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bloGodot [ Godot è arrivato e non ci piace ]
 



Mantra mattutino

ESTRAGONE Didi.

VLADIMIRO Sì.

ESTRAGONE Non posso più andare avanti così.

VLADIMIRO Sono cose che si dicono.

ESTRAGONE Se provassimo a lasciarci? Forse le cose andrebbero meglio.

VLADIMIRO C’impiccheremo domani. (Pausa). A meno che Godot non venga. ESTRAGONE E se viene?

VLADIMIRO Saremo salvati. (Vladimiro si toglie il cappello – che è quello di Lucky – ci guarda dentro, ci passa la mano, lo scuote, lo rimette in testa).

da "Waiting for Godot", Samuel Beckett


Mantra notturno

Che cosa significa “la realtà”? [...] A volte sembra nascondersi dietro forme troppo lontane perché ci sia possibile capire la loro vera natura. Ma qualunque cosa essa tocchi, viene fissata e resa permanente. E' questo che ci resta, quando abbiamo gettato dietro la siepe la buccia vuota del giorno; è questo che ci resta del tempo passato, dei nostri amori e delle nostre avversioni.

da “Una stanza tutta per sé”, Virginia Woolf



Per non morire mai

And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

"Late fragment", Raymond Carver



Per avere una meta

L'atlante del Gran Kan contiene anche le carte delle terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate: la Nuova Atlantide, Utopia, la Città del Sole, Oceana, Tamoé, Armonia, New-Lanark, Icaria.
Chiese a Marco Kublai: - Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quale di questi futuri ci spingono i venti propizi.
- Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta né fissare la data dell'approdo. Alle volte mi basta uno scorcio che s'apre nel bel mezzo d'un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s'incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d'istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie.
Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t'ho detto.
Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.
Dice: - Tutto è inutile, se l'ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: - L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
da "Le città invisibili", Italo Calvino



9 marzo 2010


Il nitrito del bambino


Ero sull'autobus, ieri mattina. Linea 492, che unisce Prati a Tiburtina, srotolandosi come un tappeto vivente sopra il centro storico. Ero appena uscita dalla Feltrinelli della Galleria Colonna – mi ostino a chiamarla ancora così, non riesco proprio a chiamarla Galleria Sordi – dove sono riuscita a spendere 134,65 euro (sic) di libri per me, per A. e per la piccola. Consolazione, nient'affatto magra: per ogni libro acquistato 20 centesimi sono andati all'Aidos, l’associazione italiana donne per lo sviluppo. Ci si festeggia come si può.
Ero sull'autobus, dicevo. Sono salita alla fermata San Claudio, tra la Galleria e Piazza San Silvestro. C'era il sole, l'inconfondibile sole di Roma, quello che la risveglia dal torpore dell'inverno e le restituisce a poco a poco la sua natura più vera, che esploderà in primavera: quella di enorme ridanciano mercato a cielo aperto, in cui si mescolano i borghesi e i popolani, i vecchi principi e i nuovi schiavi, i turisti e gli immigrati. In cui le differenze si assottigliano fino a diventare impercettibili, perché tutti sembrano contagiati da una certa dose di volgarità liberatoria che autorizza a parlare a voce più alta o a gesticolare o a mettere il corpo in mostra o a osare con i colori. A ciascuno il suo sfogo, a ognuno la sua catarsi.
In fondo all'autobus, isolata, sedeva una famiglia: sulla sinistra c'era la Madre, con un volto affaticato e intenso come Anna Magnani in "Bellissima", che teneva stretta la figlioletta di due anni o poco più. Accanto alla piccola sedeva il figlio più grande, quattro anni al massimo, sorvegliato dal Padre, che era l'unico a stare in piedi. Erano malvestiti, provati come se avessero alle spalle un lungo viaggio. E parlavano in un dialetto stretto, di un Meridione che non sono riuscita a decifrare.
Li ho superati e mi sono fermata in mezzo al corridoio, all'altezza del primo gruppo di sedili. Allora mi sono accorta di una stranezza: da quella famiglia arrivava una musica assordante, che invadeva il bus ed era l'argomento di conversazione dei passeggeri. Accanto a me un gruppo di ragazzi milanesi si scambiava battute salaci, poco più avanti un quarantenne assorto nella lettura di un libro sui mali dell'università italiana scuoteva la testa con disappunto.
La "musica" era la suoneria di un telefonino che il bambino teneva incollato all'orecchio. La Madre guardava distratta fuori dal finestrino, senza lasciare la figlia. Il Padre continuava a dirle qualcosa nella sua lingua ruvida. Non sembravano curarsi del malcontento montante intorno a loro, erano stranieri in una folla ostile.
Ho aperto uno dei libri appena comprati, "Mamma o non mamma", dialogo tra due scrittrici, una incinta e l'altra senza figli. “Invece – scrive Elena Stancanelli, senza figli – quello che accadrà a una donna, un’amante o un’amica, durante la gravidanza e quando sarà diventata mamma, è impossibile da prevedere. E, spesso, da condividere”. Quanto è vero.
All'improvviso, dopo tre o quattro fermate e dieci minuti di suoneria a tutto volume, una ragazza – sarda, dall'accento - si è rivolta a brutto muso al Padre: "Per favore, può spegnere il telefonino di suo figlio? Non si accorge che dà fastidio?". Il quarantenne che leggeva dei mali dell'università italiana ha accennato un applauso, dai passeggeri si è levato un brusìo di approvazione. Un'altra ragazza, con un pesantissimo eye-liner intorno agli occhi, ha aggiunto con fare da esperta: "Qualche ceffone farebbe proprio bene".
Mi è scappato un sussurro e non so se qualcuno l'abbia sentito. "Sono tutti bravi con i figli degli altri". Ho guardato il quarantenne, le ragazze, i milanesi: nessuno di loro mi pareva un genitore. Anzi, sono sicura che nessuno di loro lo fosse.
Il Padre ha tolto il telefonino dalle mani del bambino, che ha cominciato a piangere. Ma non era un pianto solito, era più un sibilo, come un nitrito prolungato. Il quarantenne era contento: "Ah, almeno un suono umano". Preferiva il pianto di un bambino alla suoneria di un cellulare, un dolore altrui a un fastidio proprio. Mi è parsa la metafora di un'intera società.
Ho fissato il bambino, incuriosita dal suo nitrito. Mi sono accorta che non parlava, emetteva soltanto suoni gutturali, pre-linguistici. Con quel sibilo stava supplicando il Padre, senza guardarlo, di restituirgli il suo giocattolo. Allora ho capito, e mi sono sentita morire di vergogna per essere come loro, in mezzo a loro, come quei passeggeri ben vestiti e benpensanti, fieri di conoscere l'italiano e di leggere libri, sempre pronti a giudicare e a dispensare consigli. Passeggeri di un mondo che considera i bambini fastidiosi esserini da educare a suon di ceffoni perché sappiano meglio conformarsi e obbedire, di un mondo che neppure si accorge della diversità perché non ha più nemmeno il tempo di notarla.
Sono scesa a via Volturno, gonfia. Il Padre aveva rimesso il telefonino nelle mani del bambino, con la stessa suoneria a tutto volume. Gli ho lanciato un'occhiata complice e gli ho sorriso. Volevo dirgli: "Bravo, resisti. Bravi, resistete". A lui e a quella Madre sciatta e disperata, e ai loro piccoli uccellini stanchi.
Poi, in strada, ho pianto a dirotto, ho lasciato andare il mio nitrito.

(emmeper)

 


16 ottobre 2009


L'avvento del non-giornalismo

http://www.youtube.com/watch?v=qeed7IQS9o4

La presunta giornalista, autrice di questo "pezzo" (di costume? di cronaca? di che?) andato in onda ieri durante Mattino5, dovrebbe spiegare in che cosa consisterebbe la "stravaganza" del giudice Mesiano. Fumarsi una sigaretta? Oppure farsi radere dal barbiere? O indossare i calzini colorati?
Questo è un non-servizio con una non-notizia, come il non-compleanno di Alice. Non è cattivo giornalismo: siamo davanti al non-giornalismo, la fine dell'informazione.




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4 settembre 2009


Un giorno nero

Ripubblichiamo qui l'articolo apparso oggi, venerdì 4 settembre, sul Sole-24 Ore: il punto di Stefano Folli è lo specchio di questa giornata. Nera, appunto. Ci auguriamo che Folli abbia ragione quando parla di vendetta. Ma dobbiamo ammetterlo: siamo scettici.

Un giorno nero per il giornalismo, la politica e anche la Chiesa

4 settembre 2009
È un giorno nero, non solo per il giornalismo italiano, ma anche per la politica e soprattutto per quell'idea dell'Italia civile a cui si resta tenacemente affezionati pur sapendo quanto sia ormai illusoria. Ed è un giorno nero anche per la Chiesa che non ha saputo o voluto difendere a sufficienza uno dei suoi uomini di maggior prestigio nell'ora più difficile. Dino Boffo si dimette da direttore di "Avvenire" con una lettera che definire dignitosa è molto riduttivo: si tratta piuttosto di un documento politico su cui tanti dovrebbero riflettere per capire cosa è davvero successo nell'ultima settimana.

Gli anglosassoni usano un'espressione pertinente per definire casi come questo: "character assassination", ossia l'omicidio virtuale di qualcuno di cui viene distrutta a tavolino l'immagine pubblica.
Boffo paga crudelmente il prezzo delle critiche, peraltro misurate, rivolte al presidente del Consiglio per quanto riguarda la sua moralità e un certo stile di vita. Critiche legittime e persino doverose, visto che tra i compiti prioritari di un giornale c'è quello di controllare i rappresentanti del potere politico e di bacchettarli quando è opportuno. Non si dà invece il caso inverso, ossia che il potere politico si vendichi dei giornalisti e alimenti una campagna mediatica per screditarli sul piano personale. Una tale pratica sarebbe, è ovvio, del tutto inconcepibile in paesi di forte democrazia. Da noi purtroppo è accaduto, il che rappresenta un danno irrimediabile per la qualità del nostro dibattito democratico.

Per cui si può dire che le conseguenze del caso Boffo sono al momento insondabili, ma è facile prevedere che non saranno positive. Quell'"imbarbarimento" di cui ha parlato il presidente della Camera non porterà fortuna a nessuno. Non a un governo, peraltro forte di una larga maggioranza parlamentare, che ha finito per mettersi in rotta di collisione con la Chiesa, credendo di alimentare la rivalità tra fazioni ecclesiastiche e di giovarsene nei suoi calcoli di potere. Non alla Chiesa stessa, che esce malconcia dalla vicenda e ha dato l'impressione di piegarsi alla violenza dell'offensiva: magari con l'intento di salvare il salvabile, ossia il rapporto con una coalizione di centrodestra usa a concedere molto alla gerarchia cattolica, in numerosi campi. Ma non è detto che il baratto, se di questo si tratta, basti a nascondere le ferite che questa vicenda porta con sé.

Ha detto bene Francesco Cossiga: il sacrificio di Boffo è «un atto di devozione filiale verso la Chiesa». Un modo per togliere la Cei dalla linea del fuoco, aiutare la ricomposizione dei contrasti, accelerare la sospensione delle ostilità. In definitiva, si è trattato di immolarsi sul piano personale per salvare l'istituzione ecclesiastica e la sua politica verso lo Stato italiano. Va dato atto a Boffo di aver ben compreso la portata tutta politica dello scontro che si è consumato in questi giorni. Nel gioco oscuro delle vendette e delle ritorsioni, mentre nell'aria svolazzavano "dossier" anonimi, stava emergendo la fragilità e l'impaccio della Chiesa d'oggi, dietro la solidarietà ufficiale al direttore di "Avvenire" sotto attacco. Facendosi da parte, Boffo ha restituito il loro ruolo e la loro tranquillità a molti personaggi che non erano preparati a combattere battaglie in campo aperto.

Tuttavia la Chiesa non dimentica. Ci vuole molta ingenuità per credere che la storia finisca qui, con l'uscita di scena di un uomo la cui vita – sono le sue drammatiche parole – «è stata violentata».
Le vendette di Berlusconi si consumano subito, quelle dei vescovi richiedono tempi lunghi, alle volte molto lunghi, ma sono spesso implacabili.




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9 luglio 2008


Italia nostra/ La piazza e le piazzate

 





Noi eravamo in piazza, ieri, nonostante il pancione di otto mesi. Anzi: grazie al pancione di otto mesi. Perché quando si porta il futuro in grembo, ci si preoccupa ancora di più che sia sano, onesto, ricco dei valori in cui crediamo.
Piazza Navona non era un covo di maleducati: era un'agorà civilissima, pacifica e critica. Fa malissimo leggere i resoconti della manifestazione, fa ancora peggio guardare i telegiornali. E' successo ancora una volta quanto denuncia Marco Travaglio: i fatti - il malessere di 50mila persone radunate per dare voce al proprio disagio - scompaiono per lasciare il campo alle opinioni dei soliti noti, alle piazzate dei potenti. Così in Tv e sui quotidiani impazza la corsa alla dichiarazione di chi non c'era, l'orda dei Commentatori indignati. E dell'adunata restano soltanto le frasi a effetto, i picchi di esasperazione trasformati in invettive dall'assenza del contesto.

Non c'è traccia della protesta civilissima contro la norma blocca-processi e contro lo scambio - quello sì, vergognoso - sul lodo Alfano. Si smarrisce il senso della delusione nei confronti del Pd, accusato a ragione di non fare la dovuta opposizione. Non si comprendono le espressioni colorite di Sabina Guzzanti (riprendiamo qui le due parti del suo intervento disponibili su YouTube), perché nessuno racconta il nocciolo del suo intervento: la rabbia contro il trattamento che il premier in carica riserva alle donne. Noi siamo d'accordo con lei: la nomina di Mara Carfagna a ministro delle Pari opportunità è "uno sfregio". Dove sta lo scandalo? Non sanno tutti che l'unico merito della ministra sta nella sua bellezza e nel favore che gode presso Berlusconi? A che servono altre intercettazioni pruriginose?

La giornata di oggi ci ha confermato la lontananza dei Palazzi - della politica e dei media - dalla piazza di ieri. In mezzo, purtroppo, ci sono milioni di italiani inerti e inetti, abbarbicati intorno ai propri micro-interessi da quattro soldi, poveri illusi contenti di non pagare l'Ici senza accorgersi che i fondi andranno trovati e tagliati altrove, ignoranti privi di senso civico, individualisti convinti che la comunità non esista.
A noi 50mila lasciate la piazza, almeno. Avete già rubato tutto il resto.

L'articolo del Clarin sulle intercettazioni italiane a luci rosse citato dalla Guzzanti

La lettera della Guzzanti al Corriere della Sera




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14 maggio 2008


La Repubblica del Bavaglio

 "Mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d'accordo con una minoranza", diceva Nanni Moretti in "Caro diario". Vale anche per noi. Il problema è che questa minoranza s'assottiglia ogni giorno di più, diventa faticosa da scorgere in Parlamento, in televisione, sui giornali, persino tra gli amici.
In questi giorni il caso Travaglio ce ne ha dato la riprova. Non che ne avessimo bisogno, ma ci ha aperto gli occhi ancora di più sul potere del potere, sulla sua capacità carismatica di azzerare idee e ideologie in nome di un unico obiettivo: la sua conservazione.
Si spiegano così le tante "indignazioni" che le verità di Marco Travaglio a "Che tempo che fa" hanno sollevato.
Indignazioni insospettabili, come quella di Anna Finocchiaro, la dura e pura tra le donne del Pd, in piena splendente sintonia con Maurizio Gasparri, pronta a denunciare l'assenza di un contraddittorio secondo la buffa regola dell'informazione italiana per cui non contano i fatti ma soltanto le opinioni e la par condicio vale per tutti, ché il giornalismo è come la politica. Finiremo con il rivendicare il contraddittorio anche per gli assassini. Che diamine. Indignazioni insospettabili, come quella di Giuseppe D'Avanzo, stimato (da noi fino a ieri) cronista di Repubblica che dalle pagine del suo giornale ha indicato Travaglio come esempio di "cattivo giornalismo d'opinione". Quando abbiamo letto abbiamo pensato che avesse bevuto. Travaglio gli ha risposto per le rime, D'Avanzo ha replicato gettando fango e sostenendo una tesi bizzarra, su cui bisognerebbe impostare una lezione di filosofia: non sempre un fatto è una verità. Giornalisti, prendete appunti. Così si diventa vicedirettori e direttori.
Indignazioni trasversali, ammiccanti e interessate, come il dialogo aperto sulla Rai (leggete: "spartizioni in arrivo"), come la genuflessione lecchina di Fabio Fazio, come il solito ammuffito inciucismo di Massimo D'Alema.

"Siamo tutti Marco Travaglio", titola lo speciale che MicroMega dedica alla vicenda. Leggerlo rinfresca la memoria e lo spirito: la nostra minoranza esiste ancora. Correggeremmo soltanto il titolo: magari fossimo tutti Marco Travaglio. Magari.




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8 maggio 2008


Un odio da chiamare amore



Assistiamo passivi agli eventi di questi mesi.
La nostra città passata alla destra, il nostro Paese consegnato per la quarta volta a Berlusconi, Fini e Bossi, i nostri valori - ciò in cui crediamo profondamente - messi continuamente a dura prova dalla cronaca.
C'è un fil rouge che tiene tutto insieme, disegnando un puzzle che non vorremmo vedere completato. Una "sottile linea rossa" che lega le minacce di fucili di Bossi con il ragazzo pestato a morte a Verona, l'illegalità spudorata dei potenti (meglio: l'illegalità che pare ormai connaturata al potere) con l'illegalità meschina e violenta degli ultimi e dei disperati, la nomina di Miss Cinema a ministro delle Pari opportunità con una considerazione televisiva delle donne basata esclusivamente sulla bellezza e sul sex appeal, l'ondata trasversale di proteste per la pubblicazione on line delle dichiarazioni dei redditi con la triste puntuale scoperta di evasori celebri che restano tali, l'elezione a senatore di Totò Cuffaro con gli striscioni e le scritte contro Roberto Saviano esposte sui muri e allo stadio, l'invasione d'immondizia a Napoli e dintorni con l'incapacità strutturale di combattere il degrado e l'ignoranza.

Il denominatore comune si chiama "diseducazione civica". Ne parla tra le righe Giuseppe D'Avanzo su Repubblica in un bell'articolo pubblicato oggi, dal titolo "Raffaele e le anime nere di Verona". "In uno stato di smarrimento sociale - scrive D'Avanzo - si radunano per difendersi le persone spaventate... Passano all'azione in nome di un'identità minacciata". Innalzano le barriere tra "noi" e "loro", e l'etichetta di "diverso" viene appiccicata a chiunque sia lontano, non soltanto per razza. Il giornalista parla di "responsabilità collettive, modelli culturali, quadri pubblici, assenza della benché minima opera di manutenzione sociale". Ci è piaciuta molto quest'ultima espressione: la manutenzione sociale è ciò che ci è mancato negli ultimi vent'anni. Forse ce n'era stata troppa nell'era cattodidascalica della Democrazia Cristiana, forse è stata appaltata dalla politica e dalla scuola ad altre agenzie, televisione in primis. Un'agenzia fallimentare, perché la socializzazione operata dalla Tv è soltanto apparente: davanti allo schermo siamo tutti profondamente soli e la condivisione è emulazione ex post, non partecipazione critica a un progetto comune.

Di chi è la colpa? Dove abbiamo sbagliato?
La responsabilità dev'essere per forza collettiva, su questo non c'è dubbio. Nessuno è esente da colpe. I genitori che inculcano machiavellicamente nei figli il dovere del successo a tutti i costi e quelli distratti che tollerano ogni stranezza. I figli affogati dal benessere che trovano negli stadi e nei passati morti e sepolti (terrorismi di destra e di sinistra) la catarsi panica della folla come i figli spenti e pigri, senza interessi né stimoli. Gli insegnanti sottopagati e frustrati costretti a dimenarsi nelle pastoie della burocrazia insieme ai giornalisti servi o obbligati a comportarsi come tali per portare la pagnotta a casa. Gli impiegati assenteisti e nullafacenti e i colleghi che li coprono e accettano. I politici scollati dalla realtà della gente come i sindaci razzisti che sfruttano la paura per raccattare consensi. Noi che ci stanchiamo di protestare contro i mille disservizi e finiamo spesso per abbozzare, tramortiti dalle dieci ore di lavoro quotidiano, dalle gabbie del traffico, dal tempo che sembra non bastare mai, dalla sensazione di non riuscire a cambiare alcunché.

La manutenzione sociale ha molti nemici. La rassegnazione è forse il più pericoloso. Spinge a non mettere il naso fuori dal proprio orto, ad accontentarsi dei propri risultati: un amore felice, quando c'è, o anche un po' di sano sesso; una bella casa, e dipende dai gusti; il viaggetto esotico, per cui vale la pena indebitarsi; una famiglia, allargata o ristretta non importa; una cerchia di amici con cui finalmente lasciarsi andare e consolarsi. E' chiaro che non può bastare. E' lampante che il privato è anche sempre pubblico. "L'illuminismo - scriveva Kant - è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso".

Molte di queste riflessioni sono nate sulla costiera amalfitana, durante il ponte del primo maggio. Incastonati nella baia di Maiori, tra la terrazza del Reginna Palace e la spiaggia scura, abbiamo toccato con mano la straordinaria generosità di cui alcuni italiani sono capaci. Ci siamo incantati davanti al vento che disegnava ghirigori sul mare, mentre le parole recuperavano la loro lentezza e il loro senso. E ci siamo riconciliati con il nostro Paese.
Tutto grazie a lei.
Ci permettiamo di rubarle questo brano straziante (la versione integrale è qui), perché in fondo quello che scrive sulla sua terra è quello che vorremmo saper scrivere dell'Italia in generale.

"Ho covato odio per questa terra che ancora oggi stenta a lasciare il suo sonno, che si crogiola e si stiracchia con l’indolenza del mare di bonaccia. Mi sono nutrita dell’odio di sentirla dentro, l’odio di vederla così bella tagliata nei colori del vento di tramontana, l’odio che mi tiene rinchiusa fra il limite delle sue aspre colline e la libertà di un mare ingannatore che delle altre terre mi porta l’odore e il desiderio, l’odio per una terra da cui tutti si strappano a fatica e in cui spesso ritornano da estranei, l'odio da cui sono nati versi e anche queste poche righe.
Un odio così grande da poterlo chiamare amore."




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24 aprile 2008


Pronto, lei per chi vota?

Ore 9 di stamattina.
Squilla il telefono di casa bloGodot, svegliando la nostra metà femminile (ebbene sì, dormiva ancora).
- Pronto?
- Buongiorno signora (voce stridula con accento sardo). Siamo del Comitato elettorale di Alemanno.
- Mi dica.
- Vorrei sapere quale parte politica appoggia.
- Scusi?
- Vorrei sapere per chi voterà.
- Cosa? (La nostra metà femminile realizza e si infuria) Come si permette di telefonarmi per chiedermi del mio voto?
- Signora...
- Non si azzardi più a digitare questo numero. Clic.

Se per caso, ma molto per caso, avessimo avuto qualche vaga idea di votare Alemanno, questa telefonata ci avrebbe fatto cambiare idea. C'è stato di peggio, comunque.
Alemanno cambi staff e impari che il marketing politico, come la pazienza dei cittadini, ha un limite.




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18 aprile 2008


Cuffaro ieri, senatore oggi



Per non dimenticare. E vergognarsi.




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15 aprile 2008


Nel Paese di Lontano lontano


M.C. Escher, Hand with Reflecting Sphere, 1935

Nel Paese di Lontano lontano c'è un Governo di nove donne ministro e otto uomini.
Nel Paese di Lontano lontano il titolare della Difesa è una pacifista al settimo mese di gravidanza.
Il Paese di Lontano lontano ha ritirato le truppe dall'Iraq quindici giorni dopo il voto, promessa elettorale subito mantenuta.
Nel Paese di Lontano lontano la legge permette agli omosessuali di unirsi in matrimonio e di adottare figli.
Nel Paese di Lontano lontano sono stati istituiti tribunali speciali per giudicare rapidamente i casi di violenza sulle donne.

Da ieri il Paese di Lontano lontano è diventato Lontano lontanissimo.
Diciamoci la verità: se avesse vinto il centro-sinistra sarebbe rimasto distante. Perché i due anni del Governo Prodi hanno lasciato molti con l'amaro in bocca erodendo, invece di rafforzare, l'elettorato di sinistra. La Casta è ingrassata come non mai, le riforme sono state poche e mal condotte, la legge elettorale non è stata modificata, il conflitto d'interessi non è stato neppure messo sul tavolo della discussione. Non è arrivato alcun segnale concreto di lotta alla criminalità organizzata, il vero cancro che attanaglia l'Italia (come dare torto a Roberto Saviano?). La condizione femminile è rimasta identica, se non addirittura peggiorata, complice la cronica sottorappresentanza in Parlamento e nei partiti, l'aumento del precariato e il nuovo boom di stupri, omicidi e violenze.

Le urne hanno punito questi governanti mosci e imbolsiti, nonostante gli sforzi di Veltroni. Hanno punito la sinistra-che-non-c'è-più, i fantasmi di Bertinotti e le divisioni tra i comunisti. Hanno punito persino l'Udc, i cattolici marionette del Vaticano, i pluri-indagati candidati con nonchalance. E hanno premiato la Lega, verde trionfatrice d'aprile, con la sua simbologia medievale, le allusioni secessioniste, i fucili da imbracciare e il mito del federalismo fiscale: le tasse si trasformino in servizi per chi lavora e le paga, non per chi campa "a scrocco" come quei burini del Sud. Messaggi semplici, seppur inquietanti: lo ha sottolineato con la solita intelligenza Marco Travaglio, dicendo pane al pane e vino al vino.

E' la Lega il nuovo partito proletario, votato dagli operai di Valdagno, Schio e San Pietro Mussolino, come fa notare il sempre bravissimo Gian Antonio Stella sul Corriere della sera di oggi. E' sempre la Lega la voce dell'insofferenza borghese dei professionisti lombardi e veneti, schifati dalla monnezza napoletana e diffidenti verso i lazzi berlusconiani.

Stiamo raccogliendo oggi i frutti di quanto abbiamo seminato finora: una scuola che ha perso la capacità di "educare", limitandosi nei casi migliori a "socializzare"; una famiglia schizofrenica, stretta tra le derive integraliste del cattolicesimo dogmatico e le frane disgregatrici tipiche della società liquide; una politica inetta e autoreferenziale, chiusa nella logica del potere per il potere; una televisione deprimente eppure consolatoria per le migliaia di nuove solitudini, che ripropone a perdifiato gli stereotipi delle donne vallette e degli uomini forti; un sistema sindacale vecchio e inutile, tenace nella difesa ottusa di un'idea di lavoro che non esiste più; un Mezzogiorno sempre più Sud, inabile al rinnovo e al risveglio, impossibilitato a ripulirsi dalle croste di mafia, camorra e 'ndrangheta.

Questo è il posto in cui nasceranno e cresceranno i nostri figli. E' a loro che pensiamo con tristezza e amarezza, sperando di poterli portare presto nel Paese di Lontano lontanissimo. Per imparare che la speranza di un mondo migliore dev'essere l'ultima a morire.




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29 gennaio 2008


Memorie minime da un Paese a pezzi

Ieri la Banca d'Italia ha scoperto l'acqua calda: gli stipendi degli italiani sono fermi dal 2000. Gli unici ad arricchirsi sono i lavoratori autonomi, grazie all'evasione fiscale sostenuta da condoni e sanatorie (un must delle Finanziarie del Governo Berlusconi). Ma dai. Non ci eravamo proprio accorti di guadagnare la stessa cifra da otto anni a questa parte, mentre attorno continua a lievitarci indisturbato il prezzo di ogni bene di consumo, dal pane al biglietto del cinema. Non ci eravamo avveduti dell'impossibilità di risparmiare e della necessità assoluta di indebitarci per avere una casa, costruire una famiglia, pensare al futuro.

Venerdì scorso un'amica ci ha telefonato per commentare la caduta del Governo Prodi. Era a pezzi. Aveva persino pianto mentre al Senato l'opposizione di centro-destra stappava bottiglie, scambiando come sempre il Parlamento per casa propria. Le abbiamo risposto cinici: "Un Governo che esordisce con un carrozzone di 102 componenti e Clemente Mastella al ministero della Giustizia non poteva non finire così". Non siamo dispiaciuti, no. Siamo terrorizzati, e mica soltanto da Berlusconi.

Non riconosciamo meriti al Governo Prodi. Eravamo contrari all'indulto, per cui neppure quella misura ci rende fieri di aver votato il centro-sinistra. Aspettavamo la legge sul conflitto di interessi, la cancellazione della vergognosa legge elettorale approvata nella precedente legislatura, il varo di riforme organiche e intelligenti sui temi cruciali per il futuro del Paese: l'immigrazione, la scuola e la ricerca scientifica, il rilancio del Mezzogiorno, la lotta alle mafie. Niente.

Nell'ultimo anno sono stati pubblicati due libri illuminanti che le Camere avrebbero dovuto adottare come sussidiario per i loro smemorati, quando non delinquenti, ospiti: "Gomorra" di Roberto Saviano e "La casta" di Gian Antonio Stella. Curiosamente, l'eclisse del Governo Prodi si è verificata mentre la Campania muore sommersa dai suoi rifiuti (una potentissima metafora, come ha scritto Michele Serra) e mentre una procura azzera l'Udeur, il partito simbolo della casta, degli intrecci tra famiglia e potere, della politica intesa come scambio di favori.

"Gomorra" e "La casta", là c'era già scritto il finale. Tristo, solitario y final, ha titolato un giornale all'indomani della mancata fiducia a Palazzo Madama. Pieno di detective Marlowe da quattro soldi, privo di colpevoli. Con i delicati temi di bioetica - dall'interruzione di gravidanza alla fecondazione assistita - utilizzati con la complicità della Chiesa come strumenti di distrazione di massa. Ritorna l'Italia delle banane: nessuna responsabilità, Mastella scivola con nonchalance da Prodi a Berlusconi, Dini (ci pensate? Dini?) fa il bello e il cattivo tempo, Fisichella torna all'ovile, Veltroni disperato e impreparato tenta con ogni mezzo di scongiurare le urne. Un teatrino penoso, in cui si aggirano le stesse maschere del 1994. Ma un Paese senza ricambio è un Paese senza avvenire. Dimenticare gli onesti, bastonarli e tartassarli confidando nella loro pazienza e in una buona dose di rassegnazione significa distruggere la parte sana della mela. Che terribile miopia.

Almeno una ventina, tra amici e familiari, ci ha confidato un sogno che abbiamo espresso anche noi stessi: trasferirsi in Spagna. Viva Zapatero.




permalink | inviato da bloGodot il 29/1/2008 alle 13:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa
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