.
Annunci online

bloGodot [ Godot è arrivato e non ci piace ]
 



Mantra mattutino

ESTRAGONE Didi.

VLADIMIRO Sì.

ESTRAGONE Non posso più andare avanti così.

VLADIMIRO Sono cose che si dicono.

ESTRAGONE Se provassimo a lasciarci? Forse le cose andrebbero meglio.

VLADIMIRO C’impiccheremo domani. (Pausa). A meno che Godot non venga. ESTRAGONE E se viene?

VLADIMIRO Saremo salvati. (Vladimiro si toglie il cappello – che è quello di Lucky – ci guarda dentro, ci passa la mano, lo scuote, lo rimette in testa).

da "Waiting for Godot", Samuel Beckett


Mantra notturno

Che cosa significa “la realtà”? [...] A volte sembra nascondersi dietro forme troppo lontane perché ci sia possibile capire la loro vera natura. Ma qualunque cosa essa tocchi, viene fissata e resa permanente. E' questo che ci resta, quando abbiamo gettato dietro la siepe la buccia vuota del giorno; è questo che ci resta del tempo passato, dei nostri amori e delle nostre avversioni.

da “Una stanza tutta per sé”, Virginia Woolf



Per non morire mai

And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

"Late fragment", Raymond Carver



Per avere una meta

L'atlante del Gran Kan contiene anche le carte delle terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate: la Nuova Atlantide, Utopia, la Città del Sole, Oceana, Tamoé, Armonia, New-Lanark, Icaria.
Chiese a Marco Kublai: - Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quale di questi futuri ci spingono i venti propizi.
- Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta né fissare la data dell'approdo. Alle volte mi basta uno scorcio che s'apre nel bel mezzo d'un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s'incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d'istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie.
Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t'ho detto.
Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.
Dice: - Tutto è inutile, se l'ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: - L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
da "Le città invisibili", Italo Calvino



14 gennaio 2008


Bianco e nero, evviva la semplificazione

Il titolo, a dispetto del sottotitolo che campeggia nella locandina, dice già tutto: bianco e nero, eliminiamo i grigi, semplifichiamo in nome della leggerezza.
Dopo "La bestia nel cuore" Cristina Comencini torna nelle sale con un altro film che non convince affatto, vittima di un equivoco che ormai affligge tanta produzione cinematografica italiana: l'equazione tra commedia e superficialità.
E così parte un inno ai luoghi comuni: la nera bellissima pantera, colta, ricca e impiegata in ambasciata (troppo difficile raccontare l'integrazione degli altri: la sorella parrucchiera dietro via Giolitti, succube di un marito maschilista e traditore, resta una macchietta sullo sfondo, senza rapporti con i bianchi). Lo scialbo maschio italico (Fabio Volo), sposato senza un motivo (nulla si lascia intendere del suo rapporto con la moglie, interpretata da Ambra Angiolini), padre senza particolari impegni, subito stregato dalla pantera. Il loro innamoramento è tutto sessual-animalesco: la curiosità di lei per il corpo di un bianco, l'impossibilità per lui di resistere alla tempesta ormonale, manco avesse quattordici anni.
Alle loro spalle famiglie senza spessore e altre macchiette in libertà, in un trionfo di cliché e isterismi, esaltato da attori per caso: l'unica a salvarsi è Anna Bonaiuto, che tra Katia Ricciarelli, Volo e Ambra pare una stella in una discarica.

Viene il magone pensando che quarantuno anni fa Stanley Kramer dirigeva Sidney Poitier, Spencer Tracy e Katherine Hepburn in "Indovina chi viene a cena". Forse la Comencini se lo è dimenticato. O forse vive le drammatiche dinamiche dell'integrazione mozza, del razzismo strisciante e dilagante, delle metropoli che cambiano pelle nell'indifferenza generale come un giochino di seduzione altoborghese. Una scopata e passa la paura.




permalink | inviato da bloGodot il 14/1/2008 alle 16:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


28 agosto 2007


Cinemascopico/ Sicko ovvero L'egoismo

 Edward Hopper, New York Movie
Edward Hopper, New York Movie

A Michael Moore possono muoversi tante critiche, ma non una: non saper cogliere le emergenze reali e nascoste, quelle di cui pochi parlano perché a troppi interessa tenerle lontano dai riflettori. La sanità statunitense è una di queste. Un obbrobrio del capitalismo, il tipico esempio di distorsione del mercato che un buon governo democratico dovrebbe impegnarsi per correggere e che i cittadini di una sana democrazia dovrebbero attivarsi per eliminare.
Ma "Sicko", l'ultima fatica del regista nato e cresciuto nel Michigan, non è semplicemente un documentario sulla anomalia del sistema sanitario d'oltreoceano, gestito dalle compagnie assicurative private e dunque teso esclusivamente al profitto, con la decisiva complicità delle industrie farmaceutiche e la salute considerata alla stregua di un dentifricio o di una lattina di Coca Cola. "Sicko" è soprattutto un film di denuncia sui valori alla base della società che ha ideato quel sistema.

Come spiega il leggendario socialista inglese Tony Benn davanti alla telecamera di Moore, il servizio sanitario britannico, rigorosamente pubblico, è nato nel dopoguerra, quando bisognava riprendersi dalle ferite della lotta contro i nazisti. I cittadini hanno deciso di "stringersi" e di aiutarsi reciprocamente. Una decisione mai messa in discussione, neppure da una liberista di ferro come Margaret Thatcher.
Negli Stati Uniti, invece, che cosa è successo? Moore ha recuperato l'intercettazione di una agghiacciante conversazione tra il presidente Richard Nixon e il suo consulente John Ehrlichman, avvenuta nel 1971, il giorno prima dell'annuncio dell'introduzione del perverso sistema Usa. Nella telefonata Ehrlichman spiega che le compagnie faranno risparmiare sempre di più, utilizzando i loro cavilli e le loro particolarissime armi per negare le cure ai cittadini. E Nixon ride e annuisce: "Bene". Il giorno dopo, in conferenza stampa, il nuovo servizio sarà presentato come "il migliore del mondo".

E' questione di valori. Di una banalità imbarazzante: se una comunità mette al centro l'individuo esprime una sanità come quella a stelle e strisce; se una comunità mette al centro la comunità esprime una sanità come la nostra. Italiana, francese, inglese, canadese.
Ancora: se una comunità mette al centro l'individuo considera pagare le tasse un'azione da imbecilli; se una comunità mette al centro la comunità considera pagare le tasse un dovere civico. L'egoismo contro la solidarietà.

Non bisogna perdersi nelle chiacchiere. Sì, magari Moore semplifica, magari finisce per presentare una versione edulcorata dei sistemi sanitari canadese, inglese e francese, magari noi abbiamo le liste d'attesa, alcuni errori terribili e grossolani (come quello venuto alla luce in questi giorni: l'aborto praticato sul feto sano invece che su quello malato), servizi di pronto soccorso affollati e sporchi. Ma se dobbiamo partorire, se abbiamo un incidente, se dobbiamo operarci, nessuno ci chiede il tesserino dell'assicurazione e nessuno, poi, cerca di fregarci chiedendo di restituire quanto indebitamente pagato dalla compagnia (per i metodi usati siete pregati di correre al cinema per vedere il film). Al massimo ci chiedono il ticket. Vi pare poco?

L'egoismo contro la solidarietà. Essere di sinistra dovrebbe voler dire privilegiare la seconda al primo. E' per questo che siamo di sinistra. Meno male che c'è Moore a ricordarcelo.




permalink | inviato da bloGodot il 28/8/2007 alle 13:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa


12 aprile 2007


Cinemascopico/ Cento chiodi cento

E così bisogna distruggere i libri per ritrovare il senso della vita. Bisogna inchiodarli al pavimento con furia iconoclasta per liberarsi dalla gabbia delle ideologie. Bisogna riscoprire la sana ingenuità di chi vive di vino e di dialetto per capire che un caffè con un amico vale più di tutti i volumi stampati.
E' tornato Ermanno Olmi, viva Ermanno Olmi.

Però "Centochiodi" è pieno di però. Non siamo certi che avremmo colto tanto chiaramente la tesi centrale, condivisibile, della necessità di tornare alle donne e agli uomini in carne e ossa, di recuperare la solidarietà nella comunità, se il regista non l'avesse diffusamente esplicitata nelle interviste. Non siamo sicuri che avremmo riconosciuto nel protagonista, interpretato da Raz Degan, quel Cristo rivoluzionario che vorrebbe rappresentare. E stride il contrasto con l'indimenticabile Cristo del Vangelo secondo Matteo, capolavoro di Pasolini.

Senza i belletti dell'illuminazione - preventiva o successiva, non importa - "Centochiodi" appare tristemente per quello che è. Come una starlette senza trucco, disfatta e sciatta.
Compare la cellulite di un doppiaggio osceno: fossimo stati in Degan, ci saremmo ribellati.
Si notano le occhiaie di una trama sfilacciata, in cui il carisma del protagonista è affidato al raccontino, per altro forzato e nient'affatto originale, di due parabole - il figliol prodigo e la trasformazione dell'acqua in vino - che non basta assolutamente a spiegare allo spettatore perché i semplici abitanti abusivi della riva del Po riconoscano in lui un "essere speciale".
Devastano le borse violacee di figurine stereotipate, come il prete bibliotecario.
Stonano le smagliature di una pubblicità invasiva, con la Bmw cabrio pretestuosamente inquadrata nelle scene della fuga del protagonista dal mondo dei libri.

Restano la delicatezza di certe inquadrature e la nostalgia partecipe per una società che forse non c'è più, in cui si gioca a carte e si balla il liscio, si beve e ci si aiuta. Restano le intenzioni, non all'altezza della realizzazione. Con tutti i dubbi che innescano: sono davvero i libri i responsabili dello scontro di civiltà? sono veramente i testi sacri a rovinare la fede, ad accecare le religioni tanto da trasformarle in strumenti di odio?
Noi siamo scettici e difficili, ma "Centochiodi" è lontanissimo dalla poesia verista de "L'albero degli zoccoli".




permalink | inviato da il 12/4/2007 alle 15:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa


3 novembre 2006


Cinemascopico/ "La sconosciuta" ovvero della maternità



Andare al cinema a vedere un film di Giuseppe Tornatore è sempre motivo di orgoglio. Sappiamo, ogni volta che lui porta un film nelle sale, che il cinema italiano ancora pulsa, ancora ha qualcosa da dire, ancora ha speranza. Con "La sconosciuta" l'abbiamo pensato di nuovo. E non perché sia un film tecnicamente perfetto, non perché sia scevro da forzature o sbavature.
Intanto, è un film che non si tira indietro. Se deve colpire, affonda. Se deve inorridire, orripila. Se deve denunciare, grida. Senza mezze misure, senza quei grigi che piacciono tanto ai nostri autori mollemente borghesi (il capostipite dei quali è il pur bravo Muccino). E su che cosa urla? Sulla maternità violata, non perché negata ma perché "rubata". Sul dramma di una giovane ucraina non soltanto costretta a prostituirsi (un topos ancora troppo poco attraente per i registi? Ah, se riuscissero a mettere la testa fuori dai salotti...) ma obbligata a concepire, perché giovani coppie occidentali infertili possano "acquistare" i suoi figli.
Irena, la protagonista, finisce con il mettere al mondo nove figli in dodici anni, fino a quando in ospedale - sfiancata - le comunicano che non potrà più averne. Allora che cosa decide di fare? Si mette a caccia dell'ultima, perché è riuscita a strappare all'ostetrica il cognome dei presunti genitori-acquirenti. Trova una bimba fragile e capricciosa, si insinua nella sua famiglia stravolgendola, uccidendola, distruggendola suo malgrado. Malgrado l'amore - questo sì, violento, perché nato da un passato di violenze - che nutriva per loro. Il finale non è affatto scontato (e qui si vede la mano del regista con la "erre" maiuscola).

A interessarci è più il "taglio" della storia. L'aver scelto di far girare la telecamera intorno a un'immigrata, denunandone non tanto il corpo (inteso in senso lato, come tramite per la costruzione della propria identità sociale) quanto la sua conseguenza primaria, ancestrale, mitologica: la maternità. Quella che anche nei dibattiti recenti sulla questione femminile è ritenuta la vera differenza "di natura" tra gli uomini e le donne. Quella cesura che segna - inutile negarlo - la vita femminile, suddividendola in due parti: il "prima" senza figli, e il "dopo" con figli. Quella "condanna" che, secondo Simone De Beauvoir, faceva della donna una "schiava della specie".
Per un regista uomo, fare i conti con l'immenso tema della maternità non dev'essere facile. Tornatore andrebbe lodato già soltanto per questo. Ma lui fa di più: dopo tanti anni di ragionamenti culturali (alimentati dalle ultime infinite discussioni bioetiche sul corpo della donna, che sembrano averlo ridotto a pura "astrazione" al servizio di questa o quella ideologia, di questa o quella religione), "osa" raccontare la maternità "naturale". Lo strazio del parto, aggravato dal furto del bambino subito dopo la sua venuta al mondo. La sottrazione atroce della possibilità procreativa. La ricerca spasmodica e cruenta dell'ultimo frutto del proprio ventre: Irena cerca sua figlia come qualsiasi cagna cercherebbe un proprio cucciolo. Con un accanimento animalesco. "Naturale", appunto.

Ci siamo interrogati a lungo, dopo. Abbiamo tentato di chiarirci che cosa la maternità è diventata nella nostra società. La risposta non ci si è appalesata, almeno non in maniera univoca e trasparente. Sì, abbiamo pensato al paradosso attuale: l'estrema difficoltà che incontriamo tutti nel mettere al mondo figli (i dati demografici lo dimostrano), nonostante siamo dieci volte più ricchi e sereni dei nostri nonni. Abbiamo meditato su quanto il progresso scientifico e tecnologico abbia inciso sulla natura, sovvertendola (la procreazione assistita è l'esempio più emblematico). Alla fine, però, siamo stati costretti - da Tornatore, da questo figlio di Bagherìa di cui la sua terra dovrebbe andare fiera - a spostare lo sguardo altrove. Dove? Sulla massa di colf, badanti e straniere che stanno allevando i nostri figli, pulendo le nostre case, assistendo i nostri anziani, sostituendo pian piano le nostre infermiere (mestiere nobile e faticoso che le italiane non vogliono fare quasi più). Sui figli e sui mariti che lasciano a casa - in Ucraina, in Romania, in Polonia - o che non possono tenere perché asservite (dal bisogno di denaro) ai nostri bisogni di occidentali vecchi e indolenti.

Tornatore ci ha obbligato a vederle attraverso una vicenda di fantasia che non allude mai direttamente a loro. Stiamo rubando qualcosa a qualcuno. Stiamo rubando la maternità a noi stessi, rinunciandoci, e a loro. Ed è un processo di una violenza inaudita. Che non si può raccontare senza sangue, discariche, uccelli gracchianti, orge, omicidi e tradimenti. Che non si può raccontare meglio di come ha fatto Tornatore.





permalink | inviato da il 3/11/2006 alle 19:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa


3 aprile 2006


Gli orchi e la fraternità

Un bimbo ucciso a badilate, sassi dal cavalcavia, stragi sataniche, il sempiterno dibattito sulla pena di morte. La solita domanda filosofica che imperversa: "L'uomo è cattivo?"
Meno male che ieri sera abbiamo rivisto "Film rosso", il terzo film della trilogia "Trois couleurs" (dedicata ai colori della bandiera francese e ai tre valori della libertà, uguaglianza e fraternità) del grandissimo Kieslowski, eletto senza ombra di dubbio Nostro Regista Preferito. Meno male perché la stessa domanda - "L'uomo è cattivo?" - è al centro del rapporto tra il giudice spione (Jean Louis Trintignant) e la giovane modella studentessa (Irene Jacob). (Parentesi: che amicizia sublime, che dialoghi sapienti, che arte). Il giudice sostiene di aver abbandonato la toga perché a un certo punto si è reso conto dell'impossibilità "ontologica" del giudizio. Come fa un uomo con una storia completamente diversa a giudicare le azioni di qualcuno? Come fa a mettersi nella pelle degli altri? Come fa a emettere sentenze?

Il giudice siamo noi qui, seduti alla nostra scrivania, accanto ai nostri libri, col nostro benessere dipinto sulla faccia. Noi che ci chiediamo: chi siamo noi per giudicare?

Ma la studentessa dice no. Non è vero che non si può giudicare. Non è vero che bisogna restare inermi. Non è vero che il bene non si può distinguere dal male. E allora raccoglie il cane ferito che ha appena investito. E allora spinge il giudice, che ascoltava le conversazioni telefoniche dei vicini, ad autodenunciarsi. E allora soffre per il fratello che si buca. E allora sopporta un fidanzato insopportabile. E allora aiuta la vecchietta per strada a infilare le bottiglie nel cassonetto per il vetro (particolare presente in tutti e tre i film della trilogia, ma negli altri due i protagonisti restano a guardare).

La studentessa siamo di nuovo di noi. Illuminati. La fraternità si costruisce, la fraternità è riuscire a indignarsi, la fraternità è saper soccorrere chi ha bisogno di noi, la fraternità è lasciare andare chi non ha bisogno di noi.
La fraternità, la libertà e l'uguaglianza (in senso lato: i valori) sono le uniche ancore di salvezza per non morire soffocati dal nostro destino, e dall'angoscia che porta con sé. Perché siamo donne e uomini, accomunati dalla fine. E' per questo, vedete, che non potremo mai accettare la pena di morte. Quella condanna ce la portiamo tutti dentro. Ma il giudizio ci restituisce la nostra umanità. L'intelligenza di riconoscerci fratelli, tutti, ma di riuscire a distinguere (e punire?) i cattivi. Gli orchi. Che esistono, proprio come i buoni.




permalink | inviato da il 3/4/2006 alle 17:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


23 marzo 2006


Cinemascopico/ Che terra "La terra" di Rubini



"La terra", e che terra. L'articolo determinativo ci sta tutto. Apparteniamo alla schiera degli ammiratori di Sergio Rubini. Del Rubini attore, sicuramente. Ma forse del Rubini regista ancora di più. Sarà che il Sud ce lo abbiamo nel sangue e nel cuore, sarà che quello di Rubini è il "nostro" Sud: uno stato mentale, un modo di essere, una disposizione dell'animo. Che permette di guardare al Sud concreto e vero con uno sguardo critico, distaccato al punto giusto, mai impietoso. Lo sguardo di chi ci ha vissuto e magari ci è cresciuto, ma poi è andato via.
Nei quattro fratelli protagonisti de "La terra" ci sono i tanti volti del Mezzogiorno: il "professore" (Fabrizio Bentivoglio) emigrato per forza a Milano, dopo un violento scontro con il padre-padrone; l'imprenditore con ambizioni politiche, pieno di debiti fino al collo; il fratellastro, figlio di una relazione illegittima del padre, rimasto ancorato alla masseria di famiglia a lavorare la terra, appunto, senza alcun profitto; il più piccolo, votato al volontariato in modo ossessivo, esasperato, totalizzante. A margine, ma poi non tanto, c'è Tonino (strepitoso Rubini), lo strozzino del paese, proprietario del supermercato, di una discoteca e di tante terre "acquistate" dai compaesani sul lastrico.
Basta questo - il disegno sapiente dei personaggi - unito alla location (il paese pugliese di Mesagne, che forse non ha gradito moltissimo, con la sua stazione desolata, il sole a picco, certi scorci del Salento e della Murgia, come la splendida oasi di Torre Guaceto che abbiamo scelto per la foto del post) per incantare lo spettatore che conosce il Meridione. Gli altri non sappiamo. Ma speriamo di sì. Perché la trama, salvo qualche episodio farsesco, è avvincente. E perché l'occhio di Rubini (pugliese Doc) è innamorato, sì, ma non perdona. Si esce dal cinema con la bocca impastata del detto mai seppellito al Sud: "I panni sporchi si lavano in famiglia". Non importa quanto sporchi siano.






permalink | inviato da il 23/3/2006 alle 13:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


23 gennaio 2006


Cinemascopico/ Così Woody ha sciupato il Matchpoint

A noi "Matchpoint" non è piaciuto.  Lo ammettiamo a malincuore e sappiamo di andare controcorrente. Woody Allen è stato un attore e un regista geniale: "Manhattan" è uno dei film più belli della storia, pur gloriosa, del cinema americano. Pochi come lui hanno saputo descrivere le nevrosi della upper class statunitense. Anzi, della upper class newyorchese. E' stata questa abilità a farlo tanto amare in Europa e tanto odiare negli States. Perché, si sa, New York non è l'America. E l'upper class della Grande Mela è molto più simile all'alta borghesia europea che a quella del resto degli States.

Detto questo, siamo andati al cinema superando le esitazioni che nascevano dalla profonda delusione per gli ultimi due film di Woody: "Anything else" e "Melinda e Melinda". Brodaglie noiosissime, nonostante il sempre mirabile campionario di ansie e contraddizioni esistenziali. Deja vu anche stilistici, senza altra velleità se non quella di parlarsi (cinematograficamente) addosso.
Per "Matchpoint" ci siamo fidati delle quattro stellette assegnate al film da Fabio Ferzetti (Il Messaggero), nostro critico di riferimento, che ne scrive così: "Storia esemplare, regia limpida e implacabile, capace di calarci fin dall'inizio nei panni di quello che sembra e non è il migliore in campo". Tutto vero. Però.

Però ci siamo stancati. Delle meravigliose esistenze dei personaggi, ovattate da un lusso sempre più sfrenato (qui la location è una Londra di gallerie d'arte e di teatri, di week-end in campagna e biblioteche "rustiche" raffinatissime, impreziosita dall'opera lirica come colonna sonora). Della scelta di mettere in scena uomini e donne senza memoria, figure alienate da ogni contesto. Dell'incapacità di Allen di scendere con la cinepresa tra la gente vera. "Matchpoint", a questo proposito, è un'occasione mancata: Allen aveva per le mani Chris Wilton, l'irlandese maestro di tennis (Jonathan Rhys Meyer), e Nola Rice (Scarlett Johansson), l'americana piombata a Londra con l'ambizione frustrata di fare l'attrice. Due figure ideali per calarsi nella lower class, indagarne ambizioni e sogni, valori e ingenuità. Chris e Nola diventano invece puri manichini, "inventati" per dimostrare il teorema alla base del film: «Succede, nel corso di un match, che la pallina urti il bordo superiore della rete e s'impenni per pochi decimi di secondo. Con un po' di fortuna, cadrà sul lato del campo che vi dà la vittoria. Ma può cadere su quello opposto e allora avrete perduto».  Ovvero: nella vita conta più la fortuna del talento. Avevate qualche dubbio? Di più: la vita intera è tutta questione di fortuna. Ma va? E' una partita a tennis, appunto. Ma non con la morte: con l'ambizione e il desiderio. Un match in cui amore, passione, solidarietà, pietà, altruismo, generosità e umanità non trovano spazio. In cui non fanno punteggio. In cui mettere al mondo un figlio è soltanto una "questione meccanica", come sostiene Chris. In cui i personaggi sono "tipi" (l'irlandese arrivista, l'americana innamorata e ingenua, la londinese aristocratica e abituata ad avere tutto e via dicendo).

E' stato questo, forse, a lasciarci l'amaro in bocca. Questa rappresentazione senza Storia e senza respiro, appiattita in una sola dimensione. E sono controproducenti le citazioni, nient'affatto velate, di Dostoevskij ("Delitto e castigo") e di Maupassant ("Il rosso e il nero"). L'effetto è impietoso: fanno svanire il film di Woody in una bolla di sapone. Perché quelli erano giganteschi affreschi di un'intera società; questo, al confronto, pare uno dei mille insetti contemporanei osservato al microscopio. Lontano anni luce da chi lo guarda.

Venerdì sera avevamo visto in Tv "Salvate il soldato Ryan" di Steven Spielberg. E lì altro che respiro: lì la storia si intreccia con la Storia. Lì non ci sono escamotage creativi e artistici, che tentano di cambiare le carte in tavola: è vero che noi giochiamo a dadi con la morte, e con nient'altro. Ma in mezzo c'è quel magma che chiamiamo umanità. Con persone a tutto tondo, mille dimensioni, chiaroscuri, complessità. Non pedine di cartapesta al servizio del regista.




permalink | inviato da il 23/1/2006 alle 14:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa


3 gennaio 2006


Cinemascopico/ Cari registi, basta con i regali a voi stessi

Prendete un regista ossessionato da un cortometraggio del 1962, fondatore di un manifesto cinematografico anti-hollywoodiano (Dogma), anti-borghese e anti-individuale basato su una serie di regole ferree. Prendete il regista di quel cortometraggio, re dei documentaristi danesi.  Metteteli insieme. Mescolate. Otterrete "Le cinque variazioni" (Lars Von Trier e Jorgen Leth, Danimarca, 2003), un film che è una vendetta e un gioco e anche la dimostrazione del teorema di Dogma.

La ragione è semplice. Von Trier è innamorato del corto in bianco e nero "L'uomo perfetto", diretto da Leth quasi 40 anni prima: 12 minuti interpretati da un bravissimo Claus Nissen, nella parte, appunto,  dell'uomo perfetto. Pare che Von Trier lo abbia visto più di trenta volte. Un'ossessione e un rimpianto: non averlo girato lui.
Come rimediare? Telefonando a Leth nel 2000 e sfidandolo a dirigere un remake de "L'uomo perfetto". Seguendo però delle regole rigidissime: deve girarlo a Cuba, dove non è mai stato; ogni inquadratura non può essere più lunga di 12 fotogrammi (circa mezzo secondo); non devono esserci domande (come nell'originale), ma soltanto risposte; non devono esserci set ricostruiti.
Leth parte e ritorna con la vittoria in mano. La prima variazione è riuscita. Von Trier non si arrende e rilancia: stavolta Leth dovrà girare il corto in un luogo "miserabile" e interpretarlo lui stesso. Leth sceglie Bombay e ritorna in Danimarca con la seconda variazione. Ce ne sarà ancora una terza (senza alcuna regola), una quarta (il corto diventa un cartone animato) e infine una quinta. Finalmente diretta dallo stesso Von Trier, che si prende la sua rivincita: la sua variazione è in realtà il racconto della sua profonda conoscenza di Leth. Al punto che gli fa leggere un testo pensato come lettera di Leth a Von Trier.

La nemesi è arrivata, la liberazione pure. "Le cinque variazioni" è psicanalisi allo stato puro, con la cinepresa al posto del lettino. E' un interessante esercizio di stile e insieme la prova (davanti ai detrattori di Dogma) che le regole possono stimolare la creatività, anziché annientarla. Ma è soprattutto un regalo che Von Trier fa a se stesso. Un fenomeno che sembra andare di moda negli ultimi tempi: si pensi a Tarantino con "Kill Bill" (niente più che un omaggio ai b-movies con cui è cresciuto) o a Polansky con "Oliver Twist" (l'ennesimo adattamento del capolavoro di Dickens, che tanto lo aveva colpito).
Come però il Tarantino migliore non è quello di "Kill Bill" e il Polansky migliore non è quello di "Oliver Twist", così il Von Trier migliore non è quello de "Le cinque variazioni". "Dancer in the dark""Dogville" stanno a "Le cinque variazioni" come "Pulp fiction" sta a "Kill Bill" e come "Rosemary's baby" sta a "Oliver Twist".
Basta regali a se stessi, al cinema noi cerchiamo storie. Sarà per questo che ogni sera ci stiamo ri-concedendo un film di Kubrick (l'ultimo è stato "Orizzonti di gloria", che consigliamo di vedere a tutti quelli che ancora pensano alla guerra come un male inevitabile). Perché là non ci sono masturbazioni: soltanto la mano e l'occhio del genio che si muovono alla scoperta del mondo.

(vai al precedente post di Cinemascopico)




permalink | inviato da il 3/1/2006 alle 13:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa


28 novembre 2005


Cinemascopico/ Del cioccolato, della fabbrica e di noi

C'è il cioccolato che ti devasta il cuore di dolcezza, c'è un cinema dentro Roma e la pioggia battente fuori, ci sono bambini dappertutto intorno, c'è il tocco magico di Tim Burton che trasforma una favola in un viaggio morale, c'è il viso plastico e truccato di Johnny Depp che ricorda vagamente Michael Jackson. Ci siamo noi, spettatori di un film e dell'infanzia che non abbiamo più, che si agita in sala strappando sorrisi e tenerezza. Come quando, al quinto biglietto d'oro di Willy Wonca trovato da Charlie, il bimbo più povero e più vero, nel silenzio si leva una voce piccola disperata che grida: "No, mamma! Lo voglio anch'io il biglietto d'oro". E la mamma tenta di consolarlo: "Amore, lo troviamo anche noi..". E lui, sempre più adorabile, che aggiunge: "No, mamma, era il quinto. Era l'ultimo...".
Strappando sorrisi e tenerezza. Come quando la stessa voce piccola spezza di nuovo il silenzio, svela l'incanto di chi vive senza le nostre miserie quotidiane, illuminato di fantasia, e chiede: "Ma Harry Potter dov'è?".
Strappando sorrisi e tenerezza. C'è il gioco e il mistero, l'immaginazione fatta immagine, il mimo e lo gnomo, i nonni folli ma non tanto perché poi la vera follia è un'altra, la musica che irride, le immancabili forbici di Edward, Kubrick sempre Kubrick che ispira e chiede omaggio. C'è il cinema con la C maiuscola.

(Vai al precedente post di Cinemascopico)




permalink | inviato da il 28/11/2005 alle 14:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


24 novembre 2005


Cinemascopico/ Sei gradi di separazione



Fino a ieri sera non avevamo mai visto "Sei gradi di separazione", intelligente commedia del 1993 diretta da Fred Schepisi e basata su un lavoro teatrale di John Guare, che gioca sulla teoria fin troppo nota secondo cui tra uno di noi e chiunque altro (il Papa, Bush, il Dalai Lama) esistono soltanto altre sei persone a fare da collegamento.
Non l'avevamo visto, e ci eravamo persi una piccola perla. Non soltanto per la bravura dei protagonisti, da Donald Sutherland (nei panni di un ricco mercante d'arte newyorchese) a Will Smith (il ragazzo di strada omosessuale che si spaccia per il figlio di Sidney Poitier alla ricerca di una disperata ascesa sociale), passando per Stockard Channing (l'indimenticabile Rizzo di Grease, che qui interpreta la moglie del mercante e il personaggio chiave). Ma soprattutto perché ruota intorno alla domanda delle domande, che viene pronunciata soltanto alla fine: quanta parte della nostra vita possiamo giustificare?
Per tentare di rispondere - e qui subentra l'altra splendida intuizione - il film si snoda lungo il parallelismo tra l'arte e la vita. Con una serie di interminabili gallerie, private e pubbliche. Una mirabile lettura del Giovane Holden. Un invito a recuperare l'immaginazione che abbiamo perso. E una tela al centro: il Kandinsky "doppio", dipinto da un lato e dall'altro. La luce e il buio. Il caldo e il freddo. L'esplosione e l'implosione. Noi e gli Altri. Ma le opere dei grandi (sfilano anche Degas e Cezanne) sono ridotte a merci di scambio, i colori si traducono in milioni di dollari, le esperienze in aneddoti da salotto. Così come la sensibilità artistica del giovane nero si mescola e viene oscurata dalla sua brama di entrare (farsi accettare?) nell'upper class dell'East Side.
Tutto ha un valore, ma la vita quanto vale? Quanti abissi nascondono quei sei gradi di separazione?
Il finale è amaro, ma non troppo. Un'illuminazione c'è. Ed è assicurata a chi, arrampicata su un'impalcatura in cima alla Cappella Sistina, riesce a "toccare", saltando, il punto in cui il dito di Dio arriva a sfiorare la mano di Adamo. A toccare il cielo con un dito, grazie a Michelangelo.
Non siamo cattolici, ma abbiamo capito.

(Vai al precedente post di Cinemascopico)




permalink | inviato da il 24/11/2005 alle 17:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
sfoglia     agosto       
 
rubriche
Diario
LetterariaMente
Post-it
Pennellanea
Cinemascopico
Che vuol dire il modo di dire?
Amarcord
Femminismi
Tipi moderni
I nostri racconti
Le nostre poesie
Italia nostra
Dalla parte delle bambine

cose
Ultime cose

Il mio profilo
da vedere
Angeli/ 1
Angeli/ 2
Economia sociale e solidale
Donne, alt al silenzio
Per chi crede che il femminismo sia morto
Più che teatro
L'archivio del genio
Più che fantascienza
Come lui nessuno più
Zittino Bob parla
Culture dialoganti/ 1
Culture dialoganti/ 2

BLOG PREZIOSI

Il blog apolide
Ciro Monacella, la Partenope che vale
Demetrio postraumatico
Quel vulcano di Tonino
NeveDiCarne: sentirete parlare di lei
Arturo
Valhalla: per chi ama l'Oriente (e non solo)
Oldman: contro il sonno della ragione
Understatement: tecniche di sopravvivenza
Irlanda: libertà prima di tutto
Nomefaltanada: sane follie
Almalù: parole danzanti
Sbloggata: fuori di blog
Napolino: bravo bravissimo
Marynonpersempre: donna, e laica
Crisalide: il cambiamento è già qui
Da Lù: spazi intelligenti
Jericho: dolce come Ambrosia
Vetro: taglia ma non morde
LETTERATURA&DINTORNI

Bombacarta
Vibrisselibri
Vibrisse
Via Delle Belle Donne
Lisa, poesia d'autore
iQuindici
La Poesia e lo Spirito
Cose che bisognerebbe leggere
Nazione indiana
Gaja Sinestetica
Ramona: curare raccontando
Ramona: il diario continua
I cazzeggi letterari di Lucio Angelini
Il lettore lento per eccellenza
cerca
me l'avete letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom