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bloGodot [ Godot è arrivato e non ci piace ]
 



Mantra mattutino

ESTRAGONE Didi.

VLADIMIRO Sì.

ESTRAGONE Non posso più andare avanti così.

VLADIMIRO Sono cose che si dicono.

ESTRAGONE Se provassimo a lasciarci? Forse le cose andrebbero meglio.

VLADIMIRO C’impiccheremo domani. (Pausa). A meno che Godot non venga. ESTRAGONE E se viene?

VLADIMIRO Saremo salvati. (Vladimiro si toglie il cappello – che è quello di Lucky – ci guarda dentro, ci passa la mano, lo scuote, lo rimette in testa).

da "Waiting for Godot", Samuel Beckett


Mantra notturno

Che cosa significa “la realtà”? [...] A volte sembra nascondersi dietro forme troppo lontane perché ci sia possibile capire la loro vera natura. Ma qualunque cosa essa tocchi, viene fissata e resa permanente. E' questo che ci resta, quando abbiamo gettato dietro la siepe la buccia vuota del giorno; è questo che ci resta del tempo passato, dei nostri amori e delle nostre avversioni.

da “Una stanza tutta per sé”, Virginia Woolf



Per non morire mai

And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

"Late fragment", Raymond Carver



Per avere una meta

L'atlante del Gran Kan contiene anche le carte delle terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate: la Nuova Atlantide, Utopia, la Città del Sole, Oceana, Tamoé, Armonia, New-Lanark, Icaria.
Chiese a Marco Kublai: - Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quale di questi futuri ci spingono i venti propizi.
- Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta né fissare la data dell'approdo. Alle volte mi basta uno scorcio che s'apre nel bel mezzo d'un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s'incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d'istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie.
Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t'ho detto.
Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.
Dice: - Tutto è inutile, se l'ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: - L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
da "Le città invisibili", Italo Calvino



5 maggio 2010


"Fare diligente inquisitione"

A chi nutrisse ancora qualche dubbio sull'origine dei "mali" italiani e sui buchi neri della Chiesa di Roma consigliamo vivamente la lettura del libro "Fare diligente inquisitione - Gian Pietro Carafa e le origini dei chierici regolari teatini" (collana Studi e ricerche, Università di Roma Tre, 23 aprile 2010). Non soltanto perché lo ha scritto uno storico di cui abbiamo l'immensa fortuna di essere amici, Andrea Vanni (con lui e sua moglie Valentina i nostri fine settimana sono sempre ricchi di scambi fertilissimi), ma soprattutto perché leggendolo si ha davvero l'impressione che la nomenclatura e i metodi del potere in Italia dal '500 a oggi non siano cambiati per niente. Lo strapotere della Chiesa e i mezzi spregiudicati con cui Carafa, il futuro Papa Paolo IV, riesce a raggiungere il soglio pontificio e a far primeggiare il ruolo della Santa Inquisizione sono gli stessi – forse addirittura più raffinati - di cui ogni giorno siamo costretti ad apprendere dai giornali. Quello strapotere e quei metodi tengono testa ancora oggi. E hanno dilagato OltreTevere, dal Vaticano ai palazzi della politica.

Sapete ad esempio chi ha inventato le "deleghe ad personam"? Proprio Gian Pietro Carafa, il protagonista del libro, quando, ancora cardinale, si faceva predisporre leggi su misura dal Papa di turno per poter indagare contro la presunta eresia, ma soprattutto quando aveva bisogno di liberarsi di preti e cardinali scomodi, che intralciavano il suo cammino. È così che nasce la Santa Inquisizione… Vi ricorda qualcuno?

L'altro protagonista del libro è Gaetano Thiene: un illustre sconosciuto, prima di questo libro (!). Prima di abbracciare l'intransigente ideologia carafiana, Gaetano si forma con un maestro davvero speciale: tale Battista da Crema, niente di meno che uno dei più importanti religiosi dell'epoca in odore di eresia, la cui opera fu messa all'Indice dallo stesso Carafa pochi anni più tardi. Anche Gaetano fu costretto a rimettersi in carreggiata per pura opportunità politica. Alrimenti avrebbe fatto una bruttissima fine, altro che santità.

Dalle pagine del volume emerge, come da un vulcano in eruzione, il magma da cui proveniamo, lo stesso che ha segnato la nostra storia: i servilismi, i nepotismi, il potere temporale di Santa Romana Chiesa, indiscusso ancora oggi - che svilisce anche il lavoro dei tanti che nella Chiesa portano avanti messaggi opposti e illuminati -, la capacità di occultare la verità da parte di tutte le fazioni pur di reiterare lo status quo, le violenze lecite e illecite di chi comanda.
Ma anche le forme di dissenso che, per forza di cose, sono le più svariate e trovano le strade più impensate per esprimersi. Quel dissenso "creativo" e ostinato che in fondo, nonostante tutto e per fortuna, trova sempre il proprio modo di giungere fino a noi. Grazie anche al lavoro forsennato di un giovane e testardissimo storico.

Chi vuole ordinare il libro di Andrea può farlo qui:
http://www.viella.it/Edizioni/StudRic/StudRic_23.htm




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11 marzo 2010


Mamma bloGodot

 


La nostra metà femminile scalpitava. Aveva bisogno (anche) di una stanza tutta per sé.
Adesso ce l'ha: 
http://www.mammablogodot.ilcannocchiale.it/  




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9 marzo 2010


Il nitrito del bambino


Ero sull'autobus, ieri mattina. Linea 492, che unisce Prati a Tiburtina, srotolandosi come un tappeto vivente sopra il centro storico. Ero appena uscita dalla Feltrinelli della Galleria Colonna – mi ostino a chiamarla ancora così, non riesco proprio a chiamarla Galleria Sordi – dove sono riuscita a spendere 134,65 euro (sic) di libri per me, per A. e per la piccola. Consolazione, nient'affatto magra: per ogni libro acquistato 20 centesimi sono andati all'Aidos, l’associazione italiana donne per lo sviluppo. Ci si festeggia come si può.
Ero sull'autobus, dicevo. Sono salita alla fermata San Claudio, tra la Galleria e Piazza San Silvestro. C'era il sole, l'inconfondibile sole di Roma, quello che la risveglia dal torpore dell'inverno e le restituisce a poco a poco la sua natura più vera, che esploderà in primavera: quella di enorme ridanciano mercato a cielo aperto, in cui si mescolano i borghesi e i popolani, i vecchi principi e i nuovi schiavi, i turisti e gli immigrati. In cui le differenze si assottigliano fino a diventare impercettibili, perché tutti sembrano contagiati da una certa dose di volgarità liberatoria che autorizza a parlare a voce più alta o a gesticolare o a mettere il corpo in mostra o a osare con i colori. A ciascuno il suo sfogo, a ognuno la sua catarsi.
In fondo all'autobus, isolata, sedeva una famiglia: sulla sinistra c'era la Madre, con un volto affaticato e intenso come Anna Magnani in "Bellissima", che teneva stretta la figlioletta di due anni o poco più. Accanto alla piccola sedeva il figlio più grande, quattro anni al massimo, sorvegliato dal Padre, che era l'unico a stare in piedi. Erano malvestiti, provati come se avessero alle spalle un lungo viaggio. E parlavano in un dialetto stretto, di un Meridione che non sono riuscita a decifrare.
Li ho superati e mi sono fermata in mezzo al corridoio, all'altezza del primo gruppo di sedili. Allora mi sono accorta di una stranezza: da quella famiglia arrivava una musica assordante, che invadeva il bus ed era l'argomento di conversazione dei passeggeri. Accanto a me un gruppo di ragazzi milanesi si scambiava battute salaci, poco più avanti un quarantenne assorto nella lettura di un libro sui mali dell'università italiana scuoteva la testa con disappunto.
La "musica" era la suoneria di un telefonino che il bambino teneva incollato all'orecchio. La Madre guardava distratta fuori dal finestrino, senza lasciare la figlia. Il Padre continuava a dirle qualcosa nella sua lingua ruvida. Non sembravano curarsi del malcontento montante intorno a loro, erano stranieri in una folla ostile.
Ho aperto uno dei libri appena comprati, "Mamma o non mamma", dialogo tra due scrittrici, una incinta e l'altra senza figli. “Invece – scrive Elena Stancanelli, senza figli – quello che accadrà a una donna, un’amante o un’amica, durante la gravidanza e quando sarà diventata mamma, è impossibile da prevedere. E, spesso, da condividere”. Quanto è vero.
All'improvviso, dopo tre o quattro fermate e dieci minuti di suoneria a tutto volume, una ragazza – sarda, dall'accento - si è rivolta a brutto muso al Padre: "Per favore, può spegnere il telefonino di suo figlio? Non si accorge che dà fastidio?". Il quarantenne che leggeva dei mali dell'università italiana ha accennato un applauso, dai passeggeri si è levato un brusìo di approvazione. Un'altra ragazza, con un pesantissimo eye-liner intorno agli occhi, ha aggiunto con fare da esperta: "Qualche ceffone farebbe proprio bene".
Mi è scappato un sussurro e non so se qualcuno l'abbia sentito. "Sono tutti bravi con i figli degli altri". Ho guardato il quarantenne, le ragazze, i milanesi: nessuno di loro mi pareva un genitore. Anzi, sono sicura che nessuno di loro lo fosse.
Il Padre ha tolto il telefonino dalle mani del bambino, che ha cominciato a piangere. Ma non era un pianto solito, era più un sibilo, come un nitrito prolungato. Il quarantenne era contento: "Ah, almeno un suono umano". Preferiva il pianto di un bambino alla suoneria di un cellulare, un dolore altrui a un fastidio proprio. Mi è parsa la metafora di un'intera società.
Ho fissato il bambino, incuriosita dal suo nitrito. Mi sono accorta che non parlava, emetteva soltanto suoni gutturali, pre-linguistici. Con quel sibilo stava supplicando il Padre, senza guardarlo, di restituirgli il suo giocattolo. Allora ho capito, e mi sono sentita morire di vergogna per essere come loro, in mezzo a loro, come quei passeggeri ben vestiti e benpensanti, fieri di conoscere l'italiano e di leggere libri, sempre pronti a giudicare e a dispensare consigli. Passeggeri di un mondo che considera i bambini fastidiosi esserini da educare a suon di ceffoni perché sappiano meglio conformarsi e obbedire, di un mondo che neppure si accorge della diversità perché non ha più nemmeno il tempo di notarla.
Sono scesa a via Volturno, gonfia. Il Padre aveva rimesso il telefonino nelle mani del bambino, con la stessa suoneria a tutto volume. Gli ho lanciato un'occhiata complice e gli ho sorriso. Volevo dirgli: "Bravo, resisti. Bravi, resistete". A lui e a quella Madre sciatta e disperata, e ai loro piccoli uccellini stanchi.
Poi, in strada, ho pianto a dirotto, ho lasciato andare il mio nitrito.

(emmeper)

 


16 ottobre 2009


L'avvento del non-giornalismo

http://www.youtube.com/watch?v=qeed7IQS9o4

La presunta giornalista, autrice di questo "pezzo" (di costume? di cronaca? di che?) andato in onda ieri durante Mattino5, dovrebbe spiegare in che cosa consisterebbe la "stravaganza" del giudice Mesiano. Fumarsi una sigaretta? Oppure farsi radere dal barbiere? O indossare i calzini colorati?
Questo è un non-servizio con una non-notizia, come il non-compleanno di Alice. Non è cattivo giornalismo: siamo davanti al non-giornalismo, la fine dell'informazione.




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4 settembre 2009


Un giorno nero

Ripubblichiamo qui l'articolo apparso oggi, venerdì 4 settembre, sul Sole-24 Ore: il punto di Stefano Folli è lo specchio di questa giornata. Nera, appunto. Ci auguriamo che Folli abbia ragione quando parla di vendetta. Ma dobbiamo ammetterlo: siamo scettici.

Un giorno nero per il giornalismo, la politica e anche la Chiesa

4 settembre 2009
È un giorno nero, non solo per il giornalismo italiano, ma anche per la politica e soprattutto per quell'idea dell'Italia civile a cui si resta tenacemente affezionati pur sapendo quanto sia ormai illusoria. Ed è un giorno nero anche per la Chiesa che non ha saputo o voluto difendere a sufficienza uno dei suoi uomini di maggior prestigio nell'ora più difficile. Dino Boffo si dimette da direttore di "Avvenire" con una lettera che definire dignitosa è molto riduttivo: si tratta piuttosto di un documento politico su cui tanti dovrebbero riflettere per capire cosa è davvero successo nell'ultima settimana.

Gli anglosassoni usano un'espressione pertinente per definire casi come questo: "character assassination", ossia l'omicidio virtuale di qualcuno di cui viene distrutta a tavolino l'immagine pubblica.
Boffo paga crudelmente il prezzo delle critiche, peraltro misurate, rivolte al presidente del Consiglio per quanto riguarda la sua moralità e un certo stile di vita. Critiche legittime e persino doverose, visto che tra i compiti prioritari di un giornale c'è quello di controllare i rappresentanti del potere politico e di bacchettarli quando è opportuno. Non si dà invece il caso inverso, ossia che il potere politico si vendichi dei giornalisti e alimenti una campagna mediatica per screditarli sul piano personale. Una tale pratica sarebbe, è ovvio, del tutto inconcepibile in paesi di forte democrazia. Da noi purtroppo è accaduto, il che rappresenta un danno irrimediabile per la qualità del nostro dibattito democratico.

Per cui si può dire che le conseguenze del caso Boffo sono al momento insondabili, ma è facile prevedere che non saranno positive. Quell'"imbarbarimento" di cui ha parlato il presidente della Camera non porterà fortuna a nessuno. Non a un governo, peraltro forte di una larga maggioranza parlamentare, che ha finito per mettersi in rotta di collisione con la Chiesa, credendo di alimentare la rivalità tra fazioni ecclesiastiche e di giovarsene nei suoi calcoli di potere. Non alla Chiesa stessa, che esce malconcia dalla vicenda e ha dato l'impressione di piegarsi alla violenza dell'offensiva: magari con l'intento di salvare il salvabile, ossia il rapporto con una coalizione di centrodestra usa a concedere molto alla gerarchia cattolica, in numerosi campi. Ma non è detto che il baratto, se di questo si tratta, basti a nascondere le ferite che questa vicenda porta con sé.

Ha detto bene Francesco Cossiga: il sacrificio di Boffo è «un atto di devozione filiale verso la Chiesa». Un modo per togliere la Cei dalla linea del fuoco, aiutare la ricomposizione dei contrasti, accelerare la sospensione delle ostilità. In definitiva, si è trattato di immolarsi sul piano personale per salvare l'istituzione ecclesiastica e la sua politica verso lo Stato italiano. Va dato atto a Boffo di aver ben compreso la portata tutta politica dello scontro che si è consumato in questi giorni. Nel gioco oscuro delle vendette e delle ritorsioni, mentre nell'aria svolazzavano "dossier" anonimi, stava emergendo la fragilità e l'impaccio della Chiesa d'oggi, dietro la solidarietà ufficiale al direttore di "Avvenire" sotto attacco. Facendosi da parte, Boffo ha restituito il loro ruolo e la loro tranquillità a molti personaggi che non erano preparati a combattere battaglie in campo aperto.

Tuttavia la Chiesa non dimentica. Ci vuole molta ingenuità per credere che la storia finisca qui, con l'uscita di scena di un uomo la cui vita – sono le sue drammatiche parole – «è stata violentata».
Le vendette di Berlusconi si consumano subito, quelle dei vescovi richiedono tempi lunghi, alle volte molto lunghi, ma sono spesso implacabili.




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28 marzo 2009


La nostra ora di buio: vote Earth!

 
http://www.voteearth2009.org/home/




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3 febbraio 2009


L'inganno delle api

Giochiamo con la giostrina delle api, la piccola V. le guarda rapita dal volteggio delle ali, dall'incanto della musica. Giochiamo e pensiamo che un giorno dovremo spiegarle che le api non sono poi così amiche, non sono poi così innocue. Dovremo dirle che dovrà prestare attenzione al pungiglione, non farsi pungere, non lasciarsi toccare.
Lo chiamiamo "l'inganno delle api". E non c'è soltanto quello. Arriverà il momento in cui dovremo rivelarle che il maialino della fattoria è in realtà un animale puzzolente e sporco, che le mucche vengono macellate e mangiate, che nel mare, accanto ai pesci pagliaccio, nuotano gli squali e i barracuda. Giungerà l'attimo in cui bisognerà avvisarla che non tutti gli esseri umani sono come la mamma, il papà, i nonni e gli amici. Che non tutti la ameranno com'è amata. Che esistono pericoli da cui guardarsi. Che la fiducia incondizionata nelle persone è un lusso che nella vita potrà permettersi di rado.

E' incredibile l'innocenza dei bambini. La davamo per scontata, la consideravamo quasi un luogo comune. Eppure, quando ci si è parata davanti, materializzata in un angelo perfetto di cinquanta centimetri, ci ha sconcertato. E' facile educare i nostri bambini al bene e al bello, è difficilissimo educarli al male. Occorre pescare nel torbido e "sporcare" la loro tabula. E' necessario disilluderli. Ci vogliono tempo, competenze, delicatezza. Ecco perché è un demone chi fa del male ai bimbi quando non sono ancora pronti a "imparare il male". Ecco perché non merita alcuna pietà.

Chi fa del male ai bimbi, chi ne rovina l'innocenza originaria prima del tempo, andrebbe perseguito dal tribunale penale internazionale per crimini contro l'umanità. Guardavamo in televisione, ieri, le interviste ai ragazzi di Nettuno, invitati a commentare
il rogo atroce dell'immigrato indiano, commesso "per noia" da quattro coetanei. "Vabbè, ma non era un ragazzo, era un marocchino alla fine", ha detto uno di loro al microfono della giornalista incredula in una specie di romanesco. "Ma tu hai capito che hai detto?", gli ha chiesto lei. Il ragazzo ha farfugliato qualcosa, mentre i suoi amici se la ridevano. (Per vedere il servizio cliccate qui e cercate tra i servizi a sinistra quello intitolato "In fin di vita l'indiano aggredito" di Laura Mambelli).
Sul momento abbiamo reagito inveendo contro quei ragazzetti. Imbecilli. Semi-analfabeti. Razzisti. Incivili. Poi ci siamo fermati a ragionare: avranno avuto 16, 17 anni; l'immagine era sfocata per renderli irriconoscibili, ma si vedeva che erano uguali a tanti altri, con quei bomber col cappuccio di pelliccia, i jeans, i capelli corti, la posa e i modi da bulli di periferia. Sono stati neonati, sono stati cullati. Di chi è la colpa se sono diventati così? Chi ha fallito? Dov'è l'anello che non ha tenuto?

Ci è venuta in mente la parola chiave, che ritorna come un refrain su questo blog: responsabilità. Ne abbiamo tutti, ogni giorno. Ne abbiamo molte di più di quelle "ufficiali", esplicitate, che sentiamo addosso nei confronti del nostro lavoro e della nostra famiglia. Come genitori, certo, abbiamo la responsabilità di crescere le donne e gli uomini di domani. Come donne e uomini di oggi, come abitanti della parte fortunata del mondo, abbiamo però la responsabilità dell'esempio, qualunque cosa facciamo. Quando buttiamo l'immondizia, quando facciamo la spesa al supermercato, quando votiamo e quando ascoltiamo musica, quando soffriamo e quando leggiamo. E' un peso enorme, per molti è schiacciante. E non vuol dire paralizzarsi, non significa rinunciare a divertirsi o a trasgredire, quando si vuole. Però crediamo sia un dovere morale ricordarci di ciò che di buono la nostra civiltà ci ha regalato, a cominciare dalla tolleranza e dall'accettazione della diversità, tanto cara ai filosofi greci.

Torniamo in cameretta a far volteggiare le api, ci perdiamo negli occhioni sbarrati di nostra figlia. La vediamo spalancare la bocca dalla sorpresa, agitare le manine e le gambette, girarsi verso di noi con quel sorriso che ci scioglie. E capiamo che quello delle api è un inganno indispensabile, di cui nessun bambino dovrebbe essere privato.




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7 gennaio 2009


Mollaccioni di tutti i Paesi, unitevi!

 

C'è da sentirsi in colpa in questo inizio d'anno.
I problemi dell'Italia paiono essere la neve, gli aeroporti bloccati, le scaramucce dei potenti. La nostra casa sprizza vita da tutti i pori, grazie a un esserino di sei chili con gli occhioni spalancati, il sorriso di chi ancora non ha visto niente e la fiducia totale che soltanto i bambini possono permettersi.
Fanno ancora più male - al caldo delle nostre case piene di comfort, di torroni e panettoni, di regali e di superfluo - le foto di Save the children nelle striscia di Gaza, lo scempio di Goma, la solitudine della Birmania, i meninos de rua brasiliani.
Fa male la schizofrenia che ci perseguita. Da un lato c'è l'enorme massa di chi bada esclusivamente ai fatti propri e si crede pure furbo. In mezzo c'è un pugno di coraggiosi: i volontari, i Giornalisti con la "g" maiuscola, i funzionari onesti e instancabili delle organizzazioni non governative. Dall'altro lato ci sono gli pseudo-impegnati di Facebook, tutti giù ad aderire a cause che sembrano scontate. No alla violenza, alla pedofilia, alla guerra, alle mutilazioni genitali femminili, alla mafia (ma con tanti penosi distinguo). Sì alla ricerca sull'Alzheimer, la Sla, il diabete, il cancro e chi più ne ha più ne metta. Viva l'allattamento al seno. Salviamo i cuccioli di foca. Leggiamo almeno un libro al mese. L'idea feroce dei gruppi meriterebbe un'indagine sociologica a sé. Dilaga l'idiozia, a testimoniare un vuoto di senso che è l'effetto collaterale del "pieno" di cui ci illudiamo di nutrirci. Il social network appaga virtualmente l'ansia d'appartenenza, la malattia del momento, e regala il brivido dell'impegno facile a generazioni di mollaccioni disinteressati e distratti. Noi compresi, sia chiaro.

Sembra un passaggio di stato. La società civile evapora nel web, che nulla smuove nel mondo reale, mentre le esistenze individuali precipitano in atomi depotenziati. Succede così che alla fine dei giochi l'io vince sul noi. Che la coscienza, quando c'è, viene messa a tacere con un clic. Che si perde non solo il gusto del confronto faccia a faccia, ma anche la fatica della ricerca. Chi ha ragione e chi ha torto? Capirlo - vale per il conflitto in Medioriente come per la camorra a Napoli, per il dibattito sulle riforme come per la Russia di Putin - implica studio, analisi, approfondimento. Significa chiedere a se stessi uno sforzo superiore a quello dell'iscrizione a un gruppo su Fb o del sostegno fumoso a una causa, o a quello ancora più "piccino" del benessere quotidiano. Vuol dire accettare persino lo smacco di non arrivare a comprendere alcunché, compensato dalla soddisfazione di averci almeno provato. Perché assaggiare la complessità serve a rosicchiare i fanatismi, ad allargare lo sguardo, a crescere meno ristretti nelle vedute e nelle ambizioni.

Abbiamo ancora il tempo per ricominciare daccapo. Basterebbe rimettersi in gioco nella cabina elettorale, votare pensando al mondo che vorremmo tra cent'anni e non all'Ici; protestare e indignarsi davvero, in piazza, quando i diritti più elementari vengono calpestati; imparare ad essere coerenti; riscoprire l'enorme valore dell'umiltà (non ne possiamo più di chi vede le pagliuzze negli occhi degli altri e non le travi nei propri!); ribellarsi al potere marcio, che avvelena la cosa pubblica e, a catena, il mondo del lavoro e delle relazioni. Ma questa libertà è diventata un lusso. E' più facile scendere a compromessi nella vita vera se poi su Facebook ci si crea un'identità da combattenti. Mollaccioni di tutti Paesi, unitevi! Alla faccia di Marx.

Dovremmo scolpire a ogni angolo questi versi di Wislawa Szymborska:

"Tutte le tue, nostre, vostre
faccende diurne, notturne
sono faccende politiche.

Che ti piaccia o no,
i tuoi geni hanno un passato politico,
la tua pelle una sfumatura politica,
i tuoi occhi un aspetto politico".

Non siamo soli al mondo. E il mondo non si cambia alle riunioni di condominio né davanti al computer.


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15 settembre 2008


Abbiamo perso un grande: addio a Dfw

Venerdì se n'è andato un grande: David Foster Wallace si è impiccato, aggiungendo il suo nome alla lunga lista degli scrittori geniali, come Cesare Pavese, che decidono di abbandonare questo mondo. Se n'è andato a 46 anni, lasciando un vuoto nella letteratura mondiale. Se n'è andato straniandoci e straziandoci, perché nei suoi libri avevamo trovato amici. Amici speciali, di quelli che ammiri senza invidie.
Un volume su tutti: "Considera l'aragosta" (Einaudi Stile Libero), inconfondibile copertina arancio. Un saggio su tutti: "Autorità e uso della lingua (ovvero, Politica e lingua inglese è ridondante)", 69 pagine di dottissima disquisizione sull'uso dell'inglese che avvincono come un giallo. Nello stesso libro Dfw pubblica il reportage, condotto per conto della rivista Rolling Stone, della campagna elettorale del 2000 al seguito del senatore John McCain: pagine attualissime per chi voglia sapere tutto sul rivale di Obama alle elezioni presidenziali statunitensi di novembre.
Così Dfw racconta la celebre prigionia di guerra di McCain:

Ecco cosa successe. Nell'ottobre del '67 anche McCain era un giovane elettore, e stava compiendo la sua ventiseiesima missione di combattimento in Vietnam quando il suo aereo A-4 SkyHawk fu abbattuto sopra Hanoi, e lui dovette usare il sistema di espulsione. Il che in pratica consiste nell'innescare una carica esplosiva che spara il sedile fuori dall'aereo, e l'espulsione gli spezzò entrambe le braccia e una gamba, e gli provocò una commozione cerebrale, e McCain cominciò a precipitare dal cielo di Hanoi. Cercate di immaginare per un secondo quanto male può fare una cosa del genere, e quanta paura, avete tre arti spezzati e state cadendo sulla capitale nemica che avete appena tentato di bombardare. Il suo paracadute si aprì in ritardo e atterrò violentemente nel laghetto di un parco in pieno centro di Hanoi. (Ancora oggi accanto a questo laghetto c'è una statua nordvietnamita di McCain, che lo ritrae in ginocchio, con le mani alzate e gli occhi impauriti, e sul piedistallo c'è una scritta: "McCain - famoso pirata dell'aria" (sic). Immaginate di guadare un lago con le braccia rotte, cercando di tirare il cordino del giubbotto di salvataggio coi denti, mentre una folla di nordvietnamiti nuota verso di voi (esiste un filmato di questo momento, qualcuno aveva una cinepresa casalinga, e il governo nordvietnamita lo ha reso pubblico, ma è sgranato e la faccia di McCain si vede male). La folla prima lo tirò fuori, poi per poco non lo uccise. I piloti di cacciambombardieri erano particolarmente odiati, per ovvie ragioni. McCain fu infilzato nell’inguine con una baionetta; un soldato gli ruppe una spalla con il calcio del fucile. Nel frattempo, il ginocchio destro gli si era piegato lateralmente a novanta gradi, con l’osso che spuntava. E’ tutto documentato. Provate a immaginare. Alla fine lo caricano su una jeep e lo trasportano a soli cinque isolati da lì, nel famigerato carcere di Hoa Lo – noto anche come Hanoi Hilton, quello di tanti film – dove gli fanno implorare un medico per una settimana, quindi gli ricompongono un paio di fratture senza anestesia, lasciandogli le altre due fratture e la ferita all’inguine (immaginate: ferita all’inguine) così come sono. Infine lo buttano in una cella. Provate per un momento a sentire tutto quanto. La totalità degli articoli e i servizi televisivi su McCain citano il fatto che ancora oggi non riesce ad alzare le braccia sopra la testa per pettinarsi, ed è vero. Voi però cercate di figurarvelo all’epoca, immaginate di trovarvi nei suoi panni, perché è importante. Pensate a quanto diametralmente opposto al vostro interesse personale sarebbe beccarsi una coltellata nelle palle e farsi ricomporre delle fratture senza un’anestesia generale, poi essere gettati in una cella a non fare altro che stare lì e soffrire, perché fu esattamente quello che successe.
McCain trascorse diverse settimane perlopiù a delirare per il dolore, e il suo peso scese a quarantacinque chili, e gli altri prigionieri di guerra erano sicuri che sarebbe morto; poi, dopo aver resistito così per vari mesi e dopo che le sue ossa si erano rinsaldate alla bell’e meglio e riusciva più o meno a stare in piedi, lo andarono a prendere, lo portarono nell’ufficio del comandante, chiusero la porta e di punto in bianco si offrirono di liberarlo. Dissero che poteva semplicemente... andarsene. Venne fuori che l’ammiraglio della Marina statunitense John S. McCain II era appena stato nominato capo di tutte le forze navali nel Pacifico, Vietnam incluso, e i nordvietnamiti volevano realizzare un colpaccio diplomatico liberando generosamente suo figlio, il piccolo assassino.
E John McCain III, quarantacinque chili e in grado a malapena di stare in piedi, declinò l’offerta. A quanto pare il Codice di condotta per i prigionieri di guerra diceva che i prigionieri andavano liberati nell’ordine in cui erano stati catturati, e c’erano altri che si trovavano a Hoa Lo da molto più tempo, e McCain si rifiutò di violare il Codice. Il comandante della prigione, per nulla soddisfatto, gli fece rompere le costole, ri-rompere il braccio e buttare giù i denti dai secondini, il tutto lì nel suo ufficio. Ma anche così McCain si rifiutò di andarsene senza gli altri prigionieri. Lasciate perdere i film in cui succedono cose del genere e provate a immaginarlo come qualcosa di reale: un uomo senza denti che rifiuta di farsi liberare. McCain a Hoa Lo ci passò altri quattro anni, quasi sempre da solo, al buio, in una speciale scatola grande quanto un armadio chiamata "cella punitiva". Forse questa storia l'avete già sentita; quest'anno è finita in un numero imprecisato di articoli e servizi su McCain. E' sovraesposta, sono d’accordo. Ma prendetevi lo stesso uno o due secondi per fare un po' di visualizzazione creativa, e immaginate il momento intercorso tra quando John McCain si vide offrire la liberazione anticipata e quello in cui lo rifiutò. Cercate di immaginare se al suo posto ci foste stati voi. Immaginate con quanta forza il vostro più basilare, primordiale interesse personale avrebbe gridato in quel momento, e tutti i modi in cui avreste potuto razionalizzare il fatto si accettare l’offerta: che differenza poteva fare un prigioniero di guerra in più o meno? Poi forse accettando avreste dato agli altri prigionieri una speranza e li avresti aiutati ad andare avanti, e insomma, pesate quarantacinque chili, tutti pensano che morirete da un momento all’altro, e di sicuro il Codice di condotta non si applica quando uno ha bisogno di un medico o altrimenti rischia di morire, e se riuscite a sopravvivere, uscendo di lì potreste promettere a Dio che d’ora in poi non farete altro che il Bene più assoluto, e renderete il mondo un posto migliore, e perciò per il bene del mondo è meglio accettare che rifiutare, e forse se papà non dovesse preoccuparsi delle ripercussioni su di voi qui in prigione potrebbe portare avanti la guerra in modo più aggressivo e concluderla prima e quindi risparmiare vite perciò sì forse potreste effettivamente salvare delle vite se accettate l'offerta e uscite vs. a che scopo stare qui in una scatola a farsi picchiare a morte e a proposito oddio immaginatevelo un dottore vero e una vera operazione con gli antidolorifici e le lenzuola pulite e la possibilità di guarire e finire quest'agonia e rivedere i vostri figli, vostra moglie, sentire il profumo dei capelli di vostra moglie... Riuscite a sentirlo? Cosa succederebbe nella vostra testa? Avreste rifiutato l’offerta, voi? Ci sareste riusciti? Non potete averne la certezza. Nessuno di noi può averla. E' difficile persino immaginare il livello di dolore e paura e desiderio in quel momento, figuriamoci sapere come avremmo reagito. Nessuno di noi può saperlo.
Eppure, vedete, noi come reagì quell'uomo lo sappiamo. Sappiamo che scelse di passare altri quattro anni in quel posto, quasi sempre in una scatola buia, da solo, battendo sui muri per mandare messaggi agli altri, piuttosto che violare un Codice. Forse era pazzo. Il punto però è che, nel caso di McCain, uno ha la sensazione di sapere, come fatto dimostrato, che lui è capace di consacrarsi a qualcosa di diverso, qualcosa di più del suo interesse personale. Tanto che oggi, quando nei discorsi pronuncia quella frase, uno ha la sensazione che forse non si tratta dell'ennesima fuffa da candidato, che detta da questo tizio forse è la verità.

Sia chiaro: Dwf non può certamente dirsi un conservatore. Non è neppure un giornalista politico. Semplicemente, racconta la storia di McCain con gli occhi dello scrittore e il cuore dello statunitense, con la sua prosa così europea, così poco minimalista, così riflessiva. Si interroga, letterariamente, sull'uomo McCain alla luce del suo passato.
Stasera consideriamo l'aragosta in suo onore, pensiamo alla sofferenza del crostaceo costretto a bollire vivo nelle pentole degli umani (nel saggio che dà il titolo al libro descrive il Festival dell'aragosta del Maine), rispettiamo l'immenso dolore di chi non sopporta di continuare a vivere.
Venerdì abbiamo perso un talento che dava al mondo una marcia in più. 

Per conoscerlo meglio:
Da domani memorie e aneddoti su McSweeney's, la rivista della casa editrice fondata da Dave Eggers.
Lo speciale pubblicato in tempi non sospetti da Mininum Fax.




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7 settembre 2008


Casa bloGodot/ Fiocco rosa

 







Eri nelle bambole della mia infanzia quando, ogni mattina,
modellavo nell'argilla l'immagine del mio Dio, eri tu che facevo e rifacevo.
Tu eri sull'altare con la divinità del nostro focolare; adorandola, adoravo te.
In tutte le mie speranze, in tutti i miei amori, nella mia vita,
in quella di mia madre, sei tu che hai vissuto.
Lo spirito immortale che protegge il nostro focolare
ti coccola sul suo seno dalla notte dei tempi. (...)
Mentre contemplo il tuo viso, il mistero mi inghiotte;
tu che appartieni a tutti mi sei stata donata!
Per paura che mi scappi, ti tengo stretta al cuore.
Quale magia il tesoro del mondo ha consegnato nelle mie fragili braccia?

(Rabindranath Tagore)




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