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bloGodot [ Godot è arrivato e non ci piace ]
 



Mantra mattutino

ESTRAGONE Didi.

VLADIMIRO Sì.

ESTRAGONE Non posso più andare avanti così.

VLADIMIRO Sono cose che si dicono.

ESTRAGONE Se provassimo a lasciarci? Forse le cose andrebbero meglio.

VLADIMIRO C’impiccheremo domani. (Pausa). A meno che Godot non venga. ESTRAGONE E se viene?

VLADIMIRO Saremo salvati. (Vladimiro si toglie il cappello – che è quello di Lucky – ci guarda dentro, ci passa la mano, lo scuote, lo rimette in testa).

da "Waiting for Godot", Samuel Beckett


Mantra notturno

Che cosa significa “la realtà”? [...] A volte sembra nascondersi dietro forme troppo lontane perché ci sia possibile capire la loro vera natura. Ma qualunque cosa essa tocchi, viene fissata e resa permanente. E' questo che ci resta, quando abbiamo gettato dietro la siepe la buccia vuota del giorno; è questo che ci resta del tempo passato, dei nostri amori e delle nostre avversioni.

da “Una stanza tutta per sé”, Virginia Woolf



Per non morire mai

And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

"Late fragment", Raymond Carver



Per avere una meta

L'atlante del Gran Kan contiene anche le carte delle terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate: la Nuova Atlantide, Utopia, la Città del Sole, Oceana, Tamoé, Armonia, New-Lanark, Icaria.
Chiese a Marco Kublai: - Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quale di questi futuri ci spingono i venti propizi.
- Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta né fissare la data dell'approdo. Alle volte mi basta uno scorcio che s'apre nel bel mezzo d'un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s'incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d'istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie.
Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t'ho detto.
Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.
Dice: - Tutto è inutile, se l'ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: - L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
da "Le città invisibili", Italo Calvino



11 marzo 2010


Mamma bloGodot

 


La nostra metà femminile scalpitava. Aveva bisogno (anche) di una stanza tutta per sé.
Adesso ce l'ha: 
http://www.mammablogodot.ilcannocchiale.it/  




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3 luglio 2008


Femminismi/ Rattusi al potere



Dev'essere dura la vita delle donne che frequentano certi ambienti.
Bollate come pazze dal premier che telefona per far loro ottenere una particina in una fiction che non ricorderà nessuno.
Ridotte al lumicino dopo festini a base di sesso e cocaina con gli onorevoli.
Nominate ministri senza avere un briciolo di competenza, soltanto in virtù dell'essere strafighe.
Obbligate a fare sesso con portavoci molto poco piacenti per "sfondare", ovvero (!) per arrivare a sposarsi con miliardari ex play-boy un tempo affascinanti oggi cascanti.
"Creature" di. Amiche di. Amanti di. Protette di.
Costrette a sopportare continui commenti piccanti, battute pseudo-salaci da sfigati (d'alto bordo, ma sempre sfigati). A casa della nostra metà femminile, nell'ameno Sud Pontino che lo ha mutuato dal napoletano, li chiamano "rattusi" (per una bella spiegazione del termine leggete qui). Trattasi di uomini, per lo più over 50, dotati di occhi porcini e mani leste, altrimenti detti "viscidoni", che altro non vedono nell'universo femminile che paradisiaci concentrati di culi, tette, pelli levigate e capelli setosi: elisir di giovinezza in carne e ossa, facilissimi da mandar giù se si dispone di potere. Ma che diciamo potere! Basta un micro-incarico, un posticino da usciere o impiegato in un luogo strategico, un sottosegretariato, una poltrona in Consiglio regionale, un teleromanzo da dirigere, un amico di un amico che fa il casting per un varietà.

La carica dei rattusi al potere - guai a chiamarli "magnaccia", guai (la Finocchiaro s'indigna di nuovo e, dati i precedenti, abbiamo capito che ci è) - arriva a farci rimpiangere i democristiani della prima ora, i preti laici, i padri di famiglia che facevano i diaconi in parrocchia. Resta un dubbio: è il potere a fare il rattuso o il rattuso a conquistare il potere? Nell'Italia del 2008 propendiamo per la seconda. Consci che con i rattusi al comando muore il mito del maschio italico, sopraffatto da ometti tinti e goffi, da trapianti di capelli e quintali di cerone, da abbronzature artificiali, scarpe col tacco e sorrisetti ammiccanti. Sia chiaro: mica è solo il Berlusca. La rattusaggine dilaga a destra e a sinistra.
Fossimo nei vitelloni scenderemmo in piazza.




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14 febbraio 2008


L'aborto come arma di distrazione di massa

Egon Schiele, Mädchen, 1918

Il teatrino vergognoso che si sta consumando in questi giorni sotto gli occhi indifferenti della maggioranza del Paese - un Paese di anziani ignoranti e di beghine, come lascerebbe presupporre la caccia ai loro voti scatenata da destra e da sinistra - è il frutto esemplare di quello che, poco tempo fa, definitivamo "utilizzo dei temi di bioetica come armi di distrazione di massa". Sulla pelle e sul corpo delle donne.
Non si spiega altrimenti l'attacco feroce e cieco a un diritto pacifico, tutelato dalla legge: quello di interrompere volontariamente la gravidanza nel caso sussistano gravi pericoli per la salute della madre e del feto che porta in grembo. Un attacco tanto più assurdo quanto più evidenti sono i suoi fini occulti: impedire che il dibattito pubblico si soffermi sulle reali emergenze di uno Stato sfibrato, vecchio e sofferente, minato sin nelle radici dalle infiltrazioni criminali e dalla corruzione.
Così la procura di Napoli, che di daffare ne avrebbe a iosa se soltanto guardasse fuori dalle sue finestre, pensa bene di inviare la polizia a interrogare una donna che ha appena subito un raschiamento. Per chi non sa di cosa si tratti, ricordiamo che il raschiamento è la pratica attraverso la quale l'utero viene "ripulito". Un intervento sempre traumatico per ogni donna, sia quando è necessario sia quando è volontario. Nel caso di Napoli, la donna aveva fatto ricorso all'aborto terapeutico perché aveva scoperto che suo figlio sarebbe nato affetto da una grave forma di handicap mentale.

Qui occorre un distinguo. Un conto è il peccato, perseguito dalla Chiesa. Un conto è il reato, perseguito dalla legge penale. In uno Stato laico confondere il peccato con il reato è gravissimo.

Proviamo ad analizzare la questione da questo punto di vista.
Abortire è considerato dalla Chiesa cattolica un peccato. Un comportamento riprovevole. Un attentato alla vita. Diciamola tutta: un omicidio. Ma la Chiesa non guida il nostro Stato, che ha un ordinamento costituzionale, un corpus legislativo, un Parlamento, un Governo e altri organi costituzionali. La Chiesa orienta le coscienze di coloro che le si affidano: se si ha fede può essere una guida spirituale. Il suo ambito finisce qui.
Abortire non però è un reato per lo Stato italiano: la legge 194/1978 (
invitiamo tutti a rileggerla, articolo per articolo) tutela il diritto delle donne di ricorrere, in casi eccezionali e ben determinati, all'interruzione volontaria di gravidanza.

Questa elementare distinzione tra peccato e reato andrebbe tenuta ben presente, ogni volta che ci si accosta a temi bioetici, dall'aborto alla fecondazione assistita.
Nessuno obbliga chicchessia ad abortire, ma nessuno - né Ruini né il papa né Giuliano Ferrara (dipinto magistralmente da Marco Travaglio due giorni fa sull'Unità) né Casini né il Movimento per la vita - può vietare a una donna di decidere di farlo, quando ricorrano le condizioni previste dalla legge.

Aggiungiamo una batteria di interrogativi. E' davvero tanto atroce scegliere di non mettere al mondo un figlio handicappato? E' "eugenetica", come l'ha definita sprezzante il solito Ferrara? E se invece fosse un grande atto d'amore?
Qualche anno fa la nostra metà femminile ha scritto
un racconto intitolato "La macchia", provando a descrivere il dolore di una decisione simile. Quando si è scatenato il dibattito sull'opportunità di rianimare a tutti i costi i feti nati estremamente pretermine, sempre la nostra metà femminile ha cercato di descrivere in un articolo brevissimo i rischi cui vanno incontro.
Lo riproponiamo qui, perché i giornali - si sa - non li legge nessuno.

I dati. Molto ridotte le chance di sopravvivenza
Per i piccolissimi danni invalidanti

ROMA - Quando si parla di nati pre-termine non c'è in gioco soltanto il dilemma se rianimarli o limitarsi a cure compassionevoli. Bisogna anche ricordarsi – e informare correttamente i genitori, come ha recentemente raccomandato un ampio rapporto pubblicato sulla rivista «Seminars in fetal&neonatal medicine» – degli altissimi rischi di patologie invalidanti che questi bambini corrono.
I dati internazionali sono eloquenti. Secondo la ricca casistica raccolta dal Vermont Oxford Network, una rete che collega attualmente 731 ospedali del mondo, tra cui 47 centri di neonatologia italiani, nel 2006 nessun bimbo nato alla 22esima (sono lo 0,60 per mille dei nati in Italaia) e alla 23esima settimana di gestazione è sopravvissuto senza malattie invalidanti, come emorragia cerebrale grave, danno neurosensoriale o malattia polmonare cronica.
I dati sono sovrapponibili a quelli rilevati dal Registro dei nati pre-termine della Regione Emilia Romagna, coordinato da Pietro Guerrini, docente di neonatologia all'Università di Ferrara. Che condivide le raccomandazioni del ministero della Salute sui nati pretermine e avverte di «non enfatizzare le chance di sopravvivenza dei nati estremamente prematuri, che sono ridottissime». «Così – afferma Guerrini – si alimentano aspettative infondate. Inoltre la qualità della sopravvivenza è un elemento che non va assolutamente trascurato. Possiamo davvero consegnare ai genitori un figlio gravemente handicappato senza averli adeguatamente consultati?».
«Impossibile», sostiene Giovanni Monni, presidente dell'Aogoi, che associa 5.500 ginecologi ospedalieri italiani. «Lo prescrive il Codice deontologico e la legge 194/1978. Ma siamo in periodo elettorale: si specula sulla salute della donna per fini politici». Per lo specialista «fa fede la Carta di Firenze, approvata da ginecologi, neonatologi, anestesisti, bioeticisti». Sottinteso: i ginecologi universitari che hanno sollevato il polverone di questi giorni sono appena nove. Guerrini e Monni sono d'accordo: guai a generalizzare. Bisogna valutare caso per caso, senza forzature ideologiche. Facendo i conti con la realtà.
(da ll Sole-24 Ore del 5 febbraio 2008)

Consigli per il cervello:
1) guardare
questo video di CiroMonacella e leggere il suo blog (fa bene ai neuroni)
2) firmare
l'appello "LiberaDonna" lanciato da MicroMega ai dirigenti del centro-sinistra 




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4 maggio 2007


Quell'Officina Italia tutta maschil(ista)

Con un'intera pagina il Corriere della Sera di ieri ci ha ricordato che si è aperta a Milano Officina Italia, questo cantiere creativo della letteratura militante, questa "tre giorni che spacca l'inedia del panorama culturale milanese" (annuncio testuale di Giuseppe Genna), questo felice ritrovo di amici e amichetti (commento nostro, di cui ci assumiamo la responsabilità).
Tutti bravissimi autori, per carità. Ecco l'elenco:

Alessandro BARICCO
Carlo BONINI
Pietrangelo BUTTAFUOCO
Luciano CANFORA
Diego DE SILVA
Marcello FOIS
Giuseppe GENNA
Carlo LUCARELLI
Maurizio MAGGIANI
Giancarlo MAJORINO
Marco PHILOPAT
Alessandro PIPERNO
Gabriele SALVATORES
Roberto SAVIANO
Antonio SCURATI

Abbiamo le nostre preferenze, ovviamente: Saviano più di Piperno, ad esempio, Scurati più di Lucarelli. Ma queste sono quisquilie, pourparler da casa bloGodot.
Ci preme sottolineare un altro particolare, evidentemente sfuggito ai più. Tra gli illustrissimi autori incaricati di scuotere la grigia gabbia invecchiata della cultura nostrana non c'è neppure una donna.
Allora, già affranti ma non vinti, cerchiamo disperatamente nell'articolo sul Corriere uno straccio di scrittrice, un nome, soltanto un nome, anche del passato, pure straniero, una citazione a mezza penna, un'evocazione mitica. Niente di niente. Tranne la giornalista, autrice del pezzo. Che parte dai maschi protagonisti dell'Officina Italia per individuare i tre  gruppi maschi del potere letterario emergente: quello milanese (Scurati docet), quello romano (la scuola di Nuovi Argomenti) e quello "cannibale", a suo dire emarginato (Ammaniti, Scarpa&Co).
Ci chiediamo se non sia lo specchio di un Paese intero. Questa è la cultura? Questa è l'avanguardia di cui siamo capaci?

(Immagine: Ernst Ludwig Kirchner, Gruppo di artisti, 1926-27)

Sullo stesso argomento leggete anche qui e qui.
Per fortuna sono blog di uomini. Illuminati.




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24 agosto 2006


"Donna, moltiplicherò i tuoi travagli"



"Moltiplicherò i tuoi travagli e le doglie delle tue gravidanze,
nella sofferenza partorirai i tuoi figli
verso tuo marito ti spingerà il tuo desiderio
ed egli dominerà su di te"

Genesi, 3, 16

Aspettiamo con trepidazione le reazioni al durissimo articolo di Francesco Merlo, apparso su Repubblica di oggi, dal titolo "Stupratore in libertà, giudice sotto accusa".
Merlo si indigna per la decisione del Gip Marco Flamini di rimettere in libertà il ventiduenne algerino Abderramene Lazarec, che ha stuprato una diciassettenne in una discoteca di Chieti. Secondo il giudice, non esisterebbe pericolo di fuga né di inquinamento delle prove. Che ne sa?, si chiede il giornalista. E dove sono le femministe, i cortei davanti al palazzo di giustizia, la stampa di denuncia? "Abbiamo il sospetto - scrive Merlo - che in Italia un atteggiamento 'pudico', una capziosità giudiziaria, il silenzio dei telegiornali, la complicità caritativa del clero, un'amnesia del femminismo, uno stupido terzomondismo residuale di fatto proteggano gli stupri etnici".

C'è di che riflettere, dato il puntuale ripetersi di violenze sulle donne, che si chiamino Hina o Elena, che abbiano venti o quarant'anni, che conoscano o meno i loro aggressori. Merlo parla di "predatori a loro volta preda di un impulso primario animalesco che - bisogna dirlo liberamente - il Corano legittima nella considerazione di scarso conto in cui mette la donna". E cita la Sura 4 del Corano: leggere per credere. Obiettiamo che anche nella Genesi non si va troppo sul tenero, condannando il genere femminile a travagli e subordinazione perenni. Ma si tratta di testi religiosi, di per sé culturali, frutto di mani e di teste sicuramente maschili. Da prendere con le molle, insomma.

Da questo spazio, che ormai è diventato una specie di veranda dei nostri pensieri, abbiamo spesso denunciato le difficoltà del femminismo contemporaneo, senza però mai negarne il valore e l'utilità. Ci sembra che le strade obbligate che la civiltà occidentale ha imboccato - il multiculturalismo, il relativismo tanto odiato dal Papa, il consumismo elevato a dimensione esistenziale ordinaria, l'invadenza delle tecnologie fin dentro ai corpi e alle loro origini - richiedano uno sforzo duplice:
da parte delle donne a non dare per scontate certe conquiste di libertà (tornare a casa da sole a qualsiasi ora del giorno e della notte, passeggiare nei parchi, viaggiare, vestirsi come si preferisce) e a non ridurre l'intero dibattito femminista alla bioetica, come alcuni gradirebbero che si facesse;
da parte degli uomini ad allontanare da sé, il più possibile, i pregiudizi che continuano ad albergare anche negli animi più "femministi", ad aberrare la violenza e a ritenere sacra la persona fisica, a qualsiasi genere essa appartenga. E' quasi superfluo notare che l'educazione dei figli maschi, ancora per molti versi appannaggio femminile di madri e maestre, svolge in questo senso una funzione cruciale, che riporta in capo alle donne la responsabilità di trasmettere il valore della parità di diritti e del rispetto reciproco.

Merlo chiede di tenere desta l'attenzione sullo stupro etnico, sostenendo che "va spiegato a chi viene in Italia che, come esiste una civiltà delle posate, qui da noi c'è anche una civiltà della sessualità, minoritaria magari... ma la sola che non viola la persona, la sola protetta dalla legge". Gradiremmo che lo si spieghi anche ai nostri amici colti e rispettabili che partono per Cuba o per Bangkok alla ricerca della giovanissima di turno da spupazzarsi per qualche settimana, salvo poi autogiustificarsi quasi come "benefattori" di quella "povera gente che altrimenti non avrebbe un soldo". Bisognerebbe dirlo anche agli automobilisti italianissimi, molti dei quali padri di famiglia, che ogni sera affollano via Cristoforo Colombo per pagare l'ucraina, la rumena o la polacca minorenne. Che approfittano della miseria altrui, senza farsi scrupoli. O ai mariti devoti che picchiano indisturbati mogli e figlie o che le umiliano quotidianamente a parole e nei fatti.

La verità è che per molti uomini, cattolici o musulmani, la natura della donna è sempre quella antica e vergognosa - questo sì, bisogna gridarlo - descritta nella Genesi e nel Corano. E che per molte donne l'emancipazione è diventata un cappio, come ben testimoniano i Monologhi della Varechina: significa lavorare come e più degli uomini fuori casa, lavorare sole dentro casa, dedicarsi come sempre ai figli più dei padri, non avere più un briciolo di tempo per sé, sfruttare persino altre donne, come dimostra lo straordinario esercito di colf e badanti sottopagate. Perché dovrebbe stupire il risultato dell'analisi condotta dalla rivista Forbes, secondo cui le donne manager d'Occidente fanno meno figli, non si sposano, quando lo fanno divorziano di più, hanno case più sporche (!) e mariti che si ammalano più facilmente (!!!)?

"Per chi ha la nostra storia alle spalle è facile capire che 'veline e velate' sono accomunate dal loro essere ancora donne nel patriarcato, di cui sono semplicemente facce contrapposte". Lo scrive Luciana Percovich nel bel volume "La coscienza nel corpo - Donne, salute e medicina negli anni Settanta", edito da Fondazione Badaracco e FrancoAngeli. E' la sintesi perfetta di quello che pensiamo. Per dire basta alla violenza bisogna dire basta al patriarcato. Bisogna spiegarlo a chi viene in Italia, come vuole Merlo, e a chi in Italia vive beato tra tette e culi esibiti su ogni canale, volgarità e molestie, ricatti grandi e piccoli. Confidando in una sua presunta superiorità, che farebbe ridere i polli se non fosse il substrato culturale di veri orrori. Etnici e non.




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2 giugno 2006


Appena sessant'anni di voto, largo alla varechina



C'è da chiedersi se sia casuale che la nascita della nostra Repubblica - esattamente 60 anni fa - coincida con il primo voto delle donne italiane. C'è da chiedersi se, in tutto il mondo, sia un intimo percorso parallelo, un doppio fil rouge, quello tra il miglioramento della condizione femminile e la democrazia.
A noi fa sempre molta impressione pensare che le nostre nonne siano state le prime italiane a poter mettere una scheda dentro l'urna, a vedersi riconosciuta la dignità di essere rappresentate (lo dobbiamo al Decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 2 febbraio 1945, emanato dal Consiglio dei ministri presieduto da Ivanoe Bonomi). In una storia antica come la nostra, 60 anni sono davvero pochi. Un pugno di tempo, una manciata di giorni.

Dev'essere per questo che siamo un Paese tanto maschilista, al di là dei proclami. Con una sola donna ministro con portafoglio nel Governo, pure di centrosinistra, e deleghe "leggere" alle altre. Sul Corriere della Sera di ieri è stata pubblicata la lettera di un lettore romano. Brevissima. Voleva soltanto evidenziare che alle dichiarazioni finali del Governatore di Bankitalia, Mario Draghi, "si appalesava la quasi totale assenza di donne in sala". Il lettore domandava: "Per quanto tempo ancora resteremo fanalino di coda dell'Occidente sulla questione femminile?"

Già. Per quanto tempo? Forse fino a quando le femministe continueranno a parlarsi addosso, a filosofeggiare su Foucault e la naturea corporea del discorso, a dividersi su temi centrali come la fecondazione assistita e le nuove sfide poste dalla bioetica. Fino a quando non si comprenderà che le "quote rosa" non sono un'ammissione di debolezza, ma l'inevitabile grimaldello per scardinare sistemi di potere organizzati da millenni secondo ruoli e categorie profondamente maschili. Una sana dose di pragmatismo: è questo, a nostro avviso, che serve al femminismo contemporaneo.

Nel frattempo, le donne stanno affogando. Chi ha tempo, legga il primo numero de "I monologhi della varechina", pubblicato su Vibrisse, curato da Silvana Rigobon e opera di un gruppo di donne che raccontano "Il lavoro in bianco e nero". Noi l'abbiamo trovato illuminante, feroce e verissimo. E quasi concordiamo - ma a malincuore - con lo sfogo di Loredana Lipperini, intitolato proprio "Nel frattempo" - che alla fine scrive:

"Ah. Nel frattempo, chissà come, in molta narrativa italiana gli esseri di sesso femminile son  lì che fanno le muse, o anche vivono i giorni dell’abbandono.

Simone De Beauvoir: vaffanculo"

Lo confessiamo: ci ha strappato un applauso.





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17 maggio 2006


Quante belle donne Madama Doré



Prodi aveva detto: almeno un terzo del nuovo Governo sarà donna. E noi poveri illlusi gli avevamo pure creduto, nonostante la penosa performance nel duello Tv con Berlusconi.
Adesso la magagna è svelata: le donne nell'Esecutivo sono sei su 25. Poco più di un quarto. E, udite udite, ben cinque - Emma Bonino, Barbara Pollastrini, Linda Lanzillotta, Giovanna Melandri e Rosy Bindi - sono ministri senza portafoglio. Per intenderci,  non hanno capacità di spesa: ergo non contano nulla.
Si salva Livia Turco, a cui, magnanimi, hanno lasciato il ministero della Sanità (un dicastero più volentieri regalato alle donne, anche in passato, secondo il pregiudizio che loro sì che sensibili, loro sì che si prendono cura degli altri, malati e non). La quota di donne al Governo, considerando soltanto i ministri con portafoglio,  scende vertiginosamente: è una su 17. Vergogna.

E allora forza Italia, continua così. Con i compromessi da quattro soldi che fanno avere il coraggio di nominare uno come Clemente Mastella - Clemente Mastella, Clemente Mastella, non riusciamo a crederci - al ministero della Giustizia. Con una maggioranza del Paese - quella femminile - che continua vegognosamente, lei sì, a non essere rappresentata. Né in Parlamento né al Governo.
Ci rendiamo conto?







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15 marzo 2006


Il duello triste in cui non vince nessuno e perdono le donne

Che duello triste, grigio, noioso, rigido, incravattato. Che duello "vecchio". Che duello maschile e maschilista. Che duello democristiano: non vince nessuno, perdono solo le donne.
Il premier ha detto e ripetuto che non ha trovato "signore" disponibili a venire a Roma e a lasciare la famiglia (!). Prodi ha messo insieme le solite due parole sulla presunta superiorità delle donne. Nessuno dei due ha avuto il fegato di fornire una cifra, un numeretto, uno straccio di impegno per garantire che il prossimo Governo sia più "femminile".
E' l'Italia, bellezza. Neanche una donna nei penosi talk show post-duello. Neanche una a pagarla oro in questa televisione nauseabonda e putrefatta. E Maurizio Belpietro, ospite da Mario Giordano a Studio Aperto, è stato pressoché l'unico a far notare come la vera debolezza di entrambi gli sfidanti fosse stata proprio la risposta sulle donne. Belpietro, ci pensate?
Non sappiamo se il duello avrebbe dovuto convincere gli indecisi. Sappiamo soltanto che la nostra metà femminile ha deciso che diserterà le urne. E sarebbe la prima volta.




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1 dicembre 2005


Madri "sconvenienti"

Ci sono violenze e violenze. Gli stupri di questi giorni - ancora oggi la notizia di una marocchina stuprata da un connazionale e di una cinquantenne rapinata e violentata - sono la lunga eco dei fatti di Bologna: follie quotidiane che soltanto saltuariamente trovano spazi sui media. Sfoghi di disperazione puramente maschile, abominevoli.
Ma ci sono anche le violenze meno efferate e più sottili: quelle inferte col mobbing, con i compromessi sottintesi, con l'arma sempre efficace del potere, tutto maschile anche oggi. Ci sono le colpevolizzazioni e le discriminazioni. A partire dalla più antica - quella nei confronti della maternità - rimasta intatta nella sua assurdità.
Silvia Ferreri, regista del Centro sperimentale di cinematografia, presenta stasera al cinema Quattro Fontane di Roma il suo documentario "Uno virgola due", con Miriam Mafai a coordinare il dibattito: 1,2 è il tasso di fecondità delle italiane, slittato recentemente da 1,33 a 1,29. La Ferreri spiega così il suo progetto:

"Nasce da una domanda: mi chiedevo come mai, sempre più spesso, sentivo le donne lamentarsi per soprusi e ingiustizie subite sul lavoro durante o dopo la maternità. Ho deciso di iniziare una ricerca e ho pubblicato annunci sui giornali per chiedere alle madri di scrivermi e di raccontarmi le loro storie.
La quantità di testimonianze ricevute mi ha fatto capire quanto il problema fosse esteso a un gran numero di donne, senza distinzione di provenienza o classe sociale. Donne che vengono punite per aver avuto un figlio, donne a cui vengono tolte le mansioni di responsabilità, donne che vengono licenziate o, quando la legge non lo permette, vengono messe in condizioni tali da essere costrette a lasciare il proprio lavoro.
Intanto l’Italia è in allarme. Da anni è il Paese con la più bassa natalità al mondo. Il numero medio di figli per donna è fermo a uno virgola due. Poco più di un figlio a testa. Chi ha sfidato il sistema una volta, quasi mai ripete l’esperienza." 

Storie di commesse, impiegate di banca, ricercatrici e addette al marketing. Storie di chi torna madre in ufficio e non trova più sedia e scrivania. Storia di "selezionatori di risorse umane" che storcono il naso. Storie di decine di nostre amiche. Storie che non vorremmo più ascoltare.





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22 novembre 2005


Forse a qualcuno sfugge...

... che l'interruzione volontaria di gravidanza non è MAI una passeggiata per una donna. Che abortire è già una lacerazione. Che in quei momenti c'è bisogno di ascolto, riservatezza e comprensione. Non di trovarsi davanti i volontari del  Movimento per la vita. Talmente invasati da osteggiare insensatamente la pillola abortiva, lasciando che l'aborto (perfettamente legale nel nostro Paese, grazie alla giusta legge 194/1978) sia praticato con un intervento chirurgico. Perché per loro un figlio che non si desidera è di gran lunga più importante del corpo delle donne.
Che viltà giocare la campagna elettorale su questi temi. Che spettacolo vergognoso.
P.S. La Sister, qui, l'ha detto meglio di noi.




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