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bloGodot [ Godot è arrivato e non ci piace ]
 



Mantra mattutino

ESTRAGONE Didi.

VLADIMIRO Sì.

ESTRAGONE Non posso più andare avanti così.

VLADIMIRO Sono cose che si dicono.

ESTRAGONE Se provassimo a lasciarci? Forse le cose andrebbero meglio.

VLADIMIRO C’impiccheremo domani. (Pausa). A meno che Godot non venga. ESTRAGONE E se viene?

VLADIMIRO Saremo salvati. (Vladimiro si toglie il cappello – che è quello di Lucky – ci guarda dentro, ci passa la mano, lo scuote, lo rimette in testa).

da "Waiting for Godot", Samuel Beckett


Mantra notturno

Che cosa significa “la realtà”? [...] A volte sembra nascondersi dietro forme troppo lontane perché ci sia possibile capire la loro vera natura. Ma qualunque cosa essa tocchi, viene fissata e resa permanente. E' questo che ci resta, quando abbiamo gettato dietro la siepe la buccia vuota del giorno; è questo che ci resta del tempo passato, dei nostri amori e delle nostre avversioni.

da “Una stanza tutta per sé”, Virginia Woolf



Per non morire mai

And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

"Late fragment", Raymond Carver



Per avere una meta

L'atlante del Gran Kan contiene anche le carte delle terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate: la Nuova Atlantide, Utopia, la Città del Sole, Oceana, Tamoé, Armonia, New-Lanark, Icaria.
Chiese a Marco Kublai: - Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quale di questi futuri ci spingono i venti propizi.
- Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta né fissare la data dell'approdo. Alle volte mi basta uno scorcio che s'apre nel bel mezzo d'un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s'incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d'istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie.
Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t'ho detto.
Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.
Dice: - Tutto è inutile, se l'ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: - L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
da "Le città invisibili", Italo Calvino



10 ottobre 2006


Leggendo Bodini/ Se non nel cuore



                                                           Più niente rimane ora dei lutti
                                                           davanti agli usci,
                                                           né delle sante che colmavano la strada
                                                           di rosari,
                                                           più niente delle donne leste, rami di carne
                                                           ad arco sulle pietre levigate,
                                                           né delle ore nella quiete sulle scale ignoranti
                                                           rapinate nei versi dei poeti

                                                          Ferma resta solo la montagna sulla nuca,
                                                          i trucioli di mare intagliati dalla roccia,
                                                          l'impassibile scenografia delle chiese antiche
                                                          alle sagre villane e ai salotti civettuoli 
                                                          nella stagione buona.

                                                          I profumi sono forma asciutta nelle descrizioni dei manuali
                                                          la luna è una luce essiccata fra le pagine del gossip
                                                          e l'anima è un colore in posa sul vestito della festa 

                                                          si conclude così la mia terra
                                                          nel diluire gli acquerelli 
                                                          nei passi last minute ruotando su se stessi 

                                                          - io sono qui? 
                                                          e, se non nel cuore, un così sia.

                                                                       Lisa Sammarco

(Ringraziamo la carissima Lisa di queste parole, ringraziamo Bodini per averla ispirata e dedichiamo questa poesia a tutte le terre che vediamo concludersi )




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19 maggio 2006


Niente versi per il week-end

Esistono - esistono proprio - quelle fasi d'attesa lunare, in cui tutto sembra mollemente sospeso, sempre sul punto di risolversi, come una cascata di cui non si vede la fine. Come queste pennellate di Morris Louis, vetro soffiato lasciato scivolare sulla tela, foulard semitrasparenti appesi a sventolare su un davanzale evanescente.
Esistono i momenti in cui si percepisce un cambiamento che ancora non c'è, un presagio di cambiamento,  un codice decrittato tutto, tranne l'ultima frase, un libro di cui mancano le pagine finali, la Commedia in cima alla penultima terzina, al fulgore, prima di sciogliersi nel tripudio vorticoso della luce-amore.
Non c'è tensione negativa, le ombre si allontanano come i fiocchi di polline in questa primavera sbocciata tardi. Ma è forte il desiderio di premere "stop" e fermare la scena, per godersela più a lungo così, immortalandola quando ancora non si è trasformata in quell'altro, ignoto, cui prelude.
E' per questo che non ci sono versi per questo week-end, che la poesia vorremmo respirarla viva, mentre si fa. Pura poiesis.




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11 maggio 2006


Pensieri d'ascensore



L'ascensore è impazzito. Fa su e giù - senza fermarsi, senza aprire le porte - per otto piani di un edificio grigio e blu, moquette sui pavimenti, teorie di pannelli sul soffitto, il clima soffocante dei cubi da lavoro. Le gabbie che qualcuno chiama uffici.
Lei è intrappolata dentro, bagnata di pioggia, stremata dalla gente che si parla addosso
Va su e giù, come un elastico, uno stantuffo, uno yo-yo, un cocktail shakerato.

Le vengono in mente cose strane. Un quadro di Jackson Pollock, "Grigiore d'oceano". Il ragazzo del bar di sotto che ieri le aveva chiesto: "Allora, ti piace il presidente?". La pelle di sua madre, porcellana pallida. Il dispiacere di suo padre perché, bambina, non amava le giostre. La tristezza degli ottovolanti, obbligati a divertire. L'impaccio di salirci sopra, obbligata a divertirsi. Una foto di sorrisi in un'isola di lampi. La tenerezza sempre stupefacente del buongiorno. Uno strano senso di comunione con il resto degli umani. Il pensiero velocissimo, quasi impercettibile, di poter finire lì, dentro l'orgasmo di un ascensore che si è ribellato ai pulsanti.

Riescono a farla uscire dopo dieci interminabili minuti. Vuole solo guardare il cielo. Qualcuno la sente bisbigliare un brano di "Cecità", di José Saramago:

I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distríbuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli, infiniti, in cui non saremo piú qui per poterlo confermare, per congratularci o chiedere perdono. D'altro canto c'è chi dice sia questa l'immortalità di cui tanto si parla, Sarà, ma quest'uomo è morto e bisogna sotterrarlo.

Che idiota, vero? Ha avuto paura di non poter più confermare, congratularsi o chiedere perdono.
E ora sta correndo a confermare, congratularsi e chiedere perdono.
 




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18 aprile 2006


Cartoline di Pasqua

I nonni, tutti interi, ottant'anni e giù di lì. Lei vaga da una stanza all'altra, non ricorda proprio tutto, ma le brillano gli occhi davanti ai suoi dodici nipoti. Lui è geloso di lei come se avessero ancora vent'anni, la cerca con lo sguardo quando si allontana. Lei parla, parla, parla. Lui dice pochissime parole, ma non c'è alcun dubbio: sono quelle giuste.
Il bel viso di lei è raggrinzito da mille piccole rughe che sorridono. Lui ha la pelle dura e liscia, forte come forte è stato in tutta la vita. Instancabile commerciante dal cervello fino. Contadino per passione, chino sui suoi orti ogni domenica, dopo la messa, fino a sera. Tornava a casa su un Ciao bianco scassato, carico di pomodori rossi e verdi. Mica gonfi e perfettamente rotondi come quelli che si vedono ora nei supermercati. No. I pomodori di nonno erano deformi, pieni di protuberanze, alcuni microscopici, altri giganteschi, metà beccati dagli uccelli. Ma profumavano. Che delizia spremerli sul pane a merenda, con nonna che versava l'olio e spruzzava il sale, aggiungendo foglie di basilico a profusione.

I nonni hanno la sesta elementare, parlano un italiano stentato ma decoroso. I nonni sono intelligenti: lei ama il bello come se avesse un buon gusto innato, lui riesce a fare calcoli complicatissimi a memoria. Hanno cinque figli. Hanno fatto studiare tutti - due maschi e tre femmine - sfornando medici, insegnanti, biologi e ingegneri. Le pareti di casa sono decorate delle medaglie che i ragazzi conquistavano a scuola. Alla vecchia maestra del paese, quando incontra noi nipoti, si allarga il viso in un sorriso di sole.

La famiglia. E' stata l'ossessione e il seme che hanno gettato nel campo della vita, è stata l'edera, la maniglia, la rete di protezione. Dovevamo essere i più bravi. Belli non importa, bravi sì. Dovevamo accorrere dove c'era bisogno di noi: mai nessuno avrebbe dovuto restare solo. E di tempeste ne sono passate: grandine a volontà, stagioni di ghiaccio, paure. E' da gente come loro che s'impara la solidarietà. La lezione che è arrivata a me: si può guardare fuori, dedicarsi agli altri, fare politica "nobile" soltanto se si è solidi e uniti dentro. Soltanto se c'è qualcuno pronto a sorreggerci quando crolliamo.

Abbiamo visitato il cimitero del paese, a Pasqua. C'è una cappella pronta per la nostra famiglia, in uno spiazzo circondato dalle montagne. Otto lastre di marmo, intonse, nel silenzio. Vorrei non averle viste, vorrei non doverci tornare, vorrei non doverci versare lacrime.
Passiamo, passeremo tutti. Ma noi siamo grazie a quelli che sono stati prima di noi e saremo quello che lasciamo.
Spero che i nonni non abbiano sentito chi ha l'arroganza di sostenere che il figlio del professionista non sarà mai uguale al figlio dell'operaio. Noi ne abbiamo pietà. Pietà, non rispetto.




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17 gennaio 2006


Galleria di lettori/ Il gran finale

Spesso non si resta cercomé per tutta la vita. Può trattarsi di una fase passeggera, che per quasi tutti i nostri beniamini coincide con l'iniziazione alla letteratura, quando si cerca nelle storie dipinte con l'inchiostro il segreto della nostra esistenza su questa terra. Finché, a un certo punto, non capiamo che potremmo anche leggere tutte le pagine stampate, da Gutenberg in poi, ma non risolveremmo l'enigma. Allora, in una sera di maggio, mentre le nuvole si pennellano di rosa prima di stingersi nel blu della notte, può capitare di aprire la pagina di una scrittrice belga. Può accadere di entrare nelle memorie del quattordicesimo imperatore di Roma. E di leggere questo passo:

"La parola scritta mi ha insegnato ad ascoltare la voce umana, press'a poco come gli atteggiamenti maestosi delle statue mi hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini. Viceversa, con l'andar del tempo, la vita m'ha chiarito i libri"

In quel preciso istante, come un coniglio bianco che sbuca da un cilindro nero, forse potremmo realizzare. Potremmo intuire che nessun libro, nessuna storia, nessuna poesia potrà mai spiegare il mistero del nostro esserci, qui, oggi. Che i libri, le storie e le poesie possono soltanto renderlo più sopportabile. Che non importa se siamo lettori tradizionalidovemipare, naturisti, approcciatoriemulatori o cercomé. Siamo donne e uomini, e abbiamo tutti lo stesso destino.




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17 gennaio 2006


Galleria di lettori 6/ I cercomé

All'estremo opposto degli emulatori si collocano i "cerco-me-stesso-in-ogni-dove", che chiameremo sinteticamente "cercomé". Sono quelli che leggono per trovarsi, incapaci di distaccarsi dal proprio essere contingente. Tanto gli emulatori si identificano negli universi spalancati dalle righe, fino a scomparire, quanto i cercomé non riescono a leggervi nient'altro che segnali indirizzati a sé. Prediligono tavoli e scrivanie, perché possono curvarsi meglio sulle pagine, ripiegandosi anche fisicamente su se stessi. Il cerchio di luce della lampada proiettato sul ripiano inchioda il foglio sul legno, facendo precipitare nell'ombra le pareti, le finestre, i letti, gli armadi. Esattamente come accade ai nostri eroi nella vita di tutti i giorni: la realtà esterna al buio, il mondo interiore esageratamente illuminato. Una poesia o una storia non incontrano il loro gradimento se non scatta l'ancestrale meccanismo dell'identificazione. E lo sanno bene, perché in genere hanno divorato i tomi freudiani prima di tutto il resto. Sono loro – ingombranti trattati dalle copertine marroni e titoli composti da "Io" moltiplicati all'impazzata – a campeggiare sugli scrittoi.
I cercomé sono gli utilitaristi della fantasia, convinti che, se non serve a conoscere se stessi, la finzione è inutile. Le scatole di carta appoggiate sugli scaffali sono altrettante pieghe scavate nei meandri dello spirito. Ognuna ha acceso i riflettori su un aspetto del loro essere che i cercomé non credevano di possedere e che la lettura ha miracolosamente rivelato. Scoprono di desiderare il Dylar di Babette per guarire da un'inestinguibile paura di morire. Si accorgono – coincidenza sorprendente! – che anche Reiko non riesce a sentire la musica e si abbandonano fiduciosi nelle braccia del dottor Kazunori, che risalirà alle origini del disturbo. Potrebbero finire in ogni girone dell’Inferno: sono ignavi, certo, ma anche incontinenti e violenti e fraudolenti. Però, in fondo, anche il Purgatorio farebbe al caso loro. Soltanto il Paradiso non gode dei loro favori, invece: preferiscono tenersene lontani. E' troppo difficile individuare somiglianze con gli angeli o, addirittura, con Lui.
I cercomé sono habituées delle biblioteche. Non disturbano nessuno, a differenza degli approcciatori. Si rintanano in un angolo, si isolano dal contesto e si dedicano alla loro occupazione preferita: l'auto-ricerca finalizzata all'auto-analisi. Non incontrano particolari difficoltà: scartano i titoli non abbastanza empatici e scelgono quelli con cui avvertono subito un'affinità elettiva. Tutte le autobiografie, ad esempio. Tutti i romanzi scritti in prima persona. Tutta la diaristica. Tutti gli epistolari. Oppure, sul fronte opposto, la manualistica con velleità psicologiche. Roba come "Psicopatologia del cellulare. Dipendenza e possesso del telefonino". "Donne che amano troppo". "Prima la testa: come identificare i primi dieci tipi di intelligenza e sfruttarne il potenziale al 100%".
Alternate spesso alla lettura lo yoga e la meditazione? Siete cercomé. Adorate la narrativa new age, le storie di energie negative da combattere e di energie positive da attrarre? Siete cercomé. Avete esclamato per più di dieci volte: "Ma questo sono io!"? Siete inesorabilmente cercomé.


(segue con "Il gran finale")




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17 gennaio 2006


Galleria di lettori 5/ Gli emulatori

Più innocui per gli altri, ma pericolosissimi per loro stessi, gli emulatori rappresentano la quinta categoria dei nostri beniamini: sono quelli che si trasformano a seconda delle storie che capitano tra le loro mani. E sono molto più numerosi di quanto si possa pensare. La metamorfosi che li investe comincia non appena si addentrano nei sentieri di carta. Leggono del dottor Francesco Ingravallo, comunemente noto come don Ciccio, e subito assumono la sua andatura dinoccolata, la sua aria assonnata, il suo incedere "un po' tonto". Conoscono Doro e Clelia e all'istante si immedesimano nel loro ospite di passaggio a Genova. Si imbattono in Mattia Pascal e cominciano a giocare, sognando di mollare tutto – la casa, il coniuge, la loro vita.
Il loro viso si contorce in una smorfia di dolore – sofferenza vera, fisica – quando Achille è raggiunto al tallone dalla freccia di Paride, guidata da Apollo. E perdono tutte le loro forze per giorni, fino a quando aprono i Vangeli e si rialzano con Lazzaro. Quando si struggono per Carlotta e le sue lettere, è meglio che non dispongano di armi da fuoco nelle vicinanze. Mogli e mariti, amici e conoscenti lo sanno e capiscono: se li vedono contorcersi sulla scrivania o irrigidirsi mentre giacciono stravaccati in poltrona, adottano le strategie giuste per distoglierli da quelle cassette di vetro e richiamarli a pratiche operazioni quotidiane. Un letto da rifare, l'erba del giardino da tosare, le sigarette da uscire a comprare.
Eppure soltanto gli emulatori sono capaci di vibrare come un personaggio prodotto dalla fantasia altrui. Pirandelliani nello spirito, il loro motto è: "Così è, se vi pare". Le loro maschere non sono sinonimo di falsità: sono semplicemente il ricettacolo di surrogati "io" letterari. E' anche una questione di stile: camaleonti della lingua, i nostri eroi cambiano vocabolario in base alla lettura del momento, modificando senza accorgersene costrutti ed espressioni. "Ammarrano" le barche se si affezionano alle sfortunate vicende di padron 'Ntoni e dei suoi. "Puor zovin", dicono al giovane marocchino che chiede l'elemosina al semaforo, quando si sentono friulani e pasoliniani. "C'è un'ape che se posa su un bottone de rosa: lo succhia e se ne va...", predicano al portiere milanese attonito, per spiegargli che "tutto sommato, la felicità è una piccola cosa".
La citazione, per gli emulatori, non è sterile e superbo sfoggio di cultura. E' la voce delle storie del momento che parla attraverso il loro corpo. Gli emulatori sono i ventriloqui della letteratura, fermamente convinti del suo valore terapeutico. Per questo i luoghi in cui si appartano per tuffarsi negli anfratti delle fantasie altrui sono scelti accuratamente in base all'atmosfera più adatta al plot narrativo dal quale si lasciano catturare. Niente a che vedere con l'abitudinarietà di un tradizionale o con il caos topico del dovemipare, men che meno con la propensione naive di un naturista o con la spinta socializzante di un approcciatore. L'emulatore è un amante del turismo letterario. E' capace di percorrere la Normandia, novello Lupin, guidato dalla penna di Maurice Leblanc. Le meditazioni di Wordsworth diventano più accessibili nella solitudine di un paesaggio lacustre. Sarebbe impossibile, per i nostri beniamini, immedesimarsi nel barone rampante senza arrampicarsi, anche soltanto per qualche ora, in cima a un albero. Sarebbe addirittura offensivo azzardarsi a leggere di una montagna incantata in riva al mare.
Dagli universi stampati sulla carta gli emulatori apprendono i segreti per vivere.
L'emulazione è la lettura con gli occhi dei bambini.


(segue con "I cercomé" e "Il gran finale")




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17 gennaio 2006


Galleria di lettori 4/ Gli approcciatori


Tra i nostri beniamini, i più simpatici sono gli "approcciatori". Si tratta di coloro che si avvicinano ai tesori di carta per stringere relazioni sociali oppure conquistare il cuore dell'amato o dell'amata. Alcuni approcciatori scoprono il fascino delle storie durante la spasmodica ricerca di frasi a effetto da inserire in una lettera d'amore, quando hanno esaurito il serbatoio dei cartigli dei Baci Perugina. Entrano timidamente nei templi della letteratura, quasi vergognandosi. Sfogliano distratti le perle accumulate sugli scaffali, ma intanto memorizzano i titoli e gli autori che potrebbero fare al caso loro. I più gettonati, in questa prima fase d'escursione, sono i poeti francesi e i sudamericani. "Quest'amore/così violento/così fragile/così tenero/così disperato", scrivono poi all'amata, sempre correttamente citando le fonti (altrimenti non sarebbero nostri eroi). "Ho fame della tua bocca, della tua voce e dei tuoi capelli", recitano sommessi al telefono.
Pian piano il seme della passione letteraria germoglia, ma gli approcciatori non ne dimenticano l'origine. Ecco perché spesso puoi incontrarli sui treni: sono quei tipi in apparenza riservati e silenziosi, che non alzano lo sguardo dalle pagine finché non notano qualcuno con cui poter condividere il loro interesse. In quel momento, lo scrigno aperto tra le mani è la scintilla che fa accendere il fuoco della dialettica. Gli scomodi sedili dei viaggiatori si trasformano per incanto negli scranni di un sacro simposio. Come un sorriso, sfoderano dettagli e considerazioni agli sconosciuti intercettati.
Per gli approcciatori, ogni opera è l'inizio potenziale di una relazione umana: sono l'avanguardia della nostra comunità, perché tramite loro circolano i pareri e sbocciano nuove visioni delle stesse storie. Ciascun approcciatore è un critico in nuce (qualcuno profonde tanto impegno nella sua missione che giunge a diventarlo). Lo individui subito in biblioteca: è quello che cicaleccia nell'orecchio del vicino, interrompendo la lettura a ogni piè sospinto e suscitando occhiate di disapprovazione e "sshh" stizziti.
Come coloro che al cinema non riescono a non commentare ogni scena con il loro accompagnatore, l'approcciatore non riesce a leggere senza resistere al racconto in diretta di ciò che vede tra le righe. All'università, ricapitola e riassume i paragrafi dei saggi ai compagni di studio. A letto, prima di addormentarsi (ha qualcosa del tradizionale, ma non si rifugia certo nella sua solitaria estasi), si ostina a leggere ad alta voce le frasi clou che attraggono la sua attenzione. La sua arma segreta è la matita: l'approcciatore ne è sempre fornito. Serve a sottolineare le espressioni su cui occorre confrontarsi e discutere con il prossimo. Non è un caso che questo genere di eroi prediliga gli affabulatori, le prolissità, le costruzioni sintattiche complesse, i periodi lunghi e sofisticati, i ghirigori in punta di penna. L'approcciatore è un amante della letteratura latino-americana: raggiunge la vetta del piacere immergendosi in Bestiari e Finzioni, sogna magiche case degli spiriti, si elettrizza per amori vissuti ai tempi del colera. Piange lacrime copiose quando Sigismondo si sottomette umilmente al padre Basilio e getta la sua Rosaura nelle braccia di Astolfo. "L'uomo può farcela a trionfare sul destino", commenta al suo temporaneo compagno di lettura, lanciandosi in un sermone pseudo-filosofico sul confine tra scienza e morale. Il nostro beniamino divora le esistenze fittizie dell’ingegnere Alvaro De Camposdell'oraziano Ricardo Reis e del bucolico Caeiro, coinvolgendo amici e conoscenti in approfondimenti collettivi sulle personalità multiple e la spersonalizzazione.
Gli approcciatori sono autentici lettori sociali, l'equivalente contemporaneo degli animatori dei vecchi salotti letterari. Sono le umane membrane nell'osmosi continua tra realtà e finzione.


(segue con "Gli emulatori")




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16 gennaio 2006


Galleria di lettori 3/ I "naturisti"

I beniamini più ancorati alla realtà sono i naturisti: non leggono, se non all’aperto, in totale sintonia con la natura. Di solito prediligono la spiaggia: le dune incontaminate e selvagge delle coste caraibiche, ma anche gli stabilimenti popolari della riviera romagnola. Arrivano in riva al mare, stendono l'asciugamano, si spalmano la crema solare e poi si immergono, anziché nell’acqua, nei loro castelli cartacei. Più scomodi ancora dei tradizionali bloccati a letto e dei dovemipare ancorati sugli autobus: perché, a differenza di questi ultimi, i naturisti non sono affatto elastici. Se la storia non si conclude, sono capaci di restare sulla spiaggia fino a catturare l'ultimo scampolo di sole, prima che venga ingoiato dall’orizzonte. I tramonti sono il massimo del godimento: quando la luce si fa rosa e arancio, sulle pagine scorre un filtro magico che irradia di calore anche il racconto più malinconico. Sotto l'influsso della palla infuocata che rotola a picco sulla linea curva del mare, anche Gustav Von Aschenbach sembra un innocuo villeggiatore animato da purissime intenzioni in quel di Venezia. Il perfido Sauron viene quasi giustificato per la sua umanissima sete di potere sulla Terra di mezzo. Persino la madre di Amleto e il re di Danimarca potrebbero passare per una coppia di amanti folli, la cui colpa è mitigata dall'amour fou.
I naturisti sono in grado di conversare amabilmente, con un occhio rivolto all’interlocutore e un altro alla pagina stesa sull’asciugamano. Nulla li distoglie dal loro compito: né il sudore che gronda copioso ai lati della fronte, né i granelli di sabbia che si appiccicano sulla pelle e si intrufolano tra le pagine, perline dorate a puntellare la superficie candida della carta, né il sole cocente che appanna la vista e costringe lo sguardo a rattrappirsi, le pupille ridotte a un puntino solitario, ma vigile, annegato nel lago dell’iride.
Li osservi nei parchi delle grandi città, solerti operai della lettura che spuntano con le margherite sulle distese d’erba. Talvolta interrompono il loro dovere per raccogliere un pallone finito sulla loro schiena, mentre gruppetti di ragazzini schiamazzano vicino. Alzano la testa per lanciare un’occhiata furtiva alla ragazza con i capelli biondi che passa in bicicletta. Gridano un "sta attento" al figlio che caracolla sull'altalena, spingendosi troppo in alto senza riuscire a fermarsi, lo stomaco in subbuglio. Per i naturisti, perdersi una storia è un peccato capitale: che siano quelle raccolte nei bauletti spalancati tra le loro mani o quelle che si svolgono attorno a loro. Sorseggiano acqua ghiacciata alle fontane, con il loro segreto stretto in un pugno, abbeverandosi dall'una e dall'altro. Davanti a qualunque fenomeno naturale, estrapolano dalla loro memoria frammenti di immagini raccolte dalla fantasia altrui: un'isola non è mai soltanto un'isola. Può assumere le sembianze del luogo archetipico in cui Arturo scorrazzava da bambino, innamorato del fantasma biondo di suo padre. Può trasformarsi nel labirinto di un'enorme simbolica caccia al tesoro nei mari del sud, a bordo di una goletta sotto la minaccia di feroci pirati. Può diventare l'approdo fantastico e inesistente di una ciurma di bambini mai cresciuti, capitanati da un certo Peter.
Ai loro occhi, la natura è una madre, sempre e comunque. Madre di storie, d'invenzioni, di dolori. Madre di felicità potenziali, tutte da scoprire. I naturisti sono nudisti dell'anima.


(segue con "Gli approcciatori")




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16 gennaio 2006


Galleria di lettori 2/ I "dovemipare"

La categoria opposta a quella dei tradizionali è quella dei "dovemipare". I tradizionali aspettano la sera e il letto per tuffarsi nei loro sogni di carta? I dovemipare non hanno schemi: possono estrarre l’oggetto del desiderio dallo zaino in qualsiasi luogo e in qualunque momento della giornata. Li incontri sull’autobus, appesi con una mano al gancio che pende dal soffitto. Girano su se stessi, incuranti della folla intorno, come un soffice albero di zucchero filato, con gli occhi persi nel contenuto fantastico delle loro copertine colorate. Li pizzichi bloccati in mezzo al traffico, serafici mentre gli altri strepitano. Merito di quelle pagine aperte sul volante come pistilli al centro di un fiore. All'irritazione rispondono con l’umorismo di un Voltaire. Ai clacson oppongono l'affabulazione di un Gadda. Allo smog replicano con la natura esuberante di un D'Annunzio. Hanno l'antidoto adatto per tutte le evenienze. Li vedi nelle pause di lavoro in ufficio. Mentre i colleghi si precipitano alle macchinette del caffè, come stormi ordinati di rondini, i dovemipare spengono il computer e accendono la mente, estraniandosi dai corridoi di moquette verde, dalle scrivanie grigie e dalla contabilità da tenere. Li scovi nelle cucine, mentre preparano succulenti pranzetti per il coniuge e i figli e intanto, tra una crostata da mettere in forno e una teglia di pollo e patate da tirare fuori, sospirano per la crocerossina Lara e s'indignano per la cattura del dottore. Li sorprendi a correre in bagno, i loro volumi sotto il braccio, pronti a evacuare, in ogni senso.
I tradizionali restano immobili per ore? I dovemipare sono acrobati della lettura, equilibristi dello spazio bianco, saltimbanchi dei caratteri di stampa. I tradizionali hanno bisogno dell'atmosfera? Per i dovemipare ogni atmosfera è quella giusta: è lo spirito, semmai, a fare la differenza. Per questo, nelle loro borse – che siano vanesie pochette ricoperte di paillettes o ingombranti valigione di pelle – ci sono almeno tre scelte: una raccolta di poesie, un romanzo e un saggio. L'evocazione, quando c'è bisogno di amplificare la realtà, metaforizzandola. L'immersione, se serve emigrare altrove, in mondi compiuti. L'analisi, per i momenti di riflessione, quando l’intuizione non è abbastanza. In ogni festa, in ogni riunione familiare, c’è un dovemipare: qualcuno che improvvisamente si rintana in un angolo, in piedi o seduto, per ritagliarsi attimi d’ossigeno narrativo.
Se i tradizionali non tollerano di saltare da una storia all'altra, questo genere di eroi fa dello zapping letterario la propria bandiera. Nei meandri della loro immaginazione l'arrampicatore sociale Julien Sorel diventa il migliore amico dell'ex muratore Mastro Don Gesualdo, l'insoddisfatta Emma s'innamora perdutamente dell'idealista Don Chisciotte, il nevrotico Zeno fuma la sua ultima sigaretta inzuppando una madeleine nel the. Quel ramo del lago di Como si confonde con i gironi dell'Inferno per poi ritrasformarsi in Paradiso. L'insetto mostruoso che si chiama Gregor Samsa è anche l'anatroccolo della favola: la speranza è sempre che a un certo punto possa inarcare ali di cigno per volare via.
Dappertutto i dovemipare intravedono foreste di simboli e ci si perdono. Sono gli unici capaci di restare svegli a oltranza per divorare altra vita, sottraendola al sonno, ingordi di reali fantasie.


(segue con "I naturisti")




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