.
Annunci online

bloGodot [ Godot è arrivato e non ci piace ]
 



Mantra mattutino

ESTRAGONE Didi.

VLADIMIRO Sì.

ESTRAGONE Non posso più andare avanti così.

VLADIMIRO Sono cose che si dicono.

ESTRAGONE Se provassimo a lasciarci? Forse le cose andrebbero meglio.

VLADIMIRO C’impiccheremo domani. (Pausa). A meno che Godot non venga. ESTRAGONE E se viene?

VLADIMIRO Saremo salvati. (Vladimiro si toglie il cappello – che è quello di Lucky – ci guarda dentro, ci passa la mano, lo scuote, lo rimette in testa).

da "Waiting for Godot", Samuel Beckett


Mantra notturno

Che cosa significa “la realtà”? [...] A volte sembra nascondersi dietro forme troppo lontane perché ci sia possibile capire la loro vera natura. Ma qualunque cosa essa tocchi, viene fissata e resa permanente. E' questo che ci resta, quando abbiamo gettato dietro la siepe la buccia vuota del giorno; è questo che ci resta del tempo passato, dei nostri amori e delle nostre avversioni.

da “Una stanza tutta per sé”, Virginia Woolf



Per non morire mai

And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

"Late fragment", Raymond Carver



Per avere una meta

L'atlante del Gran Kan contiene anche le carte delle terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate: la Nuova Atlantide, Utopia, la Città del Sole, Oceana, Tamoé, Armonia, New-Lanark, Icaria.
Chiese a Marco Kublai: - Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quale di questi futuri ci spingono i venti propizi.
- Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta né fissare la data dell'approdo. Alle volte mi basta uno scorcio che s'apre nel bel mezzo d'un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s'incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d'istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie.
Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t'ho detto.
Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.
Dice: - Tutto è inutile, se l'ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: - L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
da "Le città invisibili", Italo Calvino



28 marzo 2009


La nostra ora di buio: vote Earth!

 
http://www.voteearth2009.org/home/




permalink | inviato da bloGodot il 28/3/2009 alle 23:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


3 febbraio 2009


L'inganno delle api

Giochiamo con la giostrina delle api, la piccola V. le guarda rapita dal volteggio delle ali, dall'incanto della musica. Giochiamo e pensiamo che un giorno dovremo spiegarle che le api non sono poi così amiche, non sono poi così innocue. Dovremo dirle che dovrà prestare attenzione al pungiglione, non farsi pungere, non lasciarsi toccare.
Lo chiamiamo "l'inganno delle api". E non c'è soltanto quello. Arriverà il momento in cui dovremo rivelarle che il maialino della fattoria è in realtà un animale puzzolente e sporco, che le mucche vengono macellate e mangiate, che nel mare, accanto ai pesci pagliaccio, nuotano gli squali e i barracuda. Giungerà l'attimo in cui bisognerà avvisarla che non tutti gli esseri umani sono come la mamma, il papà, i nonni e gli amici. Che non tutti la ameranno com'è amata. Che esistono pericoli da cui guardarsi. Che la fiducia incondizionata nelle persone è un lusso che nella vita potrà permettersi di rado.

E' incredibile l'innocenza dei bambini. La davamo per scontata, la consideravamo quasi un luogo comune. Eppure, quando ci si è parata davanti, materializzata in un angelo perfetto di cinquanta centimetri, ci ha sconcertato. E' facile educare i nostri bambini al bene e al bello, è difficilissimo educarli al male. Occorre pescare nel torbido e "sporcare" la loro tabula. E' necessario disilluderli. Ci vogliono tempo, competenze, delicatezza. Ecco perché è un demone chi fa del male ai bimbi quando non sono ancora pronti a "imparare il male". Ecco perché non merita alcuna pietà.

Chi fa del male ai bimbi, chi ne rovina l'innocenza originaria prima del tempo, andrebbe perseguito dal tribunale penale internazionale per crimini contro l'umanità. Guardavamo in televisione, ieri, le interviste ai ragazzi di Nettuno, invitati a commentare
il rogo atroce dell'immigrato indiano, commesso "per noia" da quattro coetanei. "Vabbè, ma non era un ragazzo, era un marocchino alla fine", ha detto uno di loro al microfono della giornalista incredula in una specie di romanesco. "Ma tu hai capito che hai detto?", gli ha chiesto lei. Il ragazzo ha farfugliato qualcosa, mentre i suoi amici se la ridevano. (Per vedere il servizio cliccate qui e cercate tra i servizi a sinistra quello intitolato "In fin di vita l'indiano aggredito" di Laura Mambelli).
Sul momento abbiamo reagito inveendo contro quei ragazzetti. Imbecilli. Semi-analfabeti. Razzisti. Incivili. Poi ci siamo fermati a ragionare: avranno avuto 16, 17 anni; l'immagine era sfocata per renderli irriconoscibili, ma si vedeva che erano uguali a tanti altri, con quei bomber col cappuccio di pelliccia, i jeans, i capelli corti, la posa e i modi da bulli di periferia. Sono stati neonati, sono stati cullati. Di chi è la colpa se sono diventati così? Chi ha fallito? Dov'è l'anello che non ha tenuto?

Ci è venuta in mente la parola chiave, che ritorna come un refrain su questo blog: responsabilità. Ne abbiamo tutti, ogni giorno. Ne abbiamo molte di più di quelle "ufficiali", esplicitate, che sentiamo addosso nei confronti del nostro lavoro e della nostra famiglia. Come genitori, certo, abbiamo la responsabilità di crescere le donne e gli uomini di domani. Come donne e uomini di oggi, come abitanti della parte fortunata del mondo, abbiamo però la responsabilità dell'esempio, qualunque cosa facciamo. Quando buttiamo l'immondizia, quando facciamo la spesa al supermercato, quando votiamo e quando ascoltiamo musica, quando soffriamo e quando leggiamo. E' un peso enorme, per molti è schiacciante. E non vuol dire paralizzarsi, non significa rinunciare a divertirsi o a trasgredire, quando si vuole. Però crediamo sia un dovere morale ricordarci di ciò che di buono la nostra civiltà ci ha regalato, a cominciare dalla tolleranza e dall'accettazione della diversità, tanto cara ai filosofi greci.

Torniamo in cameretta a far volteggiare le api, ci perdiamo negli occhioni sbarrati di nostra figlia. La vediamo spalancare la bocca dalla sorpresa, agitare le manine e le gambette, girarsi verso di noi con quel sorriso che ci scioglie. E capiamo che quello delle api è un inganno indispensabile, di cui nessun bambino dovrebbe essere privato.




permalink | inviato da bloGodot il 3/2/2009 alle 12:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


7 gennaio 2009


Mollaccioni di tutti i Paesi, unitevi!

 

C'è da sentirsi in colpa in questo inizio d'anno.
I problemi dell'Italia paiono essere la neve, gli aeroporti bloccati, le scaramucce dei potenti. La nostra casa sprizza vita da tutti i pori, grazie a un esserino di sei chili con gli occhioni spalancati, il sorriso di chi ancora non ha visto niente e la fiducia totale che soltanto i bambini possono permettersi.
Fanno ancora più male - al caldo delle nostre case piene di comfort, di torroni e panettoni, di regali e di superfluo - le foto di Save the children nelle striscia di Gaza, lo scempio di Goma, la solitudine della Birmania, i meninos de rua brasiliani.
Fa male la schizofrenia che ci perseguita. Da un lato c'è l'enorme massa di chi bada esclusivamente ai fatti propri e si crede pure furbo. In mezzo c'è un pugno di coraggiosi: i volontari, i Giornalisti con la "g" maiuscola, i funzionari onesti e instancabili delle organizzazioni non governative. Dall'altro lato ci sono gli pseudo-impegnati di Facebook, tutti giù ad aderire a cause che sembrano scontate. No alla violenza, alla pedofilia, alla guerra, alle mutilazioni genitali femminili, alla mafia (ma con tanti penosi distinguo). Sì alla ricerca sull'Alzheimer, la Sla, il diabete, il cancro e chi più ne ha più ne metta. Viva l'allattamento al seno. Salviamo i cuccioli di foca. Leggiamo almeno un libro al mese. L'idea feroce dei gruppi meriterebbe un'indagine sociologica a sé. Dilaga l'idiozia, a testimoniare un vuoto di senso che è l'effetto collaterale del "pieno" di cui ci illudiamo di nutrirci. Il social network appaga virtualmente l'ansia d'appartenenza, la malattia del momento, e regala il brivido dell'impegno facile a generazioni di mollaccioni disinteressati e distratti. Noi compresi, sia chiaro.

Sembra un passaggio di stato. La società civile evapora nel web, che nulla smuove nel mondo reale, mentre le esistenze individuali precipitano in atomi depotenziati. Succede così che alla fine dei giochi l'io vince sul noi. Che la coscienza, quando c'è, viene messa a tacere con un clic. Che si perde non solo il gusto del confronto faccia a faccia, ma anche la fatica della ricerca. Chi ha ragione e chi ha torto? Capirlo - vale per il conflitto in Medioriente come per la camorra a Napoli, per il dibattito sulle riforme come per la Russia di Putin - implica studio, analisi, approfondimento. Significa chiedere a se stessi uno sforzo superiore a quello dell'iscrizione a un gruppo su Fb o del sostegno fumoso a una causa, o a quello ancora più "piccino" del benessere quotidiano. Vuol dire accettare persino lo smacco di non arrivare a comprendere alcunché, compensato dalla soddisfazione di averci almeno provato. Perché assaggiare la complessità serve a rosicchiare i fanatismi, ad allargare lo sguardo, a crescere meno ristretti nelle vedute e nelle ambizioni.

Abbiamo ancora il tempo per ricominciare daccapo. Basterebbe rimettersi in gioco nella cabina elettorale, votare pensando al mondo che vorremmo tra cent'anni e non all'Ici; protestare e indignarsi davvero, in piazza, quando i diritti più elementari vengono calpestati; imparare ad essere coerenti; riscoprire l'enorme valore dell'umiltà (non ne possiamo più di chi vede le pagliuzze negli occhi degli altri e non le travi nei propri!); ribellarsi al potere marcio, che avvelena la cosa pubblica e, a catena, il mondo del lavoro e delle relazioni. Ma questa libertà è diventata un lusso. E' più facile scendere a compromessi nella vita vera se poi su Facebook ci si crea un'identità da combattenti. Mollaccioni di tutti Paesi, unitevi! Alla faccia di Marx.

Dovremmo scolpire a ogni angolo questi versi di Wislawa Szymborska:

"Tutte le tue, nostre, vostre
faccende diurne, notturne
sono faccende politiche.

Che ti piaccia o no,
i tuoi geni hanno un passato politico,
la tua pelle una sfumatura politica,
i tuoi occhi un aspetto politico".

Non siamo soli al mondo. E il mondo non si cambia alle riunioni di condominio né davanti al computer.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. società futuro impegno facebook

permalink | inviato da bloGodot il 7/1/2009 alle 13:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


7 settembre 2008


Casa bloGodot/ Fiocco rosa

 







Eri nelle bambole della mia infanzia quando, ogni mattina,
modellavo nell'argilla l'immagine del mio Dio, eri tu che facevo e rifacevo.
Tu eri sull'altare con la divinità del nostro focolare; adorandola, adoravo te.
In tutte le mie speranze, in tutti i miei amori, nella mia vita,
in quella di mia madre, sei tu che hai vissuto.
Lo spirito immortale che protegge il nostro focolare
ti coccola sul suo seno dalla notte dei tempi. (...)
Mentre contemplo il tuo viso, il mistero mi inghiotte;
tu che appartieni a tutti mi sei stata donata!
Per paura che mi scappi, ti tengo stretta al cuore.
Quale magia il tesoro del mondo ha consegnato nelle mie fragili braccia?

(Rabindranath Tagore)




permalink | inviato da bloGodot il 7/9/2008 alle 18:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (35) | Versione per la stampa


10 aprile 2008


Tempi d'attesa

Siamo qui, in attesa.
Le elezioni, al confronto, franano. Sotto il peso de "Le donne di destra sono più belle", l'uscita del solito Berlusconi, trasformato in caricatura di se stesso. Quando si blatera di sottoporre una categoria di professionisti a "esami di sanità mentale" significa che si è arrivati alla frutta. Quando si è arrivati alla frutta, evidentemente, si è degni di governare l'Italia.

"Tutto deve crollare" è il nuovo romanzo pubblicato da vibrisselibri, disponibile gratuitamente sul sito www.vibrisselibri.net. Nerissimo come i tempi che corrono. Ripugnante, ché a leggerlo ci si arrabbia con se stessi perché si continua, maledicendo la bravura dell'autore Carlo Cannella. Eppure si continua. Sempre più giù, sempre più in fondo. Non è la metafora perfetta di questo Paese?
 
Ci pare di scorgere ancora le solite vittime: le donne. Candidate poche, in posizioni apicali (dunque con l'elezione assicurata) pochissime. Presenti nei dibattiti pre-elettorali quasi nessuna. L'apoteosi dell'ingiustizia raggiunta nelle due ultime campagne, complice il porcellum: le rappresentanti sono scelte dai vertici dei partiti, dunque dai maschi. L'immagine che i nostri politici hanno del sesso opposto è chiara: un ibrido tra la Santanché in camicia nera e tacchi a stiletto e la fragilissima Madia Candy Candy fiera della sua inesperienza.
 
Stiamo leggendo "Ancora dalla parte delle bambine" di Loredana Lipperini. Un saggio di quelli che ringrazi il cielo di essere vivo per la fortuna di poterlo leggere (vi capita, grazie ai libri, questa sensazione di appagamento totale, di gratitudine nei confronti dei genitori che vi hanno messo al mondo?). Perché non si perde in elucubrazioni teoriche sul femminile, ma va dritto al sodo spulciando nell'immaginario collettivo, dai racconti per l'infanzia ai blog.  Restituendo ciò che gli uomini vedono e fanno delle donne: fate (Madia) o streghe (Santanché), comunque non simili. Figuriamoci "pari".

Secondo la Lipperini uno dei pericoli maggiori per le bambine arriva dalla carta. Perché le parole hanno il loro peso, come i giornali. E' in corso fino a domenica a Perugia il Festival internazionale del giornalismo. Capita di incontrare giganti e di omaggiarne altri che non ci sono più: Indro Montanelli, Ilaria Alpi, Enzo Baldoni.
Ci saremo anche noi, sabato 12. Alle 15 la nostra metà femminile avrà l'onore di moderare la sessione sul giornalismo medico-scientifico. Tanto per interrogarsi in pubblico sui continui dubbi che nutre nel privato: quanto siamo responsabili di trasformare i sani in malati? di chi facciamo gli interessi, spesso senza saperlo? siamo tutti marionette?




permalink | inviato da bloGodot il 10/4/2008 alle 18:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


27 novembre 2007


Scatti d'Australia

Siamo stati assenti giustificati. Torniamo "nuovi" con la bellezza negli occhi e nello spirito. La meraviglia della diversità: siamo passati dalle città al deserto rosso, dalla foresta pluviale alla barriera corallina, dalle praterie alle spiagge bianchissime. Abbiamo guidato per migliaia di chilometri senza incontrare anima viva. Ci hanno attraversato la strada animali di tutti i tipi, a ricordarci che la natura è ancora sacra, in certi luoghi della terra. Che gli uomini bianchi non sono i padroni del mondo. Che ci sono culture millenarie, ab origine, calpestate, stuprate eppure miracolosamente vive.

Abbiamo viaggiato leggendo "Le vie dei canti" di Bruce Chatwin e "Cuore di tenebra" di Joseph Konrad. Mai scelta fu più indovinata. Il capitano Kurtz sarebbe stato fiero di noi.
Vorremmo raccontare ogni passaggio. Ma su ogni ricordo regna il sorriso di Jack, l'aborigeno spacciato come guida-specchietto per le allodole in una visita a Uluru, il monolito sacro al centro del continente. Un ragazzo timidissimo che il giorno dopo si è sbracciato per salutarci in un supermercato di Yulara come se ci conoscesse da sempre. Lasciandoci felici come bambini.



































permalink | inviato da bloGodot il 27/11/2007 alle 17:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa


27 settembre 2007


Lamento di un'emicranica

                                              Giorgio De Chirico, "Il rimorso di Oreste"


Chi non conosce l'aura non sa di cosa parlo.
Pensate per un momento di essere alla vostra scrivania, appena tornati dalla pausa pranzo, quando le pance sono piene e l'atmosfera è rilassata. Pensate a un collega che fa una battuta, ai computer che riprendono a baluginare, ai telefoni che squillano. Pensate alla vista che improvvisamente si oscura, come se aveste osato guardare sfacciatamente il sole, e poi si restringe pian piano da una sola parte.
Mi succede così almeno due volte l'anno, da diciotto anni.
Un'ombra nera come una marea che si estende e poi si restringe nelle mie pupille, lasciando in eredità una bomba nella testa. Che comincia a esplodere, ma gradualmente, con infinita crudeltà, costringendomi a farfugliare e a ripararmi stesa al buio. Un dolore talmente devastante da farmi vomitare, e vomitare, e vomitare, fino a otto volte in poche ore.

La diagnosi è arrivata nel 2001. "Emicrania con aura", ha sentenziato la neurologa. Prima lo chiamavamo "il Mal di testa", proprio con la maiuscola, specificando sempre: non il mal di testa normale, ma lui, l'altro, quello che la devasta. Una specie di gigantesco alieno che spaventava a morte i miei genitori. Che cos'ha nel cervello? Un tumore? Perché si pensa sempre al cancro, a questo mondo: l'incubo supremo, il terrore del secolo.

L'emicrania rassicura. Tutti hanno mal di testa.
L'amico ti dice: "Anch'io ieri sera...".
L'amica: "Non me ne parlare. Con questo tempo, poi".
La dottoressa: "Lei è fortunata, perché ho pazienti che hanno un attacco a settimana".
Il capo: "Lo stress gioca brutti scherzi".
Il tuo compagno: "Dai, vedrai che non torna più".
Il professore: "Ne soffriva De Chirico, e guarda che capolavori".
Tutti, indistintamente: "Ne soffre Andreotti, è sintomo di intelligenza".

E invece torna sempre, e ogni volta è peggio. Porto gli occhiali da sole mattina e sera, da quindici giorni. Gli occhi sono perennemente abbacinati, affaticati, massacrati. Ho passato tre giorni interi, dopo la crisi, senza riuscire ad alzarmi dal letto: ero troppo debole persino per guardare un film.
Poi c'è la paura. Che la vista non torni più. Che ci sia un aneurisma, da qualche parte, e che nessuna indagine lo abbia rilevato. Che la prossima volta sia ancora peggio. Che mi venga un ictus.

A fatica scrivo al computer e leggo i giornali. Mi indigno per gli attacchi a Beppe Grillo, che ha il solo torto di aver ragione, e per la tenacia senza vergogna della Casta, abbrancata ai privilegi. Soffro per la vergogna dei monaci e dei reporter uccisi in Birmania (come si può uccidere civili disarmati? come si può?). Mi commuovo davanti al suicidio di Andre Gorz e della moglie Dorine, l'amore secondo me.
E mi sento in colpa e vi chiedo scusa per il lamento che ho appena pubblicato, perché ottunde tutto il resto, lo annebbia, mi fa distrarre col mio stupido corpo, un nulla di nulla sbandato in mezzo al pianeta.

(emmeper)




permalink | inviato da bloGodot il 27/9/2007 alle 19:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa


24 settembre 2007


Addio a Tomatis, il "fuoriuscito"

Se n'è andato ieri a 78 anni nella città che era diventata la sua casa: Lione.
Là Renzo Tomatis, medico di fama internazionale, aveva guidato l'Agenzia internazionale per le ricerche sul cancro (Iarc) dal 1982 al 1993, dopo una lunga carriera negli Stati Uniti. In Italia, come spesso accade, si era bruciato osando raccontare i soprusi dei baroni e i concorsi truccati nel mondo della medicina in un romanzo, "Il laboratorio" (Einaudi, 1965), che sarebbe diventato il primo di una lunga serie.

Ricerca e romanzi sulla ricerca, ecco le sue passioni. Sperimentazione e racconto della sperimentazione. Come accade a chi sente troppo angusti i confini del "fare" e cerca di ampliarli rivelando i retroscena, i se e i ma, le infinite possibilità rimaste tali, le zone d'ombra che nessuno dice.

Riportiamo qui una recensione del suo romanzo
"Il fuoriuscito" (Sironi, 2005) che la nostra metà femminile ha pubblicato sul Sole-24 Ore Sanità del 6 febbraio scorso.


L'insostenibile corruzione della ricerca

È possibile vivere secondo giustizia nel mondo spinoso della ricerca scientifica? è veramente oltreoceano il paradiso dei "cervelli"? quanti laboratori sono realmente votati all’obiettivo di salvare vite umane? e perché non si combatte il cancro eliminandone le cause, facendo ricerca sulla prevenzione?
Nel suo terzo romanzo, «Il fuoriuscito» (Sironi editore, 2005), l’oncologo Renzo Tomatis, classe 1929, riversa e reinventa la sua storia personale: laurea in medicina a Torino, prime esperienze rigorosamente gratuite all’istituto di anatomopatologia e poi la svolta. L’ingresso in un centro di ricerca sul cancro a Chicago, il disgusto per gli intrecci tra scienza e industria, il ritorno in Europa per lavorare e dirigere un centro internazionale. Tra mille resistenze, angherie e incomprensioni.
Il protagonista del libro finisce per abbandonare la ricerca e tornare in Italia come medico ospedaliero, agli albori dell’aziendalizzazione. Non va certo meglio: le liste d’attesa sono disarmanti, il degrado impera indisturbato. Ma, in mezzo allo sfacelo, qualcuno resiste. Qualcuno “vede”.
«Il fuoriuscito» è in fondo una sequenza di visioni, da quella folgorante, nel centro di Torino, che il compito dell’“io narrante” diciottenne sarebbe stato quello di studiare medicina e di «debellare il grande flagello del cancro». Fino a quella finale, che sintetizza le convinzioni di una vita: «Non si poteva guarire dall’asbestosi come da gran parte degli altri tumori. Solo la ricerca poteva condurre a una cura che ancora non esisteva, ma prima ancora si poteva, e si doveva, mettere in atto la prevenzione per evitare che il male incurabile prendesse inizio». Un dovere che nessuno vuole compiere. Meglio - suggerisce il “fuoriuscito” - sguazzare nelle sabbie mobili della virologia, negli anni Sessanta, e della genetica, negli anni Novanta. Meglio investire tutte le risorse (umane e finanziarie) nella caccia ai meccanismi che scatenano il tumore piuttosto che impegnarsi a evidenziare scientificamente «i rischi per la salute causati da sostanze e produzioni all’origine di colossali profitti».
Nel romanzo sfilano le miserie dell’università italiana, con le sue insolite strade per fare carriera, la sua asfissia, le ingiustizie che bruciano (una tra tante: il responsabile del laboratorio, aspirante alla libera docenza, che firma da solo la tesi sperimentale del laureando).
Ma vanno in scena anche le ombre della ricerca a stelle e strisce: non tanto la competizione sfrenata («una condizione mentale nella quale eravamo totalmente immersi»), quanto la strategia precisa, mascherata dall’atmosfera informale, di spingere «deliberatamente la complessità reale del problema verso una confusione scientifica che faceva il gioco di certi interessi». Quelli delle corporation che muovono i fili dietro le quinte.
«Quando mi sono venduto?», chiede al protagonista il suo “capo” di Chicago, indovinando la sua curiosità. «Quando ho capito che la ricerca è al servizio del potere e che il ricercatore è un’oca che produce uova d’oro e che quell’oro andava tutto sulla tavola di chi comanda».
A Lione la via di spingere la ricerca verso obiettivi di Sanità pubblica non si rivela più facile, neanche da direttore. Sostanze come «amianto, nichel, cadmio, cloruro di vinile, benzene e così via» - denuncia Tomatis - si sono diffuse nel mondo intero grazie a «una coorte di scienziati in parte prezzolati, ma in parte solo ottusamente consenzienti, uniti a sostenere la tesi che gli effetti delle piccole dosi di singole sostanze, visto che non possono essere quantificati accuratamente, possono essere ignorati». Un grido nel deserto su cui vale la pena meditare.
(M.P. - Il Sole-24 Ore Sanità)




permalink | inviato da bloGodot il 24/9/2007 alle 17:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa


22 agosto 2007


C'è K. e K.

Ora che la Gregoraci si sposa bisognerà trovare le sue degne eredi televisive. Noi andremmo a spulciare in quel di Garlasco.
E' proprio vero: al peggio e al trash non c'è mai fine.

Per inciso: quel "K." utilizzato per le gemelle Cappa rievoca i ben più celebri "K." dei romanzi kafkiani. Le une e gli altri vittime del proprio tempo.




permalink | inviato da bloGodot il 22/8/2007 alle 17:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa


22 aprile 2007


Come il Signore degli anelli può traumatizzare i bambini



Sentito al parco e puntualmente riferito.

 




permalink | inviato da bloGodot il 22/4/2007 alle 15:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
sfoglia     febbraio       
 
rubriche
Diario
LetterariaMente
Post-it
Pennellanea
Cinemascopico
Che vuol dire il modo di dire?
Amarcord
Femminismi
Tipi moderni
I nostri racconti
Le nostre poesie
Italia nostra
Dalla parte delle bambine

cose
Ultime cose

Il mio profilo
da vedere
Angeli/ 1
Angeli/ 2
Economia sociale e solidale
Donne, alt al silenzio
Per chi crede che il femminismo sia morto
Più che teatro
L'archivio del genio
Più che fantascienza
Come lui nessuno più
Zittino Bob parla
Culture dialoganti/ 1
Culture dialoganti/ 2

BLOG PREZIOSI

Il blog apolide
Ciro Monacella, la Partenope che vale
Demetrio postraumatico
Quel vulcano di Tonino
NeveDiCarne: sentirete parlare di lei
Arturo
Valhalla: per chi ama l'Oriente (e non solo)
Oldman: contro il sonno della ragione
Understatement: tecniche di sopravvivenza
Irlanda: libertà prima di tutto
Nomefaltanada: sane follie
Almalù: parole danzanti
Sbloggata: fuori di blog
Napolino: bravo bravissimo
Marynonpersempre: donna, e laica
Crisalide: il cambiamento è già qui
Da Lù: spazi intelligenti
Jericho: dolce come Ambrosia
Vetro: taglia ma non morde
LETTERATURA&DINTORNI

Bombacarta
Vibrisselibri
Vibrisse
Via Delle Belle Donne
Lisa, poesia d'autore
iQuindici
La Poesia e lo Spirito
Cose che bisognerebbe leggere
Nazione indiana
Gaja Sinestetica
Ramona: curare raccontando
Ramona: il diario continua
I cazzeggi letterari di Lucio Angelini
Il lettore lento per eccellenza
cerca
me l'avete letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom