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bloGodot [ Godot è arrivato e non ci piace ]
 



Mantra mattutino

ESTRAGONE Didi.

VLADIMIRO Sì.

ESTRAGONE Non posso più andare avanti così.

VLADIMIRO Sono cose che si dicono.

ESTRAGONE Se provassimo a lasciarci? Forse le cose andrebbero meglio.

VLADIMIRO C’impiccheremo domani. (Pausa). A meno che Godot non venga. ESTRAGONE E se viene?

VLADIMIRO Saremo salvati. (Vladimiro si toglie il cappello – che è quello di Lucky – ci guarda dentro, ci passa la mano, lo scuote, lo rimette in testa).

da "Waiting for Godot", Samuel Beckett


Mantra notturno

Che cosa significa “la realtà”? [...] A volte sembra nascondersi dietro forme troppo lontane perché ci sia possibile capire la loro vera natura. Ma qualunque cosa essa tocchi, viene fissata e resa permanente. E' questo che ci resta, quando abbiamo gettato dietro la siepe la buccia vuota del giorno; è questo che ci resta del tempo passato, dei nostri amori e delle nostre avversioni.

da “Una stanza tutta per sé”, Virginia Woolf



Per non morire mai

And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

"Late fragment", Raymond Carver



Per avere una meta

L'atlante del Gran Kan contiene anche le carte delle terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate: la Nuova Atlantide, Utopia, la Città del Sole, Oceana, Tamoé, Armonia, New-Lanark, Icaria.
Chiese a Marco Kublai: - Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quale di questi futuri ci spingono i venti propizi.
- Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta né fissare la data dell'approdo. Alle volte mi basta uno scorcio che s'apre nel bel mezzo d'un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s'incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d'istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie.
Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t'ho detto.
Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.
Dice: - Tutto è inutile, se l'ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: - L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
da "Le città invisibili", Italo Calvino



28 dicembre 2005


I nostri racconti/ I due briganti (una favola per l'anno nuovo)

Doveva soltanto comprare una camicia. Per questo era entrato pimpante in quella boutique del centro. Per questo aveva cominciato a muovere gli occhi veloci, dal basso verso l’alto. Scartate le righe, che odiava, si era concentrato sui quadri. Rigorosamente azzurri. Avrebbe fatto un’eccezione per il bordeaux. Ma non c’erano camicie a quadri bordeaux: o erano troppo rosse o erano troppo viola.
“Posso aiutarla?”, chiese lei, materializzandosi alla sua sinistra.
Lui le gettò un’occhiata fulminea. Gli bastò per liquidarla come tipo B, classe A: trascurata, ma potenzialmente attraente. Preferiva il tipo A, classe B: curatissima, anche se imperfetta.
Alessia, quel pomeriggio, aveva le unghie smaltate di rosso. Ma la vernice si era scrostata in vari punti. “Intollerabile”, pensò Raniero.
Alessia aveva i capelli raccolti, ma disordinatamente: una specie di chignon improvvisato, tenuto insieme da una penna di legno. “Sciatto”, pensò Raniero.
Alessia portava un cardigan lungo, da uomo, color mattone. “Deformante”, pensò Raniero.
“Grazie, faccio da me”, rispose lui, stizzito.
“Come vuole”, disse lei, accennando un sorriso.
“Però, quando sorride…”, pensò lui.
“Esattamente il soggetto che odio”, pensò lei.
Alessia si diresse verso il bancone del negozio e prese a sfogliare distrattamente il giornale. Fu a quel punto che lesse quel titolo, stampato a caratteri cubitali: “Ladro gentiluomo rapina i ricchi per donare ai poveri”. Poi guardò la foto. Nessun dubbio: era lui. Sbarrò gli occhi nella sua direzione. Lui se ne accorse e sfoderò il suo sorriso migliore. La mano di Alessia si avvicinò lentamente alla cornetta del telefono. Lui corse al bancone e la strinse.
Fu un attimo: Alessia riempì svelta la sua borsa di finto coccodrillo con un pacchetto di fazzolettini di carta, le chiavi di casa e un paio di caramelle gommose alla liquirizia. Raniero uscì fuori ad aspettarla. Lei chiuse il negozio in fretta e furia, sbuffando mentre la saracinesca si abbassava automaticamente. “Andiamo”, disse lui. E montarono in sella a un’elegante moto Guzzi.
Da quel giorno, per nove giorni, un raffinato delinquente e un’anonima commessa scorrazzarono per il Paese in lungo e in largo. Si fermarono nella città da bere, con il suo duomo e le sue aziende, i bar pullulanti di modelle e la tangenziale più trafficata dello Stato. Bottino: 100mila euro. Virarono a Est per godersi un giro in gondola tra i 177 canali di una laguna triste, che ancora sa d’Oriente. “Malinconica”, commentò lui. “Romantica”, rispose lei, mentre nascondeva nel reggiseno 10 bigliettoni da 500 euro. Costeggiarono la riviera dei divertimenti e delle ore piccole, respirando la vitalità inesauribile della gente. “La spiaggia fa schifo”, disse lui, infilando nella sella della moto 15.000 euro. “Andiamo a ballare”, propose lei.
Poi entrarono nel cuore verde della nazione, dove le “ti” diventano “di” e le ragazze si chiamano “freghe”. Fu lì, al quarto giorno, accanto alla fontana dagli 85 volti, che Raniero le disse a bruciapelo: “Sposiamoci”. E fu allora che Alessia disse: “No”.
Freschi di altri 20.000 euro, ripartirono alla volta della regione delle terme e dei vini. Si concessero una pausa nella galleria dov’è sempre Primavera e una passeggiata senza rapine su un vecchio ponte di soli orafi. “Sciacquiamo i panni qui”, propose lui. “Nel mezzo del cammino”, aggiunse lei. Scovarono un angolo sul lungofiume. Si spogliarono. Si chinarono a lavare le camicie di lui e il cardigan di lei. Tra uno schizzo e l’altro si baciarono. “Umido”, dissero all’unisono. E lo fecero di nuovo. Poi Raniero le accarezzò delicatamente il seno e lo scoprì grande e turgido. Poi Alessia gli graffiò la schiena. Infine furono l’uno dentro l’altro. E ancora. E ancora. E ancora. “Animalesco”, concordarono soddisfatti.
La tappa successiva fu la capitale. Evitarono l’anfiteatro più celebre del mondo e anche il colonnato ellittico davanti alla basilica. Dopo aver razziato le ville con le finestre blindate dalle grate per racimolare 30.000 euro, si dedicarono alla gastronomia. Gustarono un’ottima tagliata di manzo dietro la fontana dei fiumi. Assaporarono una coda alla vaccinara con tanto rosmarino in un campo dove un mago ermetico arse sul rogo. Mangiarono noccioline arrampicandosi su per il passetto da cui i papi scappavano via.
All’ottavo giorno presero il mare alla volta dell’isola di Arturo e dei limoni, non senza prima sottrarre 13.000 euro ai nobiluomini di stirpe borbonica. Fotografarono le casette gialle e rosa dei pescatori ammucchiate sulla costa. Si fermarono nei luoghi dove l’attore dal cuore debole girò il suo ultimo film sul poeta dal cuore caldo.
Tra due vecchie barche di legno blu, Raniero ripetè: “Sposiamoci”. E Alessia, incantata dal luccichìo del mare e dalla musica dolce che le risuonava dentro, rispose: “No”.
Rimontarono in sella, si imbarcarono per tornare sulla terraferma e proseguirono giù, giù, fino al borgo di fronte allo stretto dove la bellissima fanciulla bevve l’acqua avvelenata della maga. Si amarono nell’antro davanti al famigerato gorgo. Le loro grida, come quelle del mostro, spaventarono i marinai. “Divino”, disse lui. “Mitico”, echeggiò lei.
Era il nono giorno. Avevano accumulato 183.000 euro. Era giunta l’ora di fermarsi.

Veronica sospira: “Mamma, ti prego, raccontamelo di nuovo”.
Alessia ride. Ha i capelli sciolti e lisci. Qualche ruga. Un abito rosso elegante. Un filo di perle intorno al collo.
“Lo sai, tesoro, che domani devi alzarti presto”.
“Ma voglio risentirla ancora”, mugugna Veronica.
“Adesso basta. La damigella più bella del mondo dovrà essere riposata”.
Veronica chiude gli occhi, sognando la corona di fiorellini e il vestito bianco che Alessia le ha preparato. Si apre la porta. Entra Raniero, in giacca grigia. Impeccabile, come nove anni prima.
“Sei pronta?”, bisbiglia ad Alessia, dandole un bacio sulla guancia e rimboccando le coperte a Veronica.
“Adesso sì”, dice lei.
“Finalmente”, risponde lui.
Si danno la mano. Si guardano: due briganti, due complici. Poi escono insieme ad affacciarsi sul gorgo, salutando la luna di ceramica appoggiata sulle onde.

© Emmeper




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27 dicembre 2005


Squarci di casa (omaggio all'artista)

Non esiste un 26 dicembre più bello di quello trascorso a disegnare col carboncino (questi quadri sono opera dell'artista di casa), a scrivere, a vedere "La tigre e la neve" per intenerirsi di poesia e poi "Shining" per spaventarsi, emozionarsi per la bravura di Jack Nicholson e infine inorridire per la violenza dell'Uomo. Tutta. In qualunque forma. In qualsiasi parte del mondo.

 




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23 dicembre 2005


Caro Babbo Natale

Caro Babbo Natale,
lo sappiamo che sei tanto impegnato ma, se ti rimane un attimo, per l'anno prossimo vorremmo che portassi anche a noi un paio di regalini. Niente di impegnativo, tutto più che alla tua portata.
Il 9 aprile, per favore, liberaci da chi ci ha governato finora a sua immagine e somiglianza. Ci piacerebbe avere un nuovo primo ministro, perché quello che abbiamo non ci è mai piaciuto tanto e, se non ce ne regali uno nuovo, temiamo che dovremo tenercelo per un’altra legislatura.
Ne abbiamo visto uno interessante in Spagna ma non vorremmo esagerare. Insomma, vedi tu.
Cerca di illuminare chi deve pronunciare cinque paroline magiche: "Adesso andiamo via dall'Iraq". Ti preghiamo: fallo sbrigare.
Non lasciare che viviamo schiavi dei soldi, ma regalaci compensi adeguati al lavoro che svolgiamo. Il precariato, caro Babbo Natale, diventa precarietà esistenziale. E, per i precari esistenziali, anche i progetti costano cari.
Difendi i nostri sogni da chi ce li divora, giorno dopo giorno, a colpi di slogan e di lustrini.
Riporta la politica a governare la cosa pubblica, invece che gli interessi dei soliti sospetti.
Ridacci una sinistra che dica cose di sinistra, ma soprattutto che FACCIA cose di sinistra. Cose tipo un'integrazione vera con le comunità straniere, interventi decisi a sostegno dei più deboli, misure di giustizia sociale (almeno tu ti ricordi che cos'è, vero?) che attenuino il capitalismo allo stato brado.
Proteggi i giudici, ché in questi anni ci sono rimasti soltanto loro.
Se hai tempo, scendi in piazza pure tu il 14 gennaio a Milano "per la libertà delle donne e in difesa della legge 194". Visto che ci sei, potresti dire alla Befana di metterci nella calza un pacchetto di quote rosa. Chissà che il Parlamento non diventi un po' più umano e dignitoso.
Apri gli occhi della gente, per favore. Distogli le persone dalle loro ossessioni quotidiane - eliminare le rughe, diventare veline in Tv, baciare Costantino - e dilata gli sguardi oltre l'Italia delle bandane, del premier liftato e delle sue villone.
Diffondi poesia, rendici visionari, lasciaci vedere gli "anelli che non tengono".
Tieni al caldo nel tuo cuore gli angeli di Emergency, di Medici Senza Frontiere e di tutte le associazioni che ogni giorno, in silenzio e senza tanti clamori, lavorano per l'Umanità.
Se proprio devi scegliere, che sia questo il nostro unico regalo.

Grazie mille,
i BloGodot

P.S. Se puoi, per l'anno prossimo la nostra metà maschile chiede anche un titolo di campione del mondo nei campionati di calcio. Ma la metà femminile si vergogna di dirtelo. Auguri a tutti.




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22 dicembre 2005


Se la poesia prendesse il posto degli spot

Versi di Pascoli al posto dei cartelloni pubblicitari che sponsorizzano i film in prima visione. "C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d'antico" invece delle gigantografie dei vip di Hollywood. "Un occhio s'aprì si chiuse nella notte nera" al posto del gorilla King Kong. "Siamo soli. Bianco d'aria vola come in un mulino"  invece dell'ultima avventura di Harry Potter.
Tra una settimana a Roma succederà davvero, ma soltanto per qualche giorno: il tempo di festeggiare i 150 anni dalla nascita di Giovanni Pascoli (il 1° gennaio 1855), il poeta "fanciullino", segretamente innamorato di sua sorella (ipotesi che tanto ha solleticato la morbosità dei critici). Il tempo di regalare versi a chi si muove per la città, sui muri, dietro gli autobus, in metropolitana.
A noi pare un'idea incantevole. Ci pensate? Poesia gratuita liberata per le strade, frammenti d'universo fruibili da chiunque, frecce scoccate anche verso i cuori più ostili.  "Uno spazio di cielo limpido", dice il consigliere comunale Paolo Paluffo. Squarci azzurri da Prati all'Esquilino, dai Parioli a via Veneto. Bisogna ringraziare la società "Dante Alighieri", che da metà febbraio ha in programma al Vittoriano dodici serate di letture dell'opera di Pascoli.
Magari potessimo spazzare via la pubblicità-immondizia che tappezza la città a suon di endecasillabi. Magari potessimo alleviare la croce delle ore di traffico alzando gli occhi dalla targa del veicolo davanti a noi e assaporando la Szymborska, Leopardi, Majakovskij, la Plath, Saffo, Catullo, Tagore, Hikmet, la Dickinson, la Achmatova. E Rimbaud, Baudelaire, Verlaine, Mallarmé. E Ungaretti, Montale, Quasimodo e Palazzeschi. E tutti i veri compagni di strada che ci hanno accompagnato in questi anni. Magari.




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21 dicembre 2005


Mi piacerebbe



Semplicemente annusare il girasole
acceso sul tavolo da pranzo
che gongola nel vaso di vetro blu,
perdermi tra i raggi della corolla
come un’ape scatenata
e succhiarne polline fino a starnutire.

Leggere un giornale senza inorridire
e scriverci senza vergognarmi.

Essere grande dentro
e non importa fuori,
sgombrarmi dalle ciprie e dalle maschere,
dai ceroni di timidezza
e dai belletti di arroganza.

Piangere davanti ai fucili spianati
sulle bocche dei bambini
distinguendo quelle lacrime
dai singhiozzi pur legittimi per un film
una poesia
un amore finito
altri frantumi di sogni.

Incantarmi tra le pieghe del tuo sorriso
seduto a cena, la portata più preziosa
del menù del giorno.

Saper scegliere il tuono quando sono sorda
il lampo quando accecata
il fulmine se incapace di sorpresa.

Traballare davanti al dubbio, sempre,
come una tavola da surf sul ciclo ritmico
della marea lunga
- ma senza affogare di paralisi.

Ringraziare più spesso chi ha bisogno di me
perché mi rende sole di pianeti familiari
dentro galassie solidali
- ma senza bruciare dei raggi.

Sbagliare strada con la cartina spiegata
sulle ginocchia per perdermi nei sentieri laterali.
Non avere fretta di finire.


(emmeper)




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20 dicembre 2005


Affamati

Fame di perline nei capelli
fame di limbi per riposare
fame di sorrisi, di liane e di deserti
fame di soldi, qualcuno
fame d’amore, tutti
fame di un angolo senza rumori
fame di un libro in barca
fame di sirene languide nel mare
fame di pane ancora purtroppo
fame d'avvocati con scrupoli
fame di parole senza sangue
fame di mani tese, a volte
fame di solitudine, altre
fame d’elemosina al semaforo
fame d’avidità dietro lo sportello
fame di bellezza, magrezza, perfezione
(sudori da personal trainer)
fame d’originalità in serie
fame di papaveri nel campo
fame di domande e di premure
fame di potere, ahi
fame di libertà, sempre
fame di promesse false
(così, tanto per credere)
fame di Dio e di preghiere
(così, per credere)

fami d’Africa e fami d’Occidente


fame di un pièd-à-terre in centro
(moooolto chic)
fame di un loft ristrutturato
(moooolto alternativo)
fame di lacrime in questa valle
fame di vaffanculo urlati alla finestra
fame di cannoli siciliani
fame di sesso consumato caldo
fame di diving nei caraibi
fame di voli senza cardiopalma
fame di poesia al cardiopalma
fame d’oro nero, cowboy?
fame di veli svelati e bruciati
fame di giustizia, ognuno la sua
fame di coralli non sbiancati
fame di ore minuti secondi
fame di una sigaretta al bar di sotto
fame di rispetto, rispetto, rispetto
fame di Uomini e di Donne
fame di madri e di coraggi
fame di un bicchiere di vino buono, amico

fame d'impossibili desideri d'impossibile sazietà.


(emmeper)







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19 dicembre 2005


Italiopoli: la mia Italia piccola piccola

Tredici anni fa avevo 15 anni e una pioggia di sogni addosso. Pensavo che il Pio Albergo Trivulzio fosse un ospizio e Mario Chiesa solo un socialista.
Poi ho saputo cosa fosse un avviso di garanzia. Ho visto un ex presidente del Consiglio investito da una fontana di monetine, volti noti e meno noti alla sbarra, onorevoli suicidi, un giudice molisano inchiodare fior fior di potenti nel suo italiano stentato.
Ho sentito la parola corruzione rimbombare nei bar e nelle aule tra mazzette e tangenti, appalti e regalie. A maggio ho tremato di fronte a due giudici saltati in aria.

Gli storici e i politologi mi hanno convinto che era semplicemente la morte di un'epoca (e di una Repubblica, la prima), che tutto sarebbe rinato ripulito, che il pentapartito era finito: niente più diccì piesseì pielleì pierreì piesselleddì. Il Nuovo sarebbe avanzato.

Nel 1994 il Nuovo aveva la faccia del Berluska, il programma di un'azienda, l'inno di una squadra di calcio, un odio atavico contro i giudici e tre reti televisive a disposizione: la campagna elettorale me l'hanno fatta studiare all'Università.

Il Nuovo aveva davanti la faccia del Berluska la testa di Dell'Utri e la longa manus di Previti: il giusto collage per spazzare via Mani Pulite. Ma dietro era molto, ma molto vecchio: ancora diccì piesseì pielleì pierreì piesselleddì, più un razzismo kitsch chiamato Lega.

E vecchia, molto vecchia, era l'opposizione: gli stessi uomini e gli stessi slogan di cinquant'anni prima, ma con un nome diverso e senza la Grande Mamma Urss alle spalle. Dalla loro una fortuna: Mani Pulite non aveva scalfito il magico mondo Coop, che pure di ombre ne aveva.
Nel 1996 questa opposizione antica ha provato l'ebbrezza del potere, della guerra, dell'inciucio per fare le riforme: alla fine è tornata al suo posto in buon ordine e senza tanto chiasso.

E' tornato lui, allora, con i suoi. E' arrivato l'euro che tutti i prezzi ha raddoppiato, la riforma del lavoro e la devoluzione, la giustizia perennemente sotto torchio, la Mafia paciosa a comandare indisturbata.

Una politica malata per un'economia malata per un Paese in coma, in cui va in malora l'Azienda Automobilistica Nazionale e persino quella che produce il latte, mentre le banche tronfie lucrano su ogni fallimento e sul più microscopico dei depositi, mentre uno squadrone di immobiliaristi piccoli piccoli fanno cassa vendendo e comprando tra di loro, mentre gli italiani si indebitano fino al collo per comprare la lavatrice e la playstation per i figli.

Tredici anni dopo l'annus horribilis 1992, eccomi qui. Nel mio Parlamento siedono 23 condannati in via definitiva (!) e tanti altri in attesa di processo (la lista è disponibile
qui). Oggi si è dimesso il Governatore della mia Banca centrale, dopo un imbarazzante attaccamento alla poltrona e una penosa "amicizia" con un banchiere anche lui piccolo piccolo, finito in manette.  E pensare che fino a un anno fa credevo che Tonino Fazio fosse un uomo onesto. Il "re" della finanza rossa, Giovanni Consorte, è indagato a Roma e a Milano e naviga in un mare di guai.
L'ex capo del pool di Mani Pulite assicura: "Non è una nuova Tangentopoli".
Già. Benvenuti a Italiopoli. Si salvi chi può.
(emmeper)




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19 dicembre 2005


Se passate da EsquiLibri fermatevi

Ha aperto sabato e noi, ovviamente, c'eravamo. La metà femminile ad accaparrarsi le "Recinzioni" di Johnny Palomba (alias Valerio Mastandrea), la metà maschile a imbottirsi di pizzette, rustici e prosecchi.

Parliamo di EsquiLibri, nuovissima libreria dell'Esquilino, creata da quattro mamme del quartiere con un tocco decisamente multietnico.
Per chi vive a Roma o ci passa, la trovate a via Giolitti 319-323 (proprio di fronte al tunnel che porta a San Lorenzo). Noi ci siamo già affezionati, per vicinanza geografica e psicologica.
E chi se ne frega della tessera Feltrinelli.
Buon lunedì a tutti.

Dimenticavamo: sabato 14 gennaio, per il primo "the con l'autore", ci sarà Melania Mazzucco. Che proprio all'Esquilino ha ambientato il suo ultimo romanzo.





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16 dicembre 2005


Un verso per il week-end


Piaghe d'amore

La luce, questo fuoco che divora.
Questo paesaggio grigio che m'attornia.
Questa pena per una sola idea.
Quest'angoscia di cielo, terra e d'ora.

Questo pianto di sangue che decora
lira senza timbro, torcia senza presa
Questo peso del mare che mi frusta.
Questo scorpione che attende entro di me.

Ghirlanda d'amore, letto di ferito
sono e di insonne, sogno la presenza
tua nel fondo in rovina del mio petto;

e se ricerco una vetta di prudenza
il tuo cuore mi dà una valle densa
di cicuta e passione d'aspra scienza.

Federico Garcìa Lorca





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15 dicembre 2005


Forzaitalioti, non toccateci Gaber

Reduce da festeggiamenti e bisbocce, da scioperi e accese conversazioni salottiere, la nostra metà femminile, rientrata al lavoro, trova il seguente biglietto di auguri nella sua cassetta della posta (quella cartacea, non elettronica).

L'autore di questo capolavoro è tale Patrizio Bianconi, il figuro ritratto nella foto, consigliere del municipio Roma XVIII (Aurelio, Trionfale, Primavalle), che ci informa di ricandidarsi alle amministrative del 2006, ci lascia la sua mail e il suo cellulare e ci invita a un buffet prenatalizio, il 20 dicembre, insieme con il collega Fabio De Lillo.
Al di là delle cialtronerie e della boiata della Razza, quello che ci ha mandato in bestia è che questo biglietto è una parodia di pessimo gusto di "Qualcuno era comunista", indimenticabile canzone del grande Giorgio Gaber
(leggete qui).
Ridiamo per non piangere. Sempre più imbarazzati.





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