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bloGodot [ Godot è arrivato e non ci piace ]
 



Mantra mattutino

ESTRAGONE Didi.

VLADIMIRO Sì.

ESTRAGONE Non posso più andare avanti così.

VLADIMIRO Sono cose che si dicono.

ESTRAGONE Se provassimo a lasciarci? Forse le cose andrebbero meglio.

VLADIMIRO C’impiccheremo domani. (Pausa). A meno che Godot non venga. ESTRAGONE E se viene?

VLADIMIRO Saremo salvati. (Vladimiro si toglie il cappello – che è quello di Lucky – ci guarda dentro, ci passa la mano, lo scuote, lo rimette in testa).

da "Waiting for Godot", Samuel Beckett


Mantra notturno

Che cosa significa “la realtà”? [...] A volte sembra nascondersi dietro forme troppo lontane perché ci sia possibile capire la loro vera natura. Ma qualunque cosa essa tocchi, viene fissata e resa permanente. E' questo che ci resta, quando abbiamo gettato dietro la siepe la buccia vuota del giorno; è questo che ci resta del tempo passato, dei nostri amori e delle nostre avversioni.

da “Una stanza tutta per sé”, Virginia Woolf



Per non morire mai

And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

"Late fragment", Raymond Carver



Per avere una meta

L'atlante del Gran Kan contiene anche le carte delle terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate: la Nuova Atlantide, Utopia, la Città del Sole, Oceana, Tamoé, Armonia, New-Lanark, Icaria.
Chiese a Marco Kublai: - Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quale di questi futuri ci spingono i venti propizi.
- Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta né fissare la data dell'approdo. Alle volte mi basta uno scorcio che s'apre nel bel mezzo d'un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s'incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d'istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie.
Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t'ho detto.
Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.
Dice: - Tutto è inutile, se l'ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: - L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
da "Le città invisibili", Italo Calvino



3 aprile 2007


Confermare, congratularci, chiedere perdono/ Atto III


Natalia Sergeevna Goncharova, Le lavandaie (1911)

"I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distríbuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli, infiniti, in cui non saremo piú qui
per poterlo confermare,  per congratularci o chiedere perdono"
José Saramago, "Cecità"


Atto III - Il perdono

Te lo giuro, te lo giuro, io no ho fatto niente. Solo dato le medicine e poi cambiato il pannolone in bagno. Si era messo a dormire, tranquillo. Russava pure. Era steso a pancia all’aria, con la canottiera bianca e i mutandoni, perché faceva caldo e ho pensato che no dovevo mettergli il pigiama. E’ di flanella, è troppo pesante. Adesso è maggio. Al mio Paese, a maggio, andiamo in campagna dove ci sono i cani che piacciono a mio fratello. Mio fratello pure era venuto qua in Italia, era stato in Sardegna a raccogliere la frutta. Ma poi è tornato a Constanta, perché lui dice che è solo rumeno, no è mica un robot, no può lavorare sette giorni senza pause, dalla mattina a sera.
Io prima lavoravo in fabbrica. Facevo le fatture e le portavo a un’altra collega. Non avevo tanti amici, a parte i colleghi. Mi hanno mandato un messaggio sul cellulare, ieri, perché sono andati sui Carpazi dove eravamo stati insieme. E’ un posto bellissimo, molto interessante. Qualche volta andavamo a mangiare da Mc Donald’s, perché tutto il resto costa troppo. Io guadagnavo 350.000 lei al mese. Non lo so in euro quanti sono, però il cinema costa 25.000 lei, la pizza 50.000. Non ci potevamo comprare niente senza rate. In Romania tutti vanno in una specie di banca: loro ti fanno le rate, così tu puoi comprare le cose. Io per tre anni devo pagare i mobili della camera. Ma lo stipendio era troppo poco, quando papà si è ammalato e no poteva più lavorare e la pensione era poca. Allora quando un’amica di famiglia mi ha detto che veniva in Italia sono venuta pure io.
Quando ti ho visto, ho pensato che anch’io mi volevo vestire come te. Mi piace la tua gonna nera lunga e la maglia verde con i fiorellini e le scarpe con i brillantini davanti, quelle che ti ho chiesto di provare quando hai tempo. Perché tu corri sempre. Io credo che gli vuoi bene a tuo padre, che è così vecchio e no riesce più a fare pipì da solo. E lo vedo che no hai tempo per stargli dietro, perché lui ha bisogno qualche volta di essere imboccato e a volte dice cose senza senso, come quel Natale che no ti riconosceva e diceva che i tuoi stivali erano fatti bene perché arrivavano dal Giappone dopo la guerra. Io lo capisco, lui no è scemo e no è neanche pazzo. E’ solo vecchio e stanco. Lo perdono anche quando mi mette una mano sul seno e stringe e ride come
un bambino. Anch’io rido, gliela tolgo e lo faccio parlare di Margherita, di tua madre. Che quando lavorava al negozio la guardavano tutti. Che lui le regalava le rose fino a quando è morta. Che una volta l’ha chiusa fuori dall’albergo al mare, perché aveva ballato il liscio con uno del paese che era partito nel gruppo con loro.
Te lo giuro, te lo giuro, no ho scordato di dargli la medicina per la pressione. No ho perso la tua lista. La porto sempre nella borsa, anche la domenica quando esco e tu rimani a casa a lavorare. Io lo so perché sei così magra, perché lavori troppo! Anch’io ero magra in Romania, ma ho preso sette chili da quando sono qui. Perché noi mangiamo verdure e voi tanta pasta, e la pasta mi ha fatto ingrassare. Adesso sono a dieta, però mentre cucino per voi mangio lo stesso. Ma tanto no devo trovare un fidanzato, nessuno è serio, a me no mi interessano quelli che pensano solo a loro e no mettono da parte i soldi per costruire un futuro. Quando lo trovo uno così, lo sposo e faccio un bambino. Altrimenti no lo faccio, tanto tu neanche hai figli e no voglio diventare come la tua amica Anna per farne uno.
Ma no devi dare la mancia al medico? Sei sicura? Da noi in ospedale bisogna dare i soldi ai medici perché sennò no ti fanno mettere nei letti. E comunque non è che sono tanto peggio di questo, che no somiglia per niente a quello di E.R. e anche i dottori sono molto più brutti. Noi vediamo tutta la televisione italiana, Canale 5, Italia 1 e Mtv Italia. Allora un po’ mi sento a casa, per questo, però mi manca la campagna e i cani. Meno male che l’italiano no è tanto diverso. Io sono, per esempio, è quasi uguale a je sum. Sono gli accenti che cambiano e noi abbiamo delle lettere che voi no avete. Ma io capisco tutto, anche se ancora no parlo benissimo e no so tante parole. Però quel ragazzo che l’altro giorno ci ha fermato all’Upim chiedendoci se c’era, io proprio no lo capivo. Era un po’ confuso, forse perché era grasso.
Te lo giuro, te lo giuro, io no c’entro niente. Non lo so perché no ce la faceva più a respirare, è diventato tutto rosso scuro e io mi sono messa paura e ti ho telefonato subito e ho bussato alla signora Pia.
Però io ti chiedo perdono lo stesso, se ho sbagliato qualcosa.

© Emmeper




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2 aprile 2007


Confermare, congratularci, chiedere perdono/ Atto II


Vettriano, The model and the drifter

"I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distríbuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli, infiniti, in cui non saremo piú qui
per poterlo confermare,  per congratularci o chiedere perdono"
José Saramago, "Cecità"


Atto II - Le congratulazioni


"Pronto, sei tu?"
"Hai chiamato me, chi vuoi che sia?"
"Senti, è nato. E' un maschio. Forse dovresti partire…"
"Non dirlo neanche per scherzo, non provarci"
"Devi restare calma, devi provarci. E' anche tuo…"
Anna attaccò, inferocita e livida, senza che il suo ex marito riuscisse a finire la frase. L'ufficio sembrò inarcarsi e soffocarla, come se i pannelli beige e i neon del soffitto si stessero piegando per formare una cupola attorno alla sua scrivania. Sbatté il mouse del computer sul tappetino, ricevendo in cambio un’occhiata cupa di Paolo, il collega seduto alla sua destra. Erano amici, prima. Ormai, però, passavano insieme giornate intere senza scambiare una parola: per le comunicazioni urgenti – è ora di riunione, chiudiamo la finestra, vado a prendere un caffè – preferivano scriversi un'e-mail.
Paolo conosceva Anna da quasi dieci anni, da quando lo studio legale in cui lavorava aveva chiuso i battenti e lei, laureata in legge a pieni voti, aveva dovuto rassegnarsi a diventare l'assistente dell'amministratore delegato della società in cui Paolo era impiegato come responsabile del controllo di gestione.
Soltanto un anno prima i capelli di lei si erano fatti opachi, la pelle del viso buia, le gambe più sottili, il seno flaccido. Il tanfo del vuoto si era impadronito di Anna, aveva cominciato a scavarla come un bulldozer, lasciando poche tracce della donna brillante e vitale che era stata. Paolo le scorgeva nelle rughe che le incorniciavano i lati della bocca, testimonianza dei sorrisi che erano stati. Rimasti parentesi, proprio come quei solchi. In mezzo, una devastazione fatta di bottiglie di whisky scolate in ufficio fino a notte, con l’ingenuità degli alcolisti che credono di poter nascondere l’ebbrezza occultando i vuoti e i bicchieri in fondo a un cestino.
"Anna, il fascicolo!", gridò il capo dalla sua stanza. Lei ricompose i fogli sparsi sulla scrivania, li sistemò in una cartellina azzurra, si chiuse il bottone della giacca blu e si alzò, il nulla stampato sul viso.
Paolo aspettò che uscisse, poi prese il telefono.
"Penso sia nato il bambino", disse piano a sua moglie, coprendo la bocca con la mano.
"Il bambino di Anna?", rispose lei.
Se si può chiamare così, ormai"
"E' a pezzi?"
"Mi sembra di sì"
"Dopo tutto quello che è successo…"
"Già. Giorgio deve averle detto di partire"
"Dovrebbe andare là a congratularsi, scusa?"
"Non lo so. Non so neanche se Carolyn stia bene"
"Certi scempi non dovrebbero essere permessi, questa è la verità"
"Ormai c'è un bambino"
"Con un padre, una madre naturale e una madre in affitto di cui il padre si è innamorato. Con un figlio… un figlio di chi?... appena nato in California, dall'ovulo di Anna fecondato dal seme di Giorgio impiantato nell'utero di Carolyn. Ti sembra normale?"
"E che cosa è normale oggi, amore mio?"
"Noi siamo normali, noi. Adesso devo andare a prendere Stefania a scuola. Se puoi, se te lo permette, cerca di calmarla e di impedirle di bere"
"Ci proverò. A dopo"
Il condizionatore rumoreggiava con il suo fiato pesante. Paolo sentì sulle spalle il macigno della sua normalità, il prezzo che gli costava. Si chiese se essere normale significasse non avere un'amante, non mentire, commuoversi quando sua figlia si accoccolava sul divano attorno al suo braccio, sfuggire le allusioni di Barbara, la segretaria, e le moine involontarie del suo corpo ventottenne. Si domandò per l'ennesima volta se vivere volesse dire lasciarsi andare ai mille richiami dei sensi oppure scegliere e, selezionando, dare senso a quegli stessi sensi. Disegnare un ordine nel disordine, come la stella polare.
"Tutto è relativo", concluse, pensando alle stelle circumpolari che non tramontano mai. "E' solo per noi che non tramontano mai". Tamburellò con le dita sul tavolo, frugò nella memoria a caccia di parole di consolazione e si stupì di quanto fosse diventato difficile parlare di sofferenza. Soccorrere. Comunicare qualcosa che non fosse una sciocchezza: la macchina da comprare, il report da consegnare, il viaggio da organizzare, l'ultima gaffe del presidente del Consiglio. Tutto il resto - le morti, le malattie, gli incidenti, le delusioni, le cocenti ferite dell’anima – era ridotto a un privatissimo tizzone ardente, costretto a bruciare in solitudine.
"Povera Anna", si disse. Quando rientrò puzzava di alcol. Si fermò in piedi, poggiò le mani sulla scrivania e chinò la testa a occhi chiusi. Tremava. Paolo corse a sorreggerla, le cinse la vita con le braccia, sentì il vuoto di lei farsi strada tra le costole, superare la giacca e bucare la stanza tra le zaffate di Jack Daniel's.
Non trovò nulla di meglio da fare che sussurrarle: "Congratulazioni".
E glielo disse in un modo che la fece piangere.

© Emmeper




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30 marzo 2007


Confermare, congratularci, chiedere perdono/ Atto I


"I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distríbuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli, infiniti, in cui non saremo piú qui per poterlo confermare,  per congratularci o chiedere perdono"
José Saramago, "Cecità"



Atto primo - La conferma

Che Giannantonio ci fosse, c'erano pochi dubbi. Era pesante, intorno ai cento chili, con capelli unti lunghi fino alle spalle, qualche cicatrice sulla faccia e un sorriso che sputava sole. Sempre rivestito di coloratissime palandrane esotiche e poncho peruviani originali, certamente non passava inosservato. Eppure, ovunque andasse, Giannantonio aveva bisogno di conferme.
Se era in compagnia di noi amici, la questione era di poco conto. Ogni tanto ci prendeva sottobraccio e noi già conoscevamo la domanda che ci stava per piombare addosso, un bisbiglio scagliato alla velocità di uno shuttle:
- Ehi raga, ci sono ancora, vero?
Ci bastava un cenno per tranquillizzarlo: piegare la bocca da un lato, verso l'alto, oppure sollevare le sopracciglia aprendo i palmi delle mani o strizzare l'occhio in segno di sicuro assenso.
Il problema nasceva quando noi non c’eravamo. Giannantonio era capace di fermarsi a prendere il caffè ogni ora in un bar diverso per essere "riconosciuto" dal barista. Salutava chiunque, avido di "ciao". Aveva provato con gli sms, ma non aveva funzionato: nel lasso di tempo tra il suo invio e la risposta teoricamente avrebbe potuto morire senza che il destinatario del messaggio lo avesse saputo. Il riscontro, dunque, non era valido. E non c'era nulla di peggio che potesse immaginare, se fosse morto, degli sms che avrebbero continuato ad arrivare sul suo telefonino e delle e-mail che la sua casella di posta avrebbe continuato ad accogliere. Una ressa indistinta e immateriale alle calcagne di un cadavere.
L'origine di quella sua ossessione si annidava in un cortometraggio che aveva trasmesso la Rai quando era bambino. Doveva aver avuto quattro o cinque anni, era tardi e lui era seduto sul divano con i suoi genitori, mezzi addormentati davanti alla Tv. All'improvviso era cominciata una specie di rassegna di corti. Come poteva sapere che il secondo gli avrebbe cambiato la vita?
A pensarci bene, se quel film di dieci minuti era davvero come ce lo raccontava, rimasto immune ai tiri che gioca la memoria, non avrebbe dovuto essere guardato da un bambino.
"I protagonisti sono un ragazzo e una ragazza che non si conoscono – ci diceva sudando – ma che un giorno assistono, in momenti diversi, a un incidente stradale. Nella scena successiva sembra passare qualche tempo. Girovagano per la città, sono vestiti normalmente, fumano, guidano. Però non c'è tanta gente e l'atmosfera è strana. Si incontrano spesso, ma all'inizio non ci fanno caso. Poi si siedono sui gradini di una chiesa o di un monumento, non ricordo, e vedono avanzare verso di loro il ragazzo che era disteso a terra dopo l'incidente. Soltanto in quel momento capiscono. Capiscono di essere morti".
Si era spaventato come può spaventarsi soltanto un bambino, non ancora avvezzo a misurarsi con l'ignoto, privo degli strumenti di consolazione che gli adulti sono così abili a perpetuare: la cieca fiducia della fede, la liquida fusione del sesso, la potenza maieutica dell'arte. Da allora in poi, il risultato si era materializzato sotto gli occhi di tutti quelli che gli volevano bene: un'affannosa ricerca di conferme alla sua esistenza. Fastidiosa per gli altri perché esplicita, non sotterranea e mimetizzata come quella di qualunque essere umano.
Una notte di agosto eravamo da soli a fumare erba sulla torretta di un castello diroccato, in cima a un paese arrampicato sull'Appennino. Lui rollava serissimo una canna dopo l'altra, a gambe incrociate. Io ero sdraiato con un braccio sotto la testa e gli occhi al cielo, come voleva Hugo. Lo citai a voce impastata: "C'è chi si fissa a vedere il buio. Io preferisco contemplare le stelle".
"Potessero parlare", sospirò Giannantonio.
"In che senso?", chiesi io, alzandomi sui gomiti.
"Potrebbero rassicurarmi loro, no?"
"Con tutto il rispetto – dissi spazientito – non ti è mai venuto in mente che quel corto fosse un'emerita stronzata? Non hai mai pensato che fosse tutto un bluff, il parto della fantasia di un regista fuori di testa, una cazzo di balla grande quanto una casa? Non sai che quando moriamo i corpi si decompongono e puzzano fino a ridursi a un pugno di ossa che chiamiamo scheletri?"
Giannantonio smise per un attimo di rollare, mi regalò un'occhiata di sufficienza e quel suo sorriso sputa-sole e poi riprese a maneggiare maria e cartine. Io mi rimisi giù sbuffando. Intorno a noi una pioggia di stelle, traiettorie di luce a smagliare la calza nera del cielo, una ragnatela siderale a racchiuderci senza sfiorarci. Eravamo niente, eravamo tutto.
Mi arresi: "Ci siamo, Gian, adesso ci siamo".

© Emmeper




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12 gennaio 2007


Tassista in Italia, restauratore a NY: una storia esemplare


Edward Hopper, The Circle Theatre (1936)

E' il pomeriggio di ieri, 11 gennaio, e a Roma è primavera. Con quel sole caldo che la mattina infiamma il Teatro Marcello e al tramonto fa arrossire il Colosseo. Con la gente che si sveste e sorride, e le ragazze che si sentono più belle, e dunque lo diventano. Soltanto gli alberi - proprio loro, che sembrano fuori posto con quei rami secchi, senza fiori - ricordano che è l'inizio dell'anno. Non maggio, nemmeno aprile.
E' il pomeriggio di ieri, e io sono in taxi. Ho bevuto il caffè dai ragazzi del bar qui sotto (una volta vi parlerò di loro), che come al solito me lo hanno offerto. Poi ho raggiunto il parcheggio dei taxi. 
E' da tempo che non prendo il taxi. I tassisti non sono una categoria amatissima, da queste parti. Non a torto, a dire il vero. All'andata - dall'Eur a Via Nazionale - mi accompagna a destinazione un vecchio sornione, con il tassametro ben nascosto a fianco al volante, di quelli che parlano con un filo di voce, quasi balbettando, e danno sempre l'impressione che borbottino. Sceglie un percorso che non avrei mai fatto con la mia auto. Va lento come una lumaca, costringendomi a sollecitarlo più volte perché acceleri. "Ho un appuntamento alle tre, la prego". "Per favore, non c'è nessuno: potrebbe correre un po' di più"?. Bisbiglia di sì. Per confermarmi di aver capito, comincia a leggere i numeri civici delle strade ad alta voce. Mah. Alla fine della tortura, sdentato, mi annuncia sorridendo il costo della corsa, schizzato non so come a 25 euro tondi tondi.

Al ritorno, un'ora dopo, sono lì pronta a immolarmi per tornare indietro. Ma c'è ancora il sole, Santa Maria Degli Angeli proprio di fronte a me, il via vai del centro, l'assurdo contrasto tra la fila grigia di cappotti nelle vetrine e gli impiegati in maniche di camicia, con le giacche sotto braccio. C'è questa a-normalità che eccita e rincuora, come fanno le sorprese.
Arriva il taxi e capisco subito che il viaggio, stavolta, sarà diverso. E' pulitissimo, addirittura profumato. Il tassametro è appeso in bella vista accanto allo specchietto retrovisore, suona musica jazz in sottofondo. Alla guida un ragazzo con la faccia pulita e il sorriso franco, che non tradisce. Si sorbisce le mie telefonate di lavoro in silenzio, fino a metà tragitto. Quando attacco, stiamo quasi per investire una bicicletta che sfreccia sulla Cristoforo Colombo, l'arteria inquinatissima che collega il sud al centro di Roma. Lui si scusa per lo spavento (un tassista che si scusa l'avete mai incontrato?) e inizia a parlarmi, pacato. Mi racconta di aver saputo, grazie a un assessore comunale che stava traghettando da qualche parte, che in città sostituiranno i cordoli appena installati per separare le corsie preferenziali. "Sono troppo pericolosi", dice. "L'assessore mi ha chiesto che cosa ne pensavo. Gli ho detto chiaramente che avrebbero dovuto pensarci prima. Ma questa è l'Italia: prima spendono, poi valutano per che cosa spendono. Senza organizzazione, senza un filo conduttore, senza ragionare".
Chiacchieriamo di piste ciclabili, di ospedali, di tasse. Il taxi fila via veloce, stavolta, e quasi mi dispiace. Mentre stiamo per arrivare, gli chiedo a bruciapelo se ha partecipato alle proteste di piazza dell'estate scorsa contro il decreto Bersani.
Si gira, la faccia pulita si oscura. "Io faccio il tassista da soli quattro anni, ma non riesco a lavorare così. Non ne vale la pena". Poi si illumina: "Ma a maggio vado via".
Siamo arrivati davanti al mio ufficio, nella buffa piazza che non è una piazza.
"E dove va?", gli domando.
"L'Italia non funziona", mi risponde. "Vado a New York".
"Il tassista a New York?", faccio io, immaginando le schiere di pakistani che hanno ormai quasi monopolizzato i taxi nella Grande Mela.
"No, no", fa lui. "Io sono un restauratore. Vado a New York per fare quello che so fare".

Pago la mia corsa: 12 euro. Meno della metà dell'andata. Il prezzo vero, onesto.
Ecco, penso. Questi sono i cervelli che fuggono. Queste sono le persone che lasciamo andare via. Questi sono i giovani che vanno altrove a fare quello che sanno fare. Questa, signori, è l'Italia.
Buona fortuna, Maurizio.

© Emmeper




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26 settembre 2006


I nostri racconti/ Randagio-senza-frontiere



Corre ansimando, con le guance simili a uno stantuffo. Il lungomare sembra sbriciolarsi nel tramonto, come lo zucchero sul Pandoro la notte di Natale. I suoi pantaloncini verde militare, lisi e troppo grandi per lui, lo intralciano. Da lontano, risuona una cantilena minacciosa, velata d’ironia: "Dove vai, Randagio-senza-frontiere? Dove scappi? Tanto lo sai che ti veniamo a prendere".
Luigi Randagi, detto Randagio-senza-frontiere, accelera ancora, il mento trasformato in un pendolo impazzito, i pugni serrati bagnati di sudore. Supera la casa rosa di Giovanni, affacciata sullo stabilimento Lido, dove da marzo gli altri cominceranno a giocare a calcetto. Oltrepassa il mini-bar con il campo di bocce, dove la domenica le ragazze bionde e alte prendono il caffè. Costeggia il palazzetto dello sport, ricoperto di murales come il vagone di una metropolitana. Finalmente intravede il giardino di casa sua, con la tettoia di legno, i cespugli di roselline e l’innaffiatore verde appoggiato al cancello.
Luigi Randagi torna a casa così tutte le sere. La signora Lisa, sua madre, apre la porta e lo accoglie con il sorriso sulle labbra, la morte nel cuore e il solito grembiule azzurro a cuoricini bianchi chiazzato di ammoniaca. "Come è andata, tesoro?". Lui si precipita in bagno, al piano di sopra della villetta, con la vescica gonfia come un pallone aerostatico.
"Ti ho fatto il gateau di patate", urla adesso la signora Lisa, avvicinandosi al forno e sbirciando oltre il vetro. "Gattò di patate", ripete mentalmente Luigi, tirandosi su la cerniera dei pantaloncini e strofinando le mani sull’asciugamano giallo appoggiato accanto al lavandino. Dalla finestra aperta soffia un venticello caldo che fa sollevare la tendina. Luigi ci si piazza davanti, chiudendo gli occhi e lasciando che il sudore raggeli sulla pelle.
"Luigi, scendi?", chiede la madre dalla tromba delle scale, sistemandosi i capelli. "Arrivo", grida Luigi senza spostarsi dalla finestra. "E' colpa tua", sibila. "E' tutta colpa tua che mi hai messo al mondo". Poi afferra l'ultimo albo di Dylan Dog, "Il pifferaio magico", e si precipita giù, a due scalini alla volta.
La signora Lisa sta apparecchiando per due, come da tre mesi a quella parte. "Quando torna papà?", domanda Luigi, sgranocchiando un grissino. "Lo sai che rimarrà a Monrovia ancora per un mese", risponde sua madre. Un piatto le sfugge dalla mano sinistra, scivola lungo il grembiule e si schianta sulle mattonelle di marmo scuro, frantumandosi in sette pezzi. Li conta Luigi, mentre li raccoglie, perdendosi tra le venature grigie del pavimento come in un mini-viaggio allucinogeno. Il telefono portatile squilla con il suo suono sordo, vibrando sul piano d’appoggio accanto al lavabo.
"Pronto?", dice la signora Lisa.
Luigi ascolta imbambolato le parole della madre:
"Caro, ti sento malissimo".
...
"Come dici? Un ragazzo colpito al sedere? Ma allora continuano a sparare!".

"Non sto calma, non sto affatto calma".

"Anch'io, ma chiamaci spesso. Luigi ha preso nove in scienze!".

Poi, accostando il telefono all’orecchio e dando le spalle a Luigi, sussurra: "Ha bisogno di te, credo che abbia qualche problema".
Luigi sente solo “qualche problema” e arrossisce. "Vaffanculo lui e le sue missioni umanitarie", dice a voce troppo alta. La signora Lisa ha appena attaccato. E ha sentito.
"Cosa dici?".
"Vaffanculo lui e le sue missioni umanitarie".
"Ma come osi? Tu stai qui comodo, vai a scuola, leggi i fumetti, giochi a calcetto, vivi in una casa col giardino…".
"Papapapapa. Sempre le stesse cose...".
"Smettila. Dovresti essere orgoglioso di avere un padre che invece di fare il super primario negli ospedali ha deciso di aiutare chi sta male davvero, di mettere a rischio la sua vita".
"E a me chi ci pensa? Lo sai come mi chiamano, lo sai? Mi chiamano Randagio-senza-frontiere, così mi chiamano. Sai che gliene frega al Santo, a Michele e a quelli se papà sta in Liberia a operare i poveracci…Manco sanno dove sta, la Liberia. E neanch’io avrei dovuto saperlo, ecco".
Lisa si è irrigidita, la vena sulla tempia sinistra pulsa come una medusa. Guarda Luigi con i suoi occhi sgranati e accusatori. Vorrebbe prenderli uno a uno – Santo, Michele e quelli – e ammollargli un paio di ceffoni a testa. Vorrebbe che suo figlio non fosse inseguito e preso in giro tutti i santissimi giorni. Vorrebbe andarci lei, a scuola, al posto suo. Vorrebbe vederlo felice. Si sente sola.
Luigi si è seduto a tavola, il viso magro rosso di rabbia. Sfoglia nervoso Dylan Dog, poi si ferma a guardare la copertina: c’è lui, Dylan, che suona il flauto magico in camicia rossa. E dietro ci sono i demoni scheletrici che lo rincorrono, terribili ma resi innocui dall’incanto. Se qualcuno gli chiedesse di esprimere un desiderio in questo esatto momento, Luigi non avrebbe dubbi: vorrebbe soltanto una camicia fiammante, da duro, e quel piffero per azzittire tutti. E vorrebbe anche che suo padre tornasse a casa vivo.
"Il gateau è pronto", annuncia la signora Lisa, infilandosi il guanto da forno. "Su, mangiamo", aggiunge con un sorriso. "Così poi andiamo a prendere un gelato al chiosco: dobbiamo festeggiare il tuo nove".

Quando Jimmy arriva in ospedale sembra uscito da un albo di Dylan Dog.
Un gruppo di guerriglieri ha compiuto un’incursione in un villaggio fuori Monrovia, un lavoro rapido e pulito, una faccenda che non uscirà su nessun giornale.
Una cosa normale, quaggiù.
Routine.
Però stavolta se la sono presa con i bambini, e al dottor Randagi vengono i brividi. Jimmy avrà la stessa età di suo figlio, più o meno.
Gli hanno immerso la testa nell’acido.
Le palpebre si sono come ripiegate su loro stesse, sigillando gli occhi. Il naso si è consumato, la cavità della bocca si è allargata a raggio, scarnificandosi. Le orecchie sono due moncherini. I capelli e le sopracciglia sono bruciati via, lasciando chiazze strinate.
Tutta la testa, fino al collo, è come se fosse stata cotta.
Bambino negro al carpaccio, pensa il dottor Randagi.
Mentre guarda i brandelli di pelle che ancora continuano a sollevarsi ed arricciarsi, comincia ad organizzare il lavoro. Jimmy avrà bisogno di due dozzine di operazioni.
Cercare prima di aprire gli occhietti, contenendo la cicatrizzazione. Sistemare le narici. Applicare gli estensori appena sopra il cranio, per consentire all'epidermide di ricrescere il più larga possibile, spontaneamente.
La mente del dottor Randagi lavora frenetica, ma in maniera automatica, professionale.
Mentre lui ancora pensa alla telefonata con Lisa.

emmeper&aven




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11 settembre 2006


I nostri racconti/ 11 settembre



Tutti ricordano con estrema precisione cosa stavano facendo, quando hanno saputo dell'attacco alle torri gemelle. Chiedi in giro. Non troverai esitazioni. Qualcuno era in macchina con la radio accesa. Qualcuno era al lavoro, oppure in casa davanti alla televisione, che aspettava il fischio della caffettiera. Qualcuno era a spasso e un amico gli ha telefonato per dirglielo.
Giulia invece stava facendo un pompino.
Saranno state le tre e mezzo, forse le quattro. Lei era sul lettone in camera dei suoi, con il suo ragazzo di allora; si chiamava Lorenzo; e ci dava dentro avida e ispiratissima. Se c'era un momento della giornata in cui amava fare sesso, era nel primo pomeriggio, dopo pranzo. Quel giorno poi era uno di quelli in cui sei in vena da morire, senti il tuo corpo come una macchina perfetta, diventi uno strumento devoto al piacere della persona che ami.
E Giulia era innamorata. Non devi pensare male di lei. Era innamorata e le piaceva esserlo. Sperava di esserlo.
Ed era con amore che ora si stava dando da fare sul suo cazzo, con amore e desiderio. Le serrande erano abbassate quasi del tutto, a difendere la stanza dalla luce e dal calore di un settembre ancora estivo. La penombra era perfetta. Il pranzo era stato perfetto. Si erano messi d'accordo per mangiare insieme a casa sua, non avevano così spesso la casa libera perché sua madre non lavorava. Però quel giorno era andata a trovare la sorella fuori città, e ne avevano approfittato. Lorenzo era arrivato in fretta e aveva cucinato per lei. Cucinava meglio di lei, non aveva problemi ad ammetterlo. Quel ragazzo alto e dall’aria un po' misteriosa, che aveva conosciuto all'università appena un paio di mesi prima. Che la sapeva guardare come se esistesse solo lei al mondo.
Del resto, l'amore è questo: la rinuncia ad ogni altruismo. Ci sono giorni in cui non ti frega molto del tuo piacere, perché ti va di consacrarti al piacere dell’altro. Si sentiva geisha. Non voleva nemmeno scopare, nonostante sentisse montare l’eccitazione dentro di lei, come una marea, mano a mano che le cose si facevano più audaci. Perché le era sufficiente bearsi dell’espressione rapita di lui, godeva del suo piacere, mentre lo deliziava e lo tormentava con un ritmo irresistibile, ora frenetico, ora rallentato.
Sulla pancia di lui vide i primi lievi, quasi invisibili sussulti. Li conosceva bene e sapeva cosa significassero. Una specie di vibrazione che correva veloce sotto pelle. E anche lei andò sempre più veloce. Con un mugolio lui, che era semiseduto con le mani puntate dietro a sostenersi, si abbandonò, gettandosi sdraiato. Colpì inavvertitamente, con il dorso della mano, il telecomando che era buttato sul letto, sepolto sotto i suoi vestiti.
Fu in quel momento che si accese la tele.
Lui non se ne accorse nemmeno. Era sdraiato di spalle, e il volume era basso. Lei percepì il bagliore con la coda dell’occhio, ma non ci badò. Ma sai com'è subdola la tv. Il suo infido potere. Ti cattura l'occhio, è un attimo. Giulia sollevò per un istante lo sguardo e vide quella strana scena al rallentatore. Un aereo giocattolo che penetrava chirurgicamente quel grattacielo tanto familiare. Sullo sfondo un cielo azzurro, ma azzurro come solo il cielo sa essere. Non devi stupirti, data la situazione, che per lei non sia stato facile capire che quel giocattolo era un Boeing 767 pesante 180 tonnellate. Rimase immobile, la testa sollevata, il cazzo saldamente stretto nel pugno destro, collegato alla bocca semiaperta da due fili argentei di saliva. Preda di una strana nausea. Una scena impossibile. Una scena sbagliata.
Mentre continuava a guardare, le immagini tornarono bruscamente in diretta, mostrando la torre che veniva giù, senza troppa dignità, friabile come un biscotto. Fu allora che Lorenzo, bloccato intempestivamente alle porte del Nirvana, sollevò appena la testa e guardò Giulia con aria interrogativa. Diede una spinta col bacino, affinché lei riprendesse il movimento. Lei sussultò, lo guardò assente e per un momento parve non riconoscerlo. Guarda, gli disse, che sta succedendo, dio mio. Lui gettò la testa all'indietro e diede una veloce sbirciata allo schermo, cogliendo solo l'immagine di un polverone grigio che avanzava minaccioso verso un gruppo di persone.Tutti correvano sparpagliandosi e si sentiva l'ululato di diverse sirene. Lorenzo non sembrò toccato più di tanto. Si sollevò di nuovo sui gomiti e sussurrò non fermarti ora, con una voce talmente rauca che non sembrava più la sua. Ti prego, aggiunse, posando la destra dietro la nuca di Giulia e spingendola delicatamente verso il basso. Ma lei aprì finalmente la mano e si raddrizzò di scatto, chiedendogli in nome di dio di guardare. Lui fissò di nuovo la tv e capì che era qualcosa di grosso. Le scritte in sovrimpressione delle televisioni straniere. Le facce terrorizzate della gente. Pompieri e poliziotti che correvano da una parte all’altra, completamente ricoperti di polvere. Ma la pulsione era troppo forte per lui, e le immagini non riuscirono a distoglierlo dall’obbiettivo. Di nuovo si vide l'aereo giocattolo schiantarsi. Di nuovo il vetro che inghiotte l'acciaio. Lorenzo pensò vagamente a un film catastrofico che aveva visto da poco. Poi si alzò in ginocchio e si avvicinò a Giulia, tentando ancora di spingerla verso di lui. Questa volta con più decisione. Dai, non puoi lasciarmi così, le disse. Al resto pensiamo dopo. Ma lei si divincolò e lo guardò infuriata, stava per dirgli di smetterla, ma cogliendo il suo sguardo capì che sarebbe stato inutile. Abbassò gli occhi sul suo cazzo, ancora perfettamente duro e puntato verso il suo viso, ora minaccioso come un'arma.
Inconsciamente scattò in lei un pensiero associativo, e si trovò a mettere in relazione quel cazzo dritto e spavaldo con le torri appena crollate. Sorprendersi a formulare questo pensiero la fece incazzare ancora di più, disse con voce sempre più alta ma non ti rendi conto? Non capisci cosa sta succedendo? E di nuovo provò quella nausea che veniva da lontano, come un mal di mare leggero ma inesorabile. Come il conato che è impossibile evitare, quando vedi qualcuno che vomita. Lui mise da parte ogni delicatezza, e scese dal letto spingendola via, con la faccia torva. Mormorò qualcosa a proposito del fatto che era una stupida, un'insensibile, e che avrebbe fatto da solo. Uscì rapidamente dalla stanza e Giulia lo sentì aprire la porta del bagno.
Cercò di tornare a concentrarsi sulla televisione. Allo shock dell'attentato si aggiungeva quello di scoprire che Lorenzo era una persona completamente diversa da quella che credeva di conoscere. C’è un muro tra individuo e individuo, pensava. Tutti si nascondono e nessuno si conosce mai veramente. Intorno a lei le lenzuola, l’aria, la stanza stessa sapevano di sesso. Di colpo si sentì sporca, come se lo avesse succhiato ad uno sconosciuto. Un brivido le percorse la spina dorsale, e lei si coprì le spalle con la prima cosa trovata. Era in reggiseno, ma non si era tolta i pantaloni di lino. Sullo schermo regnava ora una strana, improvvisa calma, macabra ed irreale. Lei realizzò all'improvviso di essere stata proprio lì, al World Trade Center, in un viaggio di parecchi anni prima. Scattò in piedi e corse a recuperare un album di fotografie, frugando velocemente nella vetrina della libreria. Tornando sul letto, sentì provenire dal cesso un gemito soffocato, come un grido strozzato. Provando a non pensarci, cercò la foto che ricordava.
Ed eccola lì, una ragazzina di quattordici anni, con una spruzzata lieve di lentiggini sul naso; lentiggini che sarebbero scomparse di lì a poco; in una foto presa dalla Statua della Libertà, o forse da Coney Island. Dietro di lei l'inconfondibile skyline, i grattacieli che sembrano sospesi sull’acqua. E lei che ride e tiene la mano destra protesa di lato, col palmo in su. Così che, per l'effetto ottico, sembra che le torri gemelle si reggano proprio su quella manina. Le piaceva tanto quel genere di foto. Si ricordò di averne una con la torre Eiffel, un'altra con il campanile di San Marco, e anche una in cui sembra che sostenga la torre di Pisa.
Pensò che questa fosse venuta molto più mossa di quello che ricordava, ma poi si accorse che la stava guardando dietro un velo di lacrime, che appannava tutto.
Alzò lo sguardo e nella stanza c'era Lorenzo che si rivestiva, ma lei era ormai lontanissima da quel luogo. Lui le disse qualcosa, una frase rabbiosa, un insulto, e poi uscì in fretta, sbattendo la porta. Non lo vide mai più, nulla più seppe di lui.
 

© Aven




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5 aprile 2006


I nostri racconti/ Traguardando Godot



Sottoscriviamo in pieno quanto scrive Stefano Folli sul Sole-24 Ore di oggi: "L'autolesionismo del premier annulla l'effetto Ici". Un modo gentile per dire che Berlusconi si è dato la zappa sui piedi. Perché dare del "coglione" a chi vota "contro il proprio interesse" (ovvero pensando al bene collettivo e non esclusivamente alle proprie tasche) "è un fatto grave e senza precedenti".
Chiudiamo qui con la campagna elettorale. E vi lasciamo un racconto che probabilmente non c'entra nulla. Ma che è un omaggio a Samuel Beckett (come il nome del nostro blog), e un invito alla pietà.

Traguardando Godot

Quella sera me ne stavo rannicchiato con le natiche appoggiate sui talloni, dietro la tela di velluto blu, in attesa di entrare in scena. Nel nostro linguaggio, ero “traguardato”, cioè nascosto alla vista del pubblico. Amo tuttora questo verbo. Traguardare. Perché, capisci, letteralmente significa “tagliare il traguardo”. E invece noi attori lo usiamo per indicare tutto ciò che non fa parte della scenografia visibile. Come se per tagliare veramente un traguardo non bastasse vedere le cose, ma occorresse vedere attraverso le cose. Affannarsi a sbirciare dietro le quinte.
Ripetevo mentalmente le mie battute, ma come al solito seguivo rapito anche lo spettacolo sul palco.

VLADIMIRO: Non ha detto che verrà di sicuro.
ESTRAGONE: E se non verrà?
VLADIMIRO: Torneremo domani.
ESTRAGONE: E dopodomani.
VLADIMIRO: Forse.
ESTRAGONE: E così via.
VLADIMIRO: Insomma…
ESTRAGONE: Finché non verrà.

Io ero Lucky. Poche battute, un monologo da paura, poi muto per tutto il secondo atto. Ero vestito di stracci e truccato come un vecchio stanco e triste. Molto simile, in fondo, all’uomo stanco e triste che ero. Accanto a me, tra la tela e il fianco armato, c’era la mia attrezzatura di scena: un cestino da picnic, un seggiolino pieghevole, un cappotto e una valigia enorme. L’avevamo riempita di fogli di giornale appallottolati e di bubble pack, la plastica da imballaggio con cui ti divertivi a giocare, facendo esplodere con le unghie le bolle gonfie d’aria. Al collo avevo la corda annodata con la quale Pozzo (senza dubbio la migliore interpretazione di Jacques nella sua lunga carriera) mi avrebbe trascinato e schiavizzato.
Aspettavo la gag con la carota di Vladimiro ed Estragone: era quello il mio segnale per entrare carponi sul palco. Jacques mi avrebbe seguito poco dopo, ma prima avrebbe dovuto essere chiaro a tutti che io, Lucky, ero ridotto allo stato di una bestia da soma. Faceva caldo, là dietro. Fa sempre caldo in teatro: colpa delle luci, che sembrano trafiggerti con spade di calore, e dell’emozione, immancabile anche dopo ventisette anni di gavetta e un nome che ormai dice qualcosa a chi lo legge in cartellone.
Eppure, nonostante sudassi nei panni di Lucky come un muratore siciliano sotto la canicola estiva, sapevo che Parigi, fuori, ghiacciava nel manto bianco che l’aveva avvolta nella sua morsa. Era il 27 dicembre del 1989. Un mercoledì. Samuel Beckett - a cui dovevamo quel lavoro, scritto in francese, e un marchio indelebile impresso sull’anima - era morto cinque giorni prima all’ospedale di Saint-Anne. Esattamente nelle ore in cui il muro di Berlino veniva definitivamente sbriciolato. Esattamente nelle ore in cui Nicolae Ceausescu non era più riuscito a contenere la rabbia della folla che lui stesso aveva radunato in piazza. Ero arrivato in teatro con gli occhi imbevuti di atrocità lontane: i telegiornali dell’ora di pranzo continuavano a trasmettere le immagini terribili di Timisoara e della fucilazione in diretta tv di Ceausescu e di sua moglie Elena. E’ strano. Di tutto l’orrore di quei giorni, vissuto ambiguamente come vivo tutti gli eventi scaturiti da rapporti di potere che non riesco a comprendere, conservo nitidamente nella memoria un solo particolare: la cravatta rossa stretta al collo del cadavere di Ceausescu, riverso per terra. Forse perché anch’io, la sera stessa, avrei dovuto indossare un cappio.
Quando fu il mio turno di mostrarmi al pubblico, gettai un’occhiata d’intesa a Jacques che teneva la corda tra le mani, gridai il “merda” di rito e mi lanciai al centro del palco con l’adrenalina di un paracadutista che si butta da duemila metri d’altezza. Recitai la mia parte di schiavo frustato e diedi il meglio di me nel mio monologo. Ho sempre pensato che Beckett avesse voluto rappresentare in Lucky l’omicidio della cultura, l’abbrutimento dell’intelligenza, la sconfitta della ragione. Ma ho anche sempre creduto che quelle parole apparentemente senza senso pronunciate da Lucky fossero il segno di un lume che non si può spegnere, neppure nelle condizioni più brutali. “Il grande freddo sul mare sulla terra e nell’aria” lascia intravedere sempre uno spiraglio perché un alito caldo tenga in vita lo spirito.

Fu quando terminai di parlare che ti vidi. Ho il maledetto vizio di guardare gli spettatori durante lo spettacolo. Quelli delle prime file, almeno. Jacques sosteneva di non poter posare lo sguardo sulla platea, perché lo distraeva. Io, al contrario, succhiavo nei volti di chi ci seguiva l’energia necessaria per ricordare le battute. Maxime, il regista, lo sapeva. E mi lasciava fare.
Eri in quarta fila, al centro, stravaccato sulla poltronissima, ma elegante. E bello. Accanto a te c’era Virginie, invecchiata come l’argento: sarebbe bastato rilucidarla, spazzare via la tensione dal viso, cancellare quella contrazione delle labbra e scioglierle i capelli per ritrovare intatto il suo bagliore. Da quel momento in poi, la mia fortuna fu quella di essere Lucky e di non dover pronunciare più alcuna parola. Fu la completa sovrapposizione tra me e il mio personaggio: ero istupidito e intorpidito da un figlio abbandonato e da un amore finito male come da un padrone rozzo e arrogante che mi teneva al guinzaglio. Ero la bestia Théo nella bestia Lucky.

Quando finalmente Jacques mi riportò dietro le quinte, mi scosse prendendomi per le spalle: “Che succede, Théo? Ti senti male?”.
“Ho visto qualcuno”, gli risposi.
“Te l’ho detto e ripetuto da quando lavoriamo insieme”, mi disse lui, posando la frusta per terra, su un pannello di legno. “Non bisogna guardare in faccia il pubblico. Mai”. Poi tornò a ripetere le sue battute del secondo atto, senza neppure chiedermi chi avessi visto. Jacques era fatto così: niente al mondo era degno di distrarlo dal teatro.

Lo lasciai al borbottìo di Pozzo e sgattaiolai tra i panneggi delle tende, costeggiando il palcoscenico fino all’estremità laterale dove finisce la finzione del dramma e comincia la realtà di chi vi assiste. Mi accovacciai di nuovo, per fissarti. Eri pallido: un fantasma bianco che riluceva nella mia oscurità. Il tuo neo appoggiato sopra le labbra fremeva. Che cosa eravate venuti a fare? Immaginai Virginie che comprava i biglietti e te li sventolava davanti, appena tornata dalla farmacia, con l’aria stravolta. Mi parve di sentire la sua voce roca e morbida: “E’ ora che tu sappia chi è tuo padre e perché ci ha lasciato”. Ma no, mi dissi, aggrappandomi alla tenda. Non può avertene parlato. Ne sono convinto ancora oggi, mentre ti scrivo da quest’isola italiana al centro del Mediterraneo dove mi sono rifugiato a trascorrere gli ultimi momenti della mia esistenza. Sono certo che lei non ti abbia raccontato nulla. Che ti abbia portato a teatro, il 27 dicembre di quindici anni fa, per farti imparare ad aspettare il tuo Godot. E ad avere pietà per Lucky. Pietà per me. Pietà per gli uomini.

© Emmeper




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23 gennaio 2006


I nostri racconti/ Il furto (frame dei nostri tempi)

Mi sono accorto del furto mentre interrogavo mio fratello Silvio per un esame di marketing. Lui, le mani sulle ginocchia, seduto sul letto a gambe incrociate, blaterava di orientamento al cliente e packaging. Illustrava le virtù della segmentazione del mercato e la necessità di conoscere il ciclo di vita del prodotto, con la stessa convinzione di un politico che prima delle elezioni promette aulicamente il mare, regalando prosaicamente frigoriferi.
Il sole delle undici innaffiava la stanza, indorato dalle tende gialle pesanti che mia madre ci ha regalato e montato per nasconderci dagli sguardi indiscreti dei vicini. La nostra casa si affaccia su un grande cortile interno. A dire il vero, non mi sembra che tra i condomini ci siano molti curiosi: sono più io, semmai, a sbirciare spesso fuori, a catturare i dialoghi da un terrazzo all’altro, a spiare la vecchietta del quarto piano che parla con le sue piante. Giada dice che m’impiccio.
"E allora?", mi ha chiesto Silvio a un certo punto. "Tu non mi fai più nessuna domanda?".
Il panico mi ha assalito. Non mi veniva in mente proprio niente. Vagavo con gli occhi da una riga all’altra, pescando a caso le parole: bisogni, valori, processo, acquisto, sviluppo della domanda, preferenze, performance, impresa, gestione strategica, marketing mix. Tutta roba che avevo studiato anch’io, appena sette anni prima. Tutta roba che utilizzavo quotidianamente nel mio lavoro di pubblicitario per una grande agenzia statunitense. A scanso di equivoci, il mio lavoro è indurre la gente ad acquistare una macchina che io non comprerei mai.
"Walter?". Silvio mi guardava con un punto interrogativo stampato sulla sua faccia tonda. "Ti ho chiesto di aiutarmi… Dovresti fare la parte del professore. Insomma, se so rispondere alle tue domande, saprò sicuramente rispondere a quelle di Lagagna!". Lagagna era un mio compagno di università. Il figlio del rettore. Un idiota con tutti i crismi. Mentre io mi facevo il culo saltellando da un’agenzia all’altra, pagato zero, lui pubblicava libri scritti sotto dettatura del padre. Ha superato tutti i concorsi immaginabili in un battibaleno e si è insediato alla cattedra di marketing a ventotto anni. Non contento, come tutti gli idioti, ha preso a odiare quelli che si facevano valere per meriti propri. Me compreso. Ecco perché ero sicuro che avrebbe bocciato Silvio, ma mi sono ben guardato dal dirglielo.
"Scusa, Silviè, ma proprio non mi viene in mente nessuna domanda".
"Ma che stai dicendo? Leggi il titolo di un paragrafo qualsiasi, no?".
Era esattamente questo che non volevo fare. Trasformare i titoli e i sottotitoli in domande. Mi sforzavo di raccattare qualche idea per chiedere qualcosa di intelligente.
"Non posso più interrogarti", ho detto solenne.
"Dai, Walter, piantala", è sbottato mio fratello, sbattendo il libro sul plaid arancione. "Ho l’esame domani! Perché cazzo non vuoi aiutarmi?".
"Non riesco a pensare a una domanda intelligente".
"Non mi servono domande intelligenti! Mi serve che tu mi faccia parlare, chiaro?".
Mi sono alzato, ho scostato la tenda gialla e mi sono acceso una sigaretta. Non è tanto comodo fumare spiaccicato contro le grate di una finestra.
Silvio mi ha seguito. Era orribile, quella mattina. Portava quella sua maglietta bianca da casa, tutta bucherellata, con il muso di Topolino stampato dietro. E un paio di pantaloncini grigi del pigiama, mezzi sfilacciati. Le occhiaie, la barba lunga e i capelli sporchi completavano il quadro: il tipico studente di economia a un giorno dall’esame.
"Te l'ho detto, non ho domande da farti".
Silvio mi ha preso per la spalla, ha abbassato il tono e mi ha chiesto: "Tutto bene, fratellone?".
No che non andava bene. Ho guardato la pila di libri ammassati in corridoio, per terra: non avevamo ancora fatto in tempo a chiamare il falegname per farci fare le librerie.
"Okay, ti lascio stare", ha detto Silvio, rimettendosi sul letto. Ha cominciato a ripetere da solo, ad alta voce: "Le matrici di portafoglio permettono una rappresentazione sintetica del grado di attrattività e della posizione competitiva dei diversi business".
Ho pensato agli ultimi tempi. Il lavoro stava assorbendo quasi tutte le mie energie. Riunioni su riunioni, incontri col cliente, slogan creati e poi bocciati, grafici e analisi di mercato. Il mio gruppo di creativi doveva aiutare la penetrazione della macchina sul mercato cinese. E io, di cinese, conoscevo soltanto il ristorante sotto casa e i negozi spuntati come funghi nel quartiere. Anche in agenzia, riflettevo, non stavo inventando un bel niente. Il più delle volte mi limitavo a studiare numeri, rapporti, inchieste sulle nuove tendenze, articoli di giornale. Accumulavo informazioni.

Quanto a domande, zero.

Ero pieno di risposte, in compenso: quanti cinesi vivono nella zona di Pechino, quanti hanno un reddito mensile superiore a mille dollari, quanti hanno un’auto di proprietà, quanti leggono un quotidiano e quale, e così via.
Silvio continuava: "Il posizionamento dell'impresa nel sistema competitivo è la definizione dello spazio che il prodotto o la marca occupa in un dato mercato nella mente del consumatore rispetto agli spazi occupati dagli altri prodotti o marche".
Neppure a Giada facevo più domande. Lei mi riempiva di telefonate e di mail, mi raccontava per ore dello shopping con la madre e della malattia della nonna. Sapevo tutto dei suoi spostamenti e dei suoi appuntamenti. Conoscevo in anteprima gli articoli che le avrebbero pubblicato sul giornale il giorno dopo. Ricevevo puntualmente l’elenco di chi la importunava, degli amici che avremmo avuto a cena in settimana, dei libri che avrebbe voluto leggere.
I libri, almeno loro, avrebbero dovuto aiutarmi. Mi sono allontanato dalla finestra e ne ho aperto uno a caso. "Conoscerete la nostra velocità", Dave Eggers, Mondadori. Me lo aveva prestato Giada e l'avevo bevuto in una notte, perché mi era sembrato di averlo già letto. Ne ho afferrato un altro. "Mappa del nuovo mondo", Derek Walcott, Adelphi. L'avevo comprato dopo aver visto un film in cui declamavano quelle poesie. Mi erano piaciute molto, moltissimo. Soprattutto una, tanto che avevo fatto l'orecchietta alla pagina.

Ma quanto a domande, zero.

Ho pensato al cibo: sono un buongustaio, cazzo! Se non proprio domande, qualcosa mi doveva venire in mente. Tipo: che cosa avrei voluto mangiare quella sera. Che cosa mi sarebbe piaciuto cucinare. Che cosa mi sarebbe piaciuto che Giada avesse cucinato per me, possibilmente nuda. Quale nuovo ristorante avrei voluto provare. Peccato che, pur sforzandomi, i punti interrogativi alla fine delle frasi si ammutolivano, come contorcendosi e richiudendosi in un semplicissimo punto.
Cominciavo a diventare nervoso. E mio fratello, ignaro del mio dramma, andava avanti: "Il posizionamento implica la costruzione di una mappa di posizionamento, che può comprendere sia prodotti esistenti, sia potenziali entranti".
Sono andato in soggiorno e mi sono stravaccato sul divano grigio, abbracciando un cuscino Ikea rosso. Ho premuto il tasto "enter" sul computer portatile buttato anche lui sul divano, giusto per far sparire l’orrendo screensaver ansiogeno, quello a puntini che si perdono nel vuoto. Ho digitato www.google.it ed è lì che ho capito quant’ero grave: non sono stato in grado di scrivere niente dentro il rettangolino. Non ho potuto premere "cerca con Google" perché non avevo niente da cercare. Nessuna cazzo di domanda. Qualcuno me le aveva rubate tutte.
Ho corso fino alla camera. L'ho detto a Silvio, scrollandolo. Gli ho spiegato del lavoro, dei libri, di Giada, del cibo e di Google. "Qualcuno mi ha rubato le domande!", gridavo.
Mio fratello si è riavviato la sua ciocca di capelli sporchi che ricadeva unta sulla fronte. Mica si è scomposto. Si è alzato, mi ha preso a braccetto e mi ha sussurrato, come se mi stesse confidando un gran segreto: "Dipende tutto dal posizionamento. Mi hai sentito prima, no? L’impresa deve definire lo spazio che il prodotto o la marca occupa in un dato mercato nella mente del consumatore, rispetto agli spazi occupati dagli altri. Ecco, tu sei saturo".
"Ma io non sono saturo di marche", ho risposto, staccandomelo dal braccio.
"Sei stato saturato dalle risposte!", ha detto Silvio, rivolgendo i palmi delle mani al soffitto. "Hai studiato troppo, hai letto troppo, hai navigato troppo. Molto più di quanto ti serviva. Ti sei beccato una montagna di risposte. Nella tua mente non c’è più spazio per altre domande. E' semplice". L'avrei strozzato, per quanto era soddisfatto. Mi sono acceso un'altra sigaretta.
"Tu adesso non puoi chiedermelo, però se fossi stato sgombro, dico nella mente, mi avresti domandato che cosa puoi fare", ha aggiunto. "Te lo dico io: devi fare pulizia. Devi stare per un po' a pancia all'aria, senza fare niente. Lontano dall'agenzia, dalla televisione, dai libri, dal computer e anche dalle persone. Dovresti anche cambiare aria. Vattene per un mese al casale in campagna, per esempio. Mamma e papà sarebbero contenti, visto che non ci va mai nessuno".
L'ho ascoltato con attenzione. "Silviè, non dire cazzate".
Lui ha alzato le braccia: "Fa' come ti pare, però ho ragione io". Ed è tornato a ripetere, come un barbone accoccolato sul letto. Ho pensato che forse poteva farcela, persino con Lagagna.
Ho ciondolato per tutto il giorno, vagando da una stanza all'altra. La sera ne ho parlato con Giada.

Adesso sono al secondo piano del casale. Dalla finestra vedo la vallata, gli alberi di fico con i frutti verdi gonfi attaccati ai rami e i vecchi olivi con la corteccia sgretolata. I melograni sono selvaggi e cespugliosi, come se nessuno li avesse mai potati: tra le foglie si nasconde un trionfo di fiori rossi, delicatissimi. Volano via non appena si alza il vento.
Dalla cucina, al primo piano, arriva l’odore del rosmarino. Giada sta preparando costine d’agnello: non ne ha voluto sapere di lasciarmi partire da solo, però ha accettato “il patto del silenzio”. Non parliamo mai, anche se non abbiamo portato niente da leggere. In compenso, io sto scrivendo quello che mi è successo. E’ stata un’idea loro. Credono che possa aiutarmi.
Io, per ora, resto convinto di essere stato vittima di un furto. Un furto bell’e buono. Ma prima o poi scoprirò chi è stato. E gliela farò vedere. 

© Emmeper
 




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28 dicembre 2005


I nostri racconti/ I due briganti (una favola per l'anno nuovo)

Doveva soltanto comprare una camicia. Per questo era entrato pimpante in quella boutique del centro. Per questo aveva cominciato a muovere gli occhi veloci, dal basso verso l’alto. Scartate le righe, che odiava, si era concentrato sui quadri. Rigorosamente azzurri. Avrebbe fatto un’eccezione per il bordeaux. Ma non c’erano camicie a quadri bordeaux: o erano troppo rosse o erano troppo viola.
“Posso aiutarla?”, chiese lei, materializzandosi alla sua sinistra.
Lui le gettò un’occhiata fulminea. Gli bastò per liquidarla come tipo B, classe A: trascurata, ma potenzialmente attraente. Preferiva il tipo A, classe B: curatissima, anche se imperfetta.
Alessia, quel pomeriggio, aveva le unghie smaltate di rosso. Ma la vernice si era scrostata in vari punti. “Intollerabile”, pensò Raniero.
Alessia aveva i capelli raccolti, ma disordinatamente: una specie di chignon improvvisato, tenuto insieme da una penna di legno. “Sciatto”, pensò Raniero.
Alessia portava un cardigan lungo, da uomo, color mattone. “Deformante”, pensò Raniero.
“Grazie, faccio da me”, rispose lui, stizzito.
“Come vuole”, disse lei, accennando un sorriso.
“Però, quando sorride…”, pensò lui.
“Esattamente il soggetto che odio”, pensò lei.
Alessia si diresse verso il bancone del negozio e prese a sfogliare distrattamente il giornale. Fu a quel punto che lesse quel titolo, stampato a caratteri cubitali: “Ladro gentiluomo rapina i ricchi per donare ai poveri”. Poi guardò la foto. Nessun dubbio: era lui. Sbarrò gli occhi nella sua direzione. Lui se ne accorse e sfoderò il suo sorriso migliore. La mano di Alessia si avvicinò lentamente alla cornetta del telefono. Lui corse al bancone e la strinse.
Fu un attimo: Alessia riempì svelta la sua borsa di finto coccodrillo con un pacchetto di fazzolettini di carta, le chiavi di casa e un paio di caramelle gommose alla liquirizia. Raniero uscì fuori ad aspettarla. Lei chiuse il negozio in fretta e furia, sbuffando mentre la saracinesca si abbassava automaticamente. “Andiamo”, disse lui. E montarono in sella a un’elegante moto Guzzi.
Da quel giorno, per nove giorni, un raffinato delinquente e un’anonima commessa scorrazzarono per il Paese in lungo e in largo. Si fermarono nella città da bere, con il suo duomo e le sue aziende, i bar pullulanti di modelle e la tangenziale più trafficata dello Stato. Bottino: 100mila euro. Virarono a Est per godersi un giro in gondola tra i 177 canali di una laguna triste, che ancora sa d’Oriente. “Malinconica”, commentò lui. “Romantica”, rispose lei, mentre nascondeva nel reggiseno 10 bigliettoni da 500 euro. Costeggiarono la riviera dei divertimenti e delle ore piccole, respirando la vitalità inesauribile della gente. “La spiaggia fa schifo”, disse lui, infilando nella sella della moto 15.000 euro. “Andiamo a ballare”, propose lei.
Poi entrarono nel cuore verde della nazione, dove le “ti” diventano “di” e le ragazze si chiamano “freghe”. Fu lì, al quarto giorno, accanto alla fontana dagli 85 volti, che Raniero le disse a bruciapelo: “Sposiamoci”. E fu allora che Alessia disse: “No”.
Freschi di altri 20.000 euro, ripartirono alla volta della regione delle terme e dei vini. Si concessero una pausa nella galleria dov’è sempre Primavera e una passeggiata senza rapine su un vecchio ponte di soli orafi. “Sciacquiamo i panni qui”, propose lui. “Nel mezzo del cammino”, aggiunse lei. Scovarono un angolo sul lungofiume. Si spogliarono. Si chinarono a lavare le camicie di lui e il cardigan di lei. Tra uno schizzo e l’altro si baciarono. “Umido”, dissero all’unisono. E lo fecero di nuovo. Poi Raniero le accarezzò delicatamente il seno e lo scoprì grande e turgido. Poi Alessia gli graffiò la schiena. Infine furono l’uno dentro l’altro. E ancora. E ancora. E ancora. “Animalesco”, concordarono soddisfatti.
La tappa successiva fu la capitale. Evitarono l’anfiteatro più celebre del mondo e anche il colonnato ellittico davanti alla basilica. Dopo aver razziato le ville con le finestre blindate dalle grate per racimolare 30.000 euro, si dedicarono alla gastronomia. Gustarono un’ottima tagliata di manzo dietro la fontana dei fiumi. Assaporarono una coda alla vaccinara con tanto rosmarino in un campo dove un mago ermetico arse sul rogo. Mangiarono noccioline arrampicandosi su per il passetto da cui i papi scappavano via.
All’ottavo giorno presero il mare alla volta dell’isola di Arturo e dei limoni, non senza prima sottrarre 13.000 euro ai nobiluomini di stirpe borbonica. Fotografarono le casette gialle e rosa dei pescatori ammucchiate sulla costa. Si fermarono nei luoghi dove l’attore dal cuore debole girò il suo ultimo film sul poeta dal cuore caldo.
Tra due vecchie barche di legno blu, Raniero ripetè: “Sposiamoci”. E Alessia, incantata dal luccichìo del mare e dalla musica dolce che le risuonava dentro, rispose: “No”.
Rimontarono in sella, si imbarcarono per tornare sulla terraferma e proseguirono giù, giù, fino al borgo di fronte allo stretto dove la bellissima fanciulla bevve l’acqua avvelenata della maga. Si amarono nell’antro davanti al famigerato gorgo. Le loro grida, come quelle del mostro, spaventarono i marinai. “Divino”, disse lui. “Mitico”, echeggiò lei.
Era il nono giorno. Avevano accumulato 183.000 euro. Era giunta l’ora di fermarsi.

Veronica sospira: “Mamma, ti prego, raccontamelo di nuovo”.
Alessia ride. Ha i capelli sciolti e lisci. Qualche ruga. Un abito rosso elegante. Un filo di perle intorno al collo.
“Lo sai, tesoro, che domani devi alzarti presto”.
“Ma voglio risentirla ancora”, mugugna Veronica.
“Adesso basta. La damigella più bella del mondo dovrà essere riposata”.
Veronica chiude gli occhi, sognando la corona di fiorellini e il vestito bianco che Alessia le ha preparato. Si apre la porta. Entra Raniero, in giacca grigia. Impeccabile, come nove anni prima.
“Sei pronta?”, bisbiglia ad Alessia, dandole un bacio sulla guancia e rimboccando le coperte a Veronica.
“Adesso sì”, dice lei.
“Finalmente”, risponde lui.
Si danno la mano. Si guardano: due briganti, due complici. Poi escono insieme ad affacciarsi sul gorgo, salutando la luna di ceramica appoggiata sulle onde.

© Emmeper




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5 dicembre 2005


I nostri racconti/ La macchia

Dedicato a tutti quelli che non sanno di cosa parlano quando parlano di aborto.

La parete dell’ambulatorio è giallina. Scolorita. Come la mia pelle. Sollevo la mano e chiudo il pugno, per scrutare le vene gonfiarsi e concedere al pallore un tocco di viola. La donna seduta di fronte mi guarda. Non ha volto, per me. Mi alzo. Su questa sedia non resisto. Mi accarezzo il ventre. Mi viene da piangere.
Scappo in bagno. E’ alla fine del corridoio. Lo specchio mi restituisce una me che non riconosco. Mi tolgo la giacca e la appoggio sul ripiano di legno. Poi afferro la camicia e comincio freneticamente a slacciare i bottoni. Uno mi resta in mano.
Dio, come sono ridotta.
Voglio solo guardarmi la pancia, nient’altro. Mi sembra già rotonda, sotto l’ombelico. Come quando prendo qualche chilo e mi lamento. Ma adesso no, non è tempo di lamenti. C’è una vita dentro di me. E’ sbilenca, è deforme, è guasta, è malata. Però respira.
Sudo. Sento le ascelle bagnare il cotone. Prendo i due lembi della camicia, li sovrappongo e stringo le braccia al petto. Mi appoggio al lavabo, dando le spalle allo specchio.
Questa noce che porto dentro ha la sindrome di Apert. Hanno un suono tutto loro, queste tre parole. Sindrome-di-Apert. Quando il ginecologo le ha pronunciate, ho sentito una carrozza sferragliare verso i timpani. Un’ecografia. E’ bastata quella.

- Dottoressa Sfilzi, mi ascolti.
- Mmm
- Dall’ecografia è risultata… una malformazione del cranio.
- Del cranio?
- E delle mani e dei piedi.

Rabbrividisco. Adesso come dieci giorni fa.

- Cosa significa, dottore?
- Io credo possa trattarsi della sindrome di Apert.
- Lei crede possa trattarsi della…
- Sindrome di Apert, sì. E’ una malattia molto rara. Un bambino su centomila.

Il mio bambino su centomila.

- Mi dispiace, dottoressa.
- ………..
- Io devo informarla. Sulla storia naturale di questa malattia. Oltre al corpo deformato – la scatola cranica conica, le dita delle mani e dei piedi fuse, a volte anche le vertebre – chi ne soffre sviluppa nella maggior parte dei casi un gravissimo ritardo mentale.

Meglio così, penso ora. Meglio non rendersi conto.

- Lei è appena entrata nel terzo mese, signora. La legge le permetterebbe comunque di interrompere la gravidanza, se lo ritiene opportuno.
- Abortire, se voglio.
- Ma nel suo caso parleremmo di aborto terapeutico. Quindi potrebbe interrompere la gravidanza anche più in là, entro il sesto mese. La mia segretaria le consegnerà il referto e un fascicolo di documentazione sulla sindrome.
- Di Apert. Già.

Fabrizio non c’era, quel giorno. Non c’è neppure oggi. Mi giro, apro il rubinetto, lascio scorrere l’acqua senza toccarla. La guardo. Vorrei essere io, quell’acqua. Trasparente, senz’anima. Senza un ventre che pulsa. Senza il diritto di scegliere alcunché. Mi viene in mente mia madre, incinta di Gabriele. Guardavo la sua pancia lievitare e non mi ponevo domande. La vita, a sei anni, mi sembrava un gioco. Un mero dato di fatto. Come questo asciugamano rosso spiegazzato da troppe mani.
Sono le cinque. Chiudo il rubinetto, ma vorrei spegnere me. Apro la porta del bagno ed esco. La donna è sempre seduta lì, dove l’avevo lasciata. Ha sempre quello sguardo senza luce. O forse sono io che non accetto luce.

- Signora Sfilzi, prego, il dottore l’aspetta.

Entro nello studio del ginecologo. Infilo una mano nella borsa e comincio a frugare nervosamente. Cerco una penna. La verità è che vorrei annegare in questa sacca di pelle. Trovo una matita spuntata.

- Buonasera, dottoressa.
- Buonasera, dottore.
- Come sta?
- …………
- Cosa ha deciso?
- Firmo.
- Bene. Mi sembra la scelta più saggia. Capisco che…
- No. Non si azzardi a dire che capisce.
- La chiameranno per comunicarle la data dell’intervento. Vedrà, sarà semplice.

Non lo sento già più. Prima ero una donna come tante. Adesso sono una madre che ha firmato la condanna a morte di suo figlio. Non c’entra nulla – mi dico mentre corro per le scale – che sia già condannato a morte. Tutti lo siamo. È il dolore, il suo, che non avrei tollerato. Poi mi chiedo: sarebbe cosciente del dolore?
Il buio galleggia nell’androne del palazzo. Spalanco il portone. Mi inonda il tepore di maggio. C’è ancora qualche scampolo di sole. Un gatto nero spelacchiato è appollaiato su un vecchio maggiolone beige. In un flash, vedo quell’attore francese materializzarsi davanti a me. Mi ripete la frase di Giacometti, come nel film*: «In un incendio, dovendo scegliere tra un gatto e un Rembrandt, io scelgo il gatto. Tra l’arte e la vita io scelgo la vita».
E tra il dolore e la vita, cosa sceglieresti? Se la vita non fosse vita, ma subito morte, cosa lasceresti bruciare?
Dimmelo, Jean-Louis, dimmelo. Qualcuno me lo dica.
Torno in questa nuova me. La faccio camminare tra la folla. Un uomo mi urta passando, poi si scusa con gentilezza. Una donna bionda stringe la mano della sua bambina.
Quanto lo desidero, questo figlio che sto per ammazzare.

© Emmeper

* "Un uomo, una donna" (1966), regia di Claude Lelouch, con Jean-Louis Trintignant, Anouk Aimée, Pierre Barouh.




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