere una meta

L'atlante del Gran Kan contiene anche le carte delle terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate: la Nuova Atlantide, Utopia, la Città del Sole, Oceana, Tamoé, Armonia, New-Lanark, Icaria.
Chiese a Marco Kublai: - Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quale di questi futuri ci spingono i venti propizi.
- Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta né fissare la data dell'approdo. Alle volte mi basta uno scorcio che s'apre nel bel mezzo d'un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s'incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d'istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie.
Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t'ho detto.
Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.
Dice: - Tutto è inutile, se l'ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: - L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
da "Le città invisibili", Italo Calvino



31 gennaio 2006


Questo sconcio senza eguali

Questa poesia è stata letta dal senatore della Margherita Nando Dalla Chiesa come intervento, tutto in rima baciata, durante il dibattito in aula sullo scandaloso decreto legge sull'inappellabilità delle sentenze di proscioglimento, giustamente rinviato alle Camere dal presidente della Repubblica. Non aggiungiamo altro, ma battiamo le mani.

Bentornati senatori,
dalle feste e dai ristori,
tutti insieme per votare
la gran legge secolare,
la più urgente, la più bella
sì, la legge Pecorella.
Ma quant'è curioso il mondo,
nel suo gran girare in tondo,
che fa nascere d'incanto
una legge che può tanto.
E la scrive un avvocato
per salvare il suo imputato,
che poi, caso assai moderno,
è anche capo del Governo,
mentre invece l'avvocato
è un potente deputato.
Ah, che idea stupefacente,
non si trova un precedente,
è un esempio da manuale
di cultura occidentale
che sa metter le persone
sopra la Costituzione.
E ora è bello edificante
che di voci ne sian tante,
di giuristi, ex magistrati,
di causidici, avvocati,
pronti, intrepidi, a spiegare
che la legge è da votare,

poiché vuole la dottrina
che il diritto su una china
più virtuosa scorrerà,
se la norma si farà.
Ma pensate che bellezza
per un reo, l'aver certezza
che se il giudice è impaurito
o corrotto o scimunito,
potrà dar la soluzione
senza alcuna sconfessione,
che il processo finirà
e un macigno calerà
sull'accusa dello Stato
e su chi subì reato.
Che trionfo, che tripudio,
e per Silvio che preludio
ad una dolce terza età,
l'assoluta impunità.
Bentornati senatori,
per la fine dei lavori;
cinque anni incominciati
coi tesori detassati,
poi vissuti con amore
a far leggi di favore:
rogatorie, suspicioni,
lodi, falsi e prescrizioni,
approvate in frenesia
e con gran democrazia,
che chi c'è non può parlare
e chi è assente può votare.
Mentre al pubblico in diretta
lui giurava: "Date retta,
se non si combina niente
sui problemi della gente
colpa è di opposizioni,
Parlamento e Commissioni!".
Bravi voi che con tempismo
combattete il comunismo,
anche se nell'ossessione
ce l'aveste una ragione:
falsa è di Marx la tesi
che lo Stato è dei borghesi;
ci insegnaste voi del Polo
che lo Stato è di uno solo.
Or votando con l'inchino
si completi il gran bottino
delle leggi personali,
questo sconcio senza eguali.
Del diritto sia mattanza.
Ma l'Italia ne ha abbastanza!




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31 gennaio 2006


Due mani, un volante

Due mani, un volante, un'auto fiammante viaggiano sulla carreggiata sud:
tintinna un vento debole che increspa i contorni d’asfalto.

A destra la corsia di sicurezza vende ottanta chilometri all’ora
in coda dietro a un tir mezzo pesante mezzo imponente
fasciato di foto di seni quotidiani.

Non interessa la posta alla mano allungata: è già sul cambio che ingrana
la quinta coperta di sdegno e sudore
guardando la coda a sinistra,
insano amplesso del cuore. 

              Laggiù c'è il sorpasso 
              la chiave da squasso 
              il truce ruggito 
              di un indietro bandito.

La notte fiocca di ovatta nera sopra i parabrezza argentei
e scuote i tergicristalli di tremori:
le mani abbrancano il clacson lasciando che non suoni. 

             Un faro s’accende, un altro lo insegue 
             clamore di frecce nel buio: 
             scintillano le sclere da un abitacolo 
             all’altro come lucciole curiose.

In questa giungla di svincoli ti aggiri famelico
a caccia dell’uscita giusta disegnata sulla mappa:
ti vedo sfrecciarmi accanto
mentre aspetto cieca in corsia d’emergenza
che un casello mi soccorra la vista 

            e tu il futuro.

(emmeper)




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30 gennaio 2006


Tipi moderni/ Tu mi parli, io non ti sento



Oggi come oggi bisognerebbe inventare dei corsi per insegnare ad ascoltare.

"Che fai nel pomeriggio?"
"Alle tre ho inglese, alle quattro pianoforte, alle cinque gym music e alle sei ascolto"
"Ascolto? E che cos'è?"
"Niente di particolare: siamo in gruppo e l'insegnante ci insegna a stare zitti per un'ora, ascoltando storie"
"E non basterebbe stare un'ora davanti alla televisione?"
"Oddio no! E' proprio questo il punto. Il punto è che non si può cambiare canale. Devi ascoltare quello che l'insegnante o i suoi ospiti raccontano. E alla fine devi saper ricordare almeno un particolare delle loro storie"
"Dev'essere una noia mortale"
"Già, ma dicono che sia utile. Dicono"

Magari ci fossero dei corsi così. Lezioni per re-imparare l'arte della conversazione, quella antica basata sul contraddittorio. Io parlo, tu parli, ma ci ascoltiamo, seguiamo il filo del discorso. Il logos. 
Non ci avete fatto caso? Oggi nessuno ascolta più. Siamo tutti troppo impegnati a raccontarci, a vomitare addosso agli altri che cosa abbiamo e che cosa facciamo. Mai, o quasi mai, chi siamo. Capita, per strada, di cogliere dialoghi simili:

"Finalmente ieri sera sono uscita con Davide!"
"Sì, ma ti ricordi Federica?"
"E' stato tenerissimo, anche se sta ancora con quella"
"L'ho incontrata l'altra sera al pub"
"Guarda, per ora preferisco non chiedergli nulla e godermi l'attimo"
"Lei mi ha chiesto pure di te..."
"Ehi, mica le hai raccontato qualcosa?"
"Di che?"
"Di Davide, no? E di che stiamo parlando?"

Le nostre conversazioni scoppiano di corti circuiti simili. 

Oggi viviamo nella cultura del saccheggio generalizzato", scrive il critico d'arte Francesco Bonami in un brevissimo fulminante articolo su D Donna di Repubblica. "Il saccheggio, oggi, non si limita alle cose e ai beni di consumo, si estende alle immagini, ai corpi delle persone, al denaro, alle idee, per finire arraffando l'identità dell'individuo. Prendere, inghiottire, ogni mezzo è lecito. (...) La nostra società è diventata un bocchettone, i nostri occhi sono diventati due bocche. Il fast food è anche fast image. Davanti ai musei ci mettiamo in fila per la nostra razione mensile di Monet in scatola, come accadeva in Unione sovietica per comprare il pane. Immagini, nostro pane quotidiano, televisione, nostro forno microonde. Deglutiamo cartoline, manifesti, magliette. la memoria storica si è trasformata in memoria settimanale".

I nostri occhi sono diventati due bocche.
 Verissimo. Ma la questione non è soltanto la voracità d'immagini, il saccheggio estetico. "Avere successo significa poter invadere la realtà, non trasformarla", sostiene Bonami.

In questo ipertrofismo generalizzato di occhi e bocche, di pronomi di prima persona singolare ripetuti ossessivamente, di presenze forsennate che invadono la nostra realtà tentando di autoaccreditarsi come i nostri interlocutori per il solo fatto di esserci, noi speriamo che le orecchie non si atrofizzino del tutto. Cominciamo ad esercitarci: per dieci minuti al giorno sforziamoci di ascoltare chi ci parla. Senza cambiare canale prima, senza sintonizzarci subito sulle frequenze rassicuranti dell'IO.
Magari, ascoltando davvero, qualcuno di noi potrà anche imparare a capire quante cazzate ci raccontano. E a dire: "No, grazie. Adesso voglio ascoltare qualcun altro". Perché le parole, come diceva Carver (sempre lui), "sono tutto quello che abbiamo: perciò è meglio che siano quelle giuste".




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27 gennaio 2006


E parto e torno nella mia casa di stazione



Avorio nell’aria, come di sorrisi e biglie di cristallo rotolate tra i rintocchi di una sagra di paese

Suoni stranieri al di là delle pareti, mormorìi e cigolìi di portoni sempre aperti:
svolazzano fantasmi neri senza spaventare.
E in cortile momenti di seta, a sera, sbirciati dagli scuri semichiusi

un soppalco che invidio recintato di quadri, una lampada rossa come il divano che vorrei
– chissà che libri sugli scaffali –

ombre di intimità
che tacciono
i neon diurni di uffici e corridoi
il sangue delle notizie aspre
la guerra la guerra sempre lei
tumori da sconfiggere
elezioni da turarsi il naso
spacci e patti
camorre e sporcherie

Siamo le ombre d’intimità, mi dico, non questo

e tento di sottrarre al silenzio l’eco di un treno che riparte
e alla vista il getto del vapore
li ritaglio nella bandiera arcobaleno appesa al balcone di fronte
e parto e torno nella mia casa di stazione.

(emmeper)




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26 gennaio 2006


Senza pudore

Circa 3.000 Gazebo nelle piazze di tutti i comuni d'Italia, compresi quelli di montagna, per confutare «le bugie della sinistra» e far conoscere le 33 grandi riforme fatte dal governo Berlusconi. Si tratta della seconda «operazione verità» organizzata da Forza Italia, che si terrà sabato e domenica prossimi, e che è stata illustrata oggi dal coordinatore nazionale Sandro Bondi e dagli altri dirigenti «azzurri». (Ansa).

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO:
Scusate, stiamo vomitando dall'indignazione, abbiamo superato la soglia di sopportazione (pur non guardando la Tv) e non possiamo spendere una parola di più.

Lettura consigliata per sopravvivere fino al 9 aprile




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25 gennaio 2006


Amarcord/ Orizzonti di memoria

Chi ha detto che siamo fatti di carne e sangue? Sciocchezze: noi siamo fatti di luoghi. La nostra memoria è geografia: un mosaico di strade, città, sentieri, fiumi, mari e spiagge, bar e ristoranti, piazze e fontane, uffici e case. Con i loro odori. I rumori. I colori.

In City, Baricco scrive: "È una cosa strana. Quando ti accade di vedere il posto dove saresti salvo, sei sempre lì che lo guardi da fuori. Non ci sei mai dentro. È il tuo posto, ma tu non ci sei mai".

Ovvio. Per noi non esiste salvezza. Esiste soltanto consolazione. Anche i nostri sogni sono luoghi. Origine e destinazione. Siamo punti in viaggio: nascita e morte. Dicotomie spaziali, scenografie esistenziali: o ci siamo o non ci siamo. Per questo, diceva Epicuro, la morte non dovrebbe spaventarci: quando c'è lei, noi ci dissolviamo.

In questa piazza fotografata qui a fianco, sotto le tende, c'è un ristorante. Sull'ultima finestra in alto a sinistra sventola, impercettibile, una bandiera della pace. In quella sala si può mangiare un'ottima tagliata di manzo. Le voci risuonano forte, i cuochi osservano attraverso i vetri. C'è una ragazza seduta accanto alla seconda vetrina che dà sulla strada. Ha una maglietta rossa, incrociata sulla schiena, a lasciare scoperta la pelle sotto le scapole. Tra le mani stringe due pacchetti infiocchettati. In uno c'è "Cattedrale" di Carver, nell'altro un volume di foto di Robert Capa. Lui, che le siede di fronte, ancora non lo sa. Quando scarta, arrossisce imbarazzato, ma non per i regali. E' che non ha mai avuto davanti niente di così meraviglioso. 
Dev'essere una delle prime volte che escono insieme. Sembrano furtivi, pare che nascondano qualcosa. Sono belli. Scintillano. Quella piazza, quel ristorante, quella finestra - per loro - non saranno più gli stessi. Anche se non si rivedranno più. Anche se passeranno insieme il resto della loro vita. 

Noi siamo fatti di luoghi. La nostra memoria è geografia. 

(vai al precedente post di Amarcord)


 




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23 gennaio 2006


I nostri racconti/ Il furto (frame dei nostri tempi)

Mi sono accorto del furto mentre interrogavo mio fratello Silvio per un esame di marketing. Lui, le mani sulle ginocchia, seduto sul letto a gambe incrociate, blaterava di orientamento al cliente e packaging. Illustrava le virtù della segmentazione del mercato e la necessità di conoscere il ciclo di vita del prodotto, con la stessa convinzione di un politico che prima delle elezioni promette aulicamente il mare, regalando prosaicamente frigoriferi.
Il sole delle undici innaffiava la stanza, indorato dalle tende gialle pesanti che mia madre ci ha regalato e montato per nasconderci dagli sguardi indiscreti dei vicini. La nostra casa si affaccia su un grande cortile interno. A dire il vero, non mi sembra che tra i condomini ci siano molti curiosi: sono più io, semmai, a sbirciare spesso fuori, a catturare i dialoghi da un terrazzo all’altro, a spiare la vecchietta del quarto piano che parla con le sue piante. Giada dice che m’impiccio.
"E allora?", mi ha chiesto Silvio a un certo punto. "Tu non mi fai più nessuna domanda?".
Il panico mi ha assalito. Non mi veniva in mente proprio niente. Vagavo con gli occhi da una riga all’altra, pescando a caso le parole: bisogni, valori, processo, acquisto, sviluppo della domanda, preferenze, performance, impresa, gestione strategica, marketing mix. Tutta roba che avevo studiato anch’io, appena sette anni prima. Tutta roba che utilizzavo quotidianamente nel mio lavoro di pubblicitario per una grande agenzia statunitense. A scanso di equivoci, il mio lavoro è indurre la gente ad acquistare una macchina che io non comprerei mai.
"Walter?". Silvio mi guardava con un punto interrogativo stampato sulla sua faccia tonda. "Ti ho chiesto di aiutarmi… Dovresti fare la parte del professore. Insomma, se so rispondere alle tue domande, saprò sicuramente rispondere a quelle di Lagagna!". Lagagna era un mio compagno di università. Il figlio del rettore. Un idiota con tutti i crismi. Mentre io mi facevo il culo saltellando da un’agenzia all’altra, pagato zero, lui pubblicava libri scritti sotto dettatura del padre. Ha superato tutti i concorsi immaginabili in un battibaleno e si è insediato alla cattedra di marketing a ventotto anni. Non contento, come tutti gli idioti, ha preso a odiare quelli che si facevano valere per meriti propri. Me compreso. Ecco perché ero sicuro che avrebbe bocciato Silvio, ma mi sono ben guardato dal dirglielo.
"Scusa, Silviè, ma proprio non mi viene in mente nessuna domanda".
"Ma che stai dicendo? Leggi il titolo di un paragrafo qualsiasi, no?".
Era esattamente questo che non volevo fare. Trasformare i titoli e i sottotitoli in domande. Mi sforzavo di raccattare qualche idea per chiedere qualcosa di intelligente.
"Non posso più interrogarti", ho detto solenne.
"Dai, Walter, piantala", è sbottato mio fratello, sbattendo il libro sul plaid arancione. "Ho l’esame domani! Perché cazzo non vuoi aiutarmi?".
"Non riesco a pensare a una domanda intelligente".
"Non mi servono domande intelligenti! Mi serve che tu mi faccia parlare, chiaro?".
Mi sono alzato, ho scostato la tenda gialla e mi sono acceso una sigaretta. Non è tanto comodo fumare spiaccicato contro le grate di una finestra.
Silvio mi ha seguito. Era orribile, quella mattina. Portava quella sua maglietta bianca da casa, tutta bucherellata, con il muso di Topolino stampato dietro. E un paio di pantaloncini grigi del pigiama, mezzi sfilacciati. Le occhiaie, la barba lunga e i capelli sporchi completavano il quadro: il tipico studente di economia a un giorno dall’esame.
"Te l'ho detto, non ho domande da farti".
Silvio mi ha preso per la spalla, ha abbassato il tono e mi ha chiesto: "Tutto bene, fratellone?".
No che non andava bene. Ho guardato la pila di libri ammassati in corridoio, per terra: non avevamo ancora fatto in tempo a chiamare il falegname per farci fare le librerie.
"Okay, ti lascio stare", ha detto Silvio, rimettendosi sul letto. Ha cominciato a ripetere da solo, ad alta voce: "Le matrici di portafoglio permettono una rappresentazione sintetica del grado di attrattività e della posizione competitiva dei diversi business".
Ho pensato agli ultimi tempi. Il lavoro stava assorbendo quasi tutte le mie energie. Riunioni su riunioni, incontri col cliente, slogan creati e poi bocciati, grafici e analisi di mercato. Il mio gruppo di creativi doveva aiutare la penetrazione della macchina sul mercato cinese. E io, di cinese, conoscevo soltanto il ristorante sotto casa e i negozi spuntati come funghi nel quartiere. Anche in agenzia, riflettevo, non stavo inventando un bel niente. Il più delle volte mi limitavo a studiare numeri, rapporti, inchieste sulle nuove tendenze, articoli di giornale. Accumulavo informazioni.

Quanto a domande, zero.

Ero pieno di risposte, in compenso: quanti cinesi vivono nella zona di Pechino, quanti hanno un reddito mensile superiore a mille dollari, quanti hanno un’auto di proprietà, quanti leggono un quotidiano e quale, e così via.
Silvio continuava: "Il posizionamento dell'impresa nel sistema competitivo è la definizione dello spazio che il prodotto o la marca occupa in un dato mercato nella mente del consumatore rispetto agli spazi occupati dagli altri prodotti o marche".
Neppure a Giada facevo più domande. Lei mi riempiva di telefonate e di mail, mi raccontava per ore dello shopping con la madre e della malattia della nonna. Sapevo tutto dei suoi spostamenti e dei suoi appuntamenti. Conoscevo in anteprima gli articoli che le avrebbero pubblicato sul giornale il giorno dopo. Ricevevo puntualmente l’elenco di chi la importunava, degli amici che avremmo avuto a cena in settimana, dei libri che avrebbe voluto leggere.
I libri, almeno loro, avrebbero dovuto aiutarmi. Mi sono allontanato dalla finestra e ne ho aperto uno a caso. "Conoscerete la nostra velocità", Dave Eggers, Mondadori. Me lo aveva prestato Giada e l'avevo bevuto in una notte, perché mi era sembrato di averlo già letto. Ne ho afferrato un altro. "Mappa del nuovo mondo", Derek Walcott, Adelphi. L'avevo comprato dopo aver visto un film in cui declamavano quelle poesie. Mi erano piaciute molto, moltissimo. Soprattutto una, tanto che avevo fatto l'orecchietta alla pagina.

Ma quanto a domande, zero.

Ho pensato al cibo: sono un buongustaio, cazzo! Se non proprio domande, qualcosa mi doveva venire in mente. Tipo: che cosa avrei voluto mangiare quella sera. Che cosa mi sarebbe piaciuto cucinare. Che cosa mi sarebbe piaciuto che Giada avesse cucinato per me, possibilmente nuda. Quale nuovo ristorante avrei voluto provare. Peccato che, pur sforzandomi, i punti interrogativi alla fine delle frasi si ammutolivano, come contorcendosi e richiudendosi in un semplicissimo punto.
Cominciavo a diventare nervoso. E mio fratello, ignaro del mio dramma, andava avanti: "Il posizionamento implica la costruzione di una mappa di posizionamento, che può comprendere sia prodotti esistenti, sia potenziali entranti".
Sono andato in soggiorno e mi sono stravaccato sul divano grigio, abbracciando un cuscino Ikea rosso. Ho premuto il tasto "enter" sul computer portatile buttato anche lui sul divano, giusto per far sparire l’orrendo screensaver ansiogeno, quello a puntini che si perdono nel vuoto. Ho digitato www.google.it ed è lì che ho capito quant’ero grave: non sono stato in grado di scrivere niente dentro il rettangolino. Non ho potuto premere "cerca con Google" perché non avevo niente da cercare. Nessuna cazzo di domanda. Qualcuno me le aveva rubate tutte.
Ho corso fino alla camera. L'ho detto a Silvio, scrollandolo. Gli ho spiegato del lavoro, dei libri, di Giada, del cibo e di Google. "Qualcuno mi ha rubato le domande!", gridavo.
Mio fratello si è riavviato la sua ciocca di capelli sporchi che ricadeva unta sulla fronte. Mica si è scomposto. Si è alzato, mi ha preso a braccetto e mi ha sussurrato, come se mi stesse confidando un gran segreto: "Dipende tutto dal posizionamento. Mi hai sentito prima, no? L’impresa deve definire lo spazio che il prodotto o la marca occupa in un dato mercato nella mente del consumatore, rispetto agli spazi occupati dagli altri. Ecco, tu sei saturo".
"Ma io non sono saturo di marche", ho risposto, staccandomelo dal braccio.
"Sei stato saturato dalle risposte!", ha detto Silvio, rivolgendo i palmi delle mani al soffitto. "Hai studiato troppo, hai letto troppo, hai navigato troppo. Molto più di quanto ti serviva. Ti sei beccato una montagna di risposte. Nella tua mente non c’è più spazio per altre domande. E' semplice". L'avrei strozzato, per quanto era soddisfatto. Mi sono acceso un'altra sigaretta.
"Tu adesso non puoi chiedermelo, però se fossi stato sgombro, dico nella mente, mi avresti domandato che cosa puoi fare", ha aggiunto. "Te lo dico io: devi fare pulizia. Devi stare per un po' a pancia all'aria, senza fare niente. Lontano dall'agenzia, dalla televisione, dai libri, dal computer e anche dalle persone. Dovresti anche cambiare aria. Vattene per un mese al casale in campagna, per esempio. Mamma e papà sarebbero contenti, visto che non ci va mai nessuno".
L'ho ascoltato con attenzione. "Silviè, non dire cazzate".
Lui ha alzato le braccia: "Fa' come ti pare, però ho ragione io". Ed è tornato a ripetere, come un barbone accoccolato sul letto. Ho pensato che forse poteva farcela, persino con Lagagna.
Ho ciondolato per tutto il giorno, vagando da una stanza all'altra. La sera ne ho parlato con Giada.

Adesso sono al secondo piano del casale. Dalla finestra vedo la vallata, gli alberi di fico con i frutti verdi gonfi attaccati ai rami e i vecchi olivi con la corteccia sgretolata. I melograni sono selvaggi e cespugliosi, come se nessuno li avesse mai potati: tra le foglie si nasconde un trionfo di fiori rossi, delicatissimi. Volano via non appena si alza il vento.
Dalla cucina, al primo piano, arriva l’odore del rosmarino. Giada sta preparando costine d’agnello: non ne ha voluto sapere di lasciarmi partire da solo, però ha accettato “il patto del silenzio”. Non parliamo mai, anche se non abbiamo portato niente da leggere. In compenso, io sto scrivendo quello che mi è successo. E’ stata un’idea loro. Credono che possa aiutarmi.
Io, per ora, resto convinto di essere stato vittima di un furto. Un furto bell’e buono. Ma prima o poi scoprirò chi è stato. E gliela farò vedere. 

© Emmeper
 




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23 gennaio 2006


Cinemascopico/ Così Woody ha sciupato il Matchpoint

A noi "Matchpoint" non è piaciuto.  Lo ammettiamo a malincuore e sappiamo di andare controcorrente. Woody Allen è stato un attore e un regista geniale: "Manhattan" è uno dei film più belli della storia, pur gloriosa, del cinema americano. Pochi come lui hanno saputo descrivere le nevrosi della upper class statunitense. Anzi, della upper class newyorchese. E' stata questa abilità a farlo tanto amare in Europa e tanto odiare negli States. Perché, si sa, New York non è l'America. E l'upper class della Grande Mela è molto più simile all'alta borghesia europea che a quella del resto degli States.

Detto questo, siamo andati al cinema superando le esitazioni che nascevano dalla profonda delusione per gli ultimi due film di Woody: "Anything else" e "Melinda e Melinda". Brodaglie noiosissime, nonostante il sempre mirabile campionario di ansie e contraddizioni esistenziali. Deja vu anche stilistici, senza altra velleità se non quella di parlarsi (cinematograficamente) addosso.
Per "Matchpoint" ci siamo fidati delle quattro stellette assegnate al film da Fabio Ferzetti (Il Messaggero), nostro critico di riferimento, che ne scrive così: "Storia esemplare, regia limpida e implacabile, capace di calarci fin dall'inizio nei panni di quello che sembra e non è il migliore in campo". Tutto vero. Però.

Però ci siamo stancati. Delle meravigliose esistenze dei personaggi, ovattate da un lusso sempre più sfrenato (qui la location è una Londra di gallerie d'arte e di teatri, di week-end in campagna e biblioteche "rustiche" raffinatissime, impreziosita dall'opera lirica come colonna sonora). Della scelta di mettere in scena uomini e donne senza memoria, figure alienate da ogni contesto. Dell'incapacità di Allen di scendere con la cinepresa tra la gente vera. "Matchpoint", a questo proposito, è un'occasione mancata: Allen aveva per le mani Chris Wilton, l'irlandese maestro di tennis (Jonathan Rhys Meyer), e Nola Rice (Scarlett Johansson), l'americana piombata a Londra con l'ambizione frustrata di fare l'attrice. Due figure ideali per calarsi nella lower class, indagarne ambizioni e sogni, valori e ingenuità. Chris e Nola diventano invece puri manichini, "inventati" per dimostrare il teorema alla base del film: «Succede, nel corso di un match, che la pallina urti il bordo superiore della rete e s'impenni per pochi decimi di secondo. Con un po' di fortuna, cadrà sul lato del campo che vi dà la vittoria. Ma può cadere su quello opposto e allora avrete perduto».  Ovvero: nella vita conta più la fortuna del talento. Avevate qualche dubbio? Di più: la vita intera è tutta questione di fortuna. Ma va? E' una partita a tennis, appunto. Ma non con la morte: con l'ambizione e il desiderio. Un match in cui amore, passione, solidarietà, pietà, altruismo, generosità e umanità non trovano spazio. In cui non fanno punteggio. In cui mettere al mondo un figlio è soltanto una "questione meccanica", come sostiene Chris. In cui i personaggi sono "tipi" (l'irlandese arrivista, l'americana innamorata e ingenua, la londinese aristocratica e abituata ad avere tutto e via dicendo).

E' stato questo, forse, a lasciarci l'amaro in bocca. Questa rappresentazione senza Storia e senza respiro, appiattita in una sola dimensione. E sono controproducenti le citazioni, nient'affatto velate, di Dostoevskij ("Delitto e castigo") e di Maupassant ("Il rosso e il nero"). L'effetto è impietoso: fanno svanire il film di Woody in una bolla di sapone. Perché quelli erano giganteschi affreschi di un'intera società; questo, al confronto, pare uno dei mille insetti contemporanei osservato al microscopio. Lontano anni luce da chi lo guarda.

Venerdì sera avevamo visto in Tv "Salvate il soldato Ryan" di Steven Spielberg. E lì altro che respiro: lì la storia si intreccia con la Storia. Lì non ci sono escamotage creativi e artistici, che tentano di cambiare le carte in tavola: è vero che noi giochiamo a dadi con la morte, e con nient'altro. Ma in mezzo c'è quel magma che chiamiamo umanità. Con persone a tutto tondo, mille dimensioni, chiaroscuri, complessità. Non pedine di cartapesta al servizio del regista.




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21 gennaio 2006


Un verso per il week-end (a Lorenzo, che è appena nato)

                                                            Ogni caso

                                            Poteva accadere.

                                            Doveva accadere.
                                            E' accaduto prima. Dopo.
                                            Più vicino. Più lontano.
                                            E' accaduto non a te.

                                            Ti sei salvato perché eri l'ultimo.
                                            Perché da solo. Perché la gente.
                                            Perché a sinistra. Perché a destra.
                                            Perché la pioggia. Perché un'ombra.
                                            Perché splendeva il sole.

                                            Per fortuna là c'era un bosco.
                                            Per fortuna non c'erano alberi.
                                            Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave,
                                                                                                        un freno,
                                            un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
                                            Per fortuna sull'acqua galleggiava un rosaio.

                                            In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
                                            Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
                                            a un passo, a un pelo
                                            da una coincidenza.

                                            Dunque ci sei? Dritto dall'attimo ancora socchiuso?
                                            La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
                                            Non c'è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
                                            Ascolta
                                            come mi batte forte il tuo cuore.

                                            Wislawa Szymborska (da "Ogni caso", 1972)




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20 gennaio 2006


One book, one community?



Tutta Mantova, a breve, leggerà  "Jolanda, la figlia del corsaro nero" di Emilio Salgari. L'iniziativa, lanciata al Festivaletteratura, sta entrando nel vivo, come apprendiamo oggi dalle pagine di Repubblica: dal 3 febbraio comincerà la distribuzione del libro. "Ventimila copie del romanzo stampate e regalate a tutti i cittadini, una copia ogni due abitanti alfabetizzati, corredate da caldo invito a leggere nelle stesse settimane lo stesso libro", spiega l'inviato Michele Smargiassi.
Naturalmente l'idea è importata pari pari dagli Usa, come ogni evento che si rispetti. La prima lettura comunitaria - all'insegna dello slogan "One book one community" e della convinzione che "se una comunità apre lo stesso libro, quando lo chiude è più unita" - è avvenuta a Seattle nel 1998, dilagando poi in 46 Stati americani, in Australia, in Canada e in Gran Bretagna.
Ora, da lettori accaniti e onnivori, non possiamo nascondere una certa perplessità. Che poi, dobbiamo riconoscerlo, emerge anche dall'articolo di Smargiassi. Non è che siamo davanti all'ennesimo fenomeno iperconsumista? Non è che sarà tutto un proliferare di gadget, feste e festicciole, cene a tema nei ristoranti, percorsi finto-culturali, merchandising a volontà?
E ancora: in base a quali criteri viene scelto il libro "collettivo"? Tecnicamente, il requisito indispensabile deve essere l'assenza di diritti d'autore: un romanzo che possa essere ristampato e fotocopiato senza rischi e senza costi. Quanto ai contenuti, però, già ci immaginiamo le discussioni nei municipi. Via i libri politici, quelli troppo difficili, la poesia (per carità, non la legge nessuno). Molto molto meglio le imponenti saghe fantastiche, le avventure che tengono col fiato sospeso. Con la speranza (ingenua?) che i bambini, a scuola, possano parlare anche di Jolanda oltre che del Grande Fratello. La lettura è una festa, non lo mettiamo in dubbio. Può unire le persone come non mai. Ma stiamo attenti a non trasformarla nell'ennesima Halloween di casa nostra. Stiamo attenti a non farla diventare l'ennesimo fenomeno da baraccone.
Una soluzione ci sarebbe: ci sono libri che davvero meriterebbero di essere letti da tutti, in tutta Italia. Noi proponiamo "Se questo è un uomo" di Primo Levi. E voi? 




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